Basta pensare a Nolan e alla sua Odissea: in questo film Ralph Fiennes è irriconoscibile (e interpreta proprio Ulisse)
30/07/2026 news di Andrea Palazzolo
Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse in questa reinterpretazione che sfida l'Odissea del grande Christopher Nolan.

Dimenticatevi l’eroe glorioso cantato da Omero, il guerriero astuto che ha ingannato i Troiani e superato prove impossibili tra Ciclopi e Sirene. Un po’ come si vede nel nuovo film di Christopher Nolan, nella versione di Uberto Pasolini, Itaca – Il Ritorno, ci viene restituito un Ulisse emaciato, nudo, segnato dalla guerra e dal senso di colpa. Un uomo e un reduce più che un conquistatore.
Ralph Fiennes accetta la sfida più difficile per un attore del suo calibro: mostrare la vulnerabilità assoluta. Il suo corpo nudo, nodoso e invecchiato appare già nelle scene iniziali, senza filtri né compiacimenti estetici. Questo Odisseo ha attraversato vent’anni di inferno e ogni cicatrice, ogni ruga, ogni segno del tempo racconta una verità che l’epica classica aveva pudicamente nascosto.
La guerra non rende gloriosi. La guerra consuma, trasforma, distrugge. E quando finalmente Ulisse sbarca sulle coste di Itaca, scopre che il suo regno è caduto nel caos. L’amata Penelope, interpretata da una Juliette Binoche intensa e trattenuta, è prigioniera nella propria casa, assediata da pretendenti arroganti che reclamano il trono. Il figlio Telemaco, cresciuto senza padre, lo considera morto e deve affrontare le minacce quotidiane di chi lo vede come un ostacolo al potere.

La scelta di Pasolini è radicale: eliminare completamente la dimensione mitologica dell’Odissea. Niente Ciclopi, niente Lestrigoni, niente interventi divini. Solo esseri umani, crudeltà umana, miseria umana. Il regista italiano, al suo quarto film dopo il toccante Nowhere Special, costruisce un dramma psicologico che mette a nudo non solo il corpo dell’eroe, ma la sua anima lacerata.
La produzione internazionale, che coinvolge Italia, Francia, Grecia e Regno Unito, ha permesso riprese autentiche tra l’isola di Corfù e il Peloponneso. Gli scenari greci diventano protagonisti silenziosi, testimoni di una storia che parla di spaesamento e rinascita impossibile. Come può un uomo riprendersi il proprio posto nel mondo quando il mondo stesso non lo riconosce più?

Questo non è un film per chi cerca l’avventura nolaniana con effetti speciali e colpi di scena. È un film per chi vuole guardare negli occhi l’eroe quando torna a casa e scopre che casa non esiste più, che la famiglia è diventata estranea, che il regno è in mano ai prepotenti. È un film sul prezzo invisibile della guerra, su quella che oggi chiameremmo sindrome post-traumatica da stress, ma che allora si manifestava solo attraverso sguardi persi, silenzi pesanti, esplosioni improvvise di violenza necessaria.
Uberto Pasolini conferma il suo tocco umanista, quella capacità di raccontare le miserie umane con rispetto e profondità. Se nei suoi film precedenti aveva raggiunto il limite del minimalismo etico, qui tenta un respiro più ampio senza tradire la propria cifra autoriale. Il risultato è un’opera che divide, ma che non lascia indifferenti.
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