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Voto: 6.5/10 Titolo originale: 군체 , uscita: 21-05-2026. Budget: $12,000,000. Regista: Yeon Sang-ho.

Colony, recensione: il regista di Train to Busan reinventa gli zombie con un horror feroce e claustrofobico

18/10/2026 recensione film di Sabrina Crivelli

A dieci anni da Train to Busan, Yeon Sang-ho torna all'horror epidemico con un contagio che trasforma gli esseri umani in un organismo collettivo. Tra assalti brutali, tensione incessante e riflessioni sull'individualità, il risultato convince più per lo spettacolo che per la profondità dei personaggi

A dieci anni da Train to Busan, Yeon Sang-ho torna allo zombie movie con Colony (군체), un horror che, pur non appartenendo allo stesso universo narrativo, recupera il tema dell’epidemia per esplorarne nuove possibilità. Se il film del 2016 affrontava il sottogenere combinando dramma familiare, paternità e istanze sociali, questa volta il regista sudcoreano cambia prospettiva, costruendo un racconto in cui il contagio diventa il mezzo per interrogarsi sui limiti della comunicazione umana e sulle conseguenze di una conoscenza scientifica sottratta alla responsabilità morale.

Un misterioso scienziato annuncia attraverso un inquietante videomessaggio di aver sviluppato un agente biologico letale, destinato a sovvertire l’ordine costituito e inaugurare una nuova era per il genere umano. Dalla penombra di una stanza anonima, la scena si sposta bruscamente negli interni luminosi del Dunguri, un moderno grattacielo dove due accademici, la professoressa Kwon Se-jeong (Jun Ji-hyun) e il professor Han Gyu-seong (Go Soo), si affrettano a raggiungere un’importante conferenza. A tenerla è Kang Woo-chul, amministratore delegato della multinazionale Chains Bio, che illustra le straordinarie proprietà di un organismo sperimentale capace di rigenerare i tessuti e stabilire connessioni biologiche tra individui distinti, sul modello dei sistemi di comunicazione collettiva presenti in natura.

Quando i due cercano di avvicinare il conferenziere per parlargli, però, l’uomo si allontana precipitosamente senza fornire spiegazioni. Nel giro di pochi istanti, la situazione precipita: un’infezione letale si diffonde all’interno dell’edificio, trasformando i contagiati in creature feroci, animate da una fame insaziabile e dall’impulso di aggredire e divorare chiunque incontrino. Mentre il contagio dilaga, le autorità dispongono l’isolamento del grattacielo, intrappolando i presenti in una struttura ormai invasa dagli infetti.

Sin dalle prime sequenze, Colony propone una rilettura interessante, seppur non del tutto originale, dello zombie movie, reinterpretandolo in una prospettiva tanto biologica quanto socio-antropologica. Gli infetti non sono semplicemente creature aggressive, dominate da impulsi primordiali, ma costituiscono un sistema interconnesso, simile a una colonia di insetti, nel quale le informazioni sensoriali vengono condivise attraverso una rete miceliare, consentendo loro di agire ed evolversi come un unico organismo. Una concezione che richiama, per certi versi, quella immaginata da Stephen King in Cell, e successivamente ripresa nell’omonimo adattamento cinematografico del 2016 diretto da Tod Williams, dove i contagiati sviluppano progressivamente una coscienza collettiva.

In Colony, tuttavia, questa connessione assume anche un significato ideologico. Concepito idealmente come uno strumento per superare l’incomunicabilità umana, il contagio diventa il veicolo di un progetto che, nel tentativo di cancellare incomprensioni e conflitti, finisce per annientare l’individualità, riducendo gli esseri umani a componenti indistinguibili di un’unica entità, private di volontà e autonomia. In questo senso, il film richiama anche la riflessione al centro di L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, soprattutto nell’accostamento fra bioterrorismo e radicalismo ideologico, sebbene Yeon Sang-ho sposti l’attenzione dalle suggestioni ecologiste alla dialettica fra comunicazione e controllo.

Quest’intuizione è tradotta in maniera efficace anche sul piano visivo. Gli infetti si muovono all’unisono, coordinando gli assalti e sfruttando i propri corpi per superare gli ostacoli. Le dinamiche dello sciame diventano così uno degli elementi più riusciti del film, introducendo una minaccia che non dipende soltanto dal numero delle creature, ma dalla loro coordinazione e capacità di adattamento.

Poster di ColonyAnche l’ambientazione contribuisce al funzionamento di una formula ormai consolidata. Alla progressione orizzontale del treno di Train to Busan si sostituisce la verticalità di un grattacielo illuminato da luci al neon, nel quale i superstiti sono costretti a salire e scendere continuamente, attraversando corridoi, scale e ambienti commerciali alla ricerca di un rifugio sicuro da cui poi devono però ogni volta inevitabilmente fuggire. Il risultato è un horror ipercinetico, veloce, violento e claustrofobico, costruito su inseguimenti incessanti e improvvise esplosioni di violenza.

Se cambia l’approccio al contagio, rimangono invece riconoscibili alcuni degli ingredienti antropologici e psicologici del cinema di Yeon Sang-ho. Come in Train to Busan, anche in Colony l’emergenza diventa un esperimento sociale che mette a nudo le reazioni individuali e le loro conseguenze sul gruppo. Eroismo, egoismo, solidarietà e opportunismo si alternano, mentre la sopravvivenza collettiva viene continuamente compromessa dagli interessi dei singoli.

Il problema è che questi conflitti si sviluppano attraverso figure spesso piuttosto convenzionali. Kwon Se-jeong, emarginata professionalmente per la propria integrità, assume il ruolo dell’eroina razionale, capace di comprendere il comportamento degli infetti. Accanto a lei, Han Gyu-seong incarna l’altruismo e il sacrificio, mentre Young-chul rappresenta lo scienziato la cui ossessione ideologica degenera in fanatismo. Non mancano funzionari interessati soprattutto a contenere le conseguenze politiche della crisi, né personaggi egoisti o iper-emotivi le cui azioni e decisioni provocano situazioni di pericolo fin troppo prevedibili.

Sono tipologie umane ricorrenti nel cinema di genere sudcoreano, che Yeon Sang-ho aveva già utilizzato con maggiore efficacia emotiva in Train to Busan. Colony non brilla per approfondimento psicologico o originalità nella caratterizzazione dei personaggi. Allo stesso tempo, però, i conflitti e le dinamiche interpersonali risultano perfettamente funzionali a un’azione dal ritmo serratissimo, nella quale le sequenze si susseguono e si intrecciano con notevole fluidità, alimentando una tensione costante che non concede quasi mai tregua.

Colony funziona dunque soprattutto come spettacolo horror, grazie alla regia energica, alla fisicità degli infetti e alla buona resa di alcune soluzioni visive. Meno convincente è la componente drammatica, che raramente raggiunge l’intensità del precedente successo di Yeon Sang-ho. Resta tuttavia un’intuizione efficace: mentre gli esseri umani, incapaci di comunicare e collaborare, finiscono per distruggersi reciprocamente, gli infetti diventano sempre più efficienti proprio perché hanno rinunciato alla propria individualità. Una contraddizione inquietante, che costituisce il nucleo più interessante di questo ritorno allo zombie movie.

E la scena finale apre nuovi sviluppi a future narrazioni…

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