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Voto: 5/10 Titolo originale: Disclosure Day , uscita: 10-06-2026. Budget: $115,000,000. Regista: Steven Spielberg.

Disclosure Day recensione: Spielberg torna agli alieni, ma sembra rimasto nel secolo scorso

10/06/2026 recensione film di William Maga

Il regista di E.T. e Incontri ravvicinati del terzo tipo affronta ancora una volta il tema extraterrestre in un thriller fantascientifico che guarda più al suo passato che al futuro del genere

Wyatt Russell e Emily Blunt in Disclosure Day (2026)

Un informatico in fuga dopo aver sottratto prove dell’esistenza extraterrestre tenta di rivelare la verità al mondo, mentre una meteorologa sviluppa misteriose capacità legate a una presenza aliena. Le loro strade finiscono per incrociarsi in una corsa contro il tempo che potrebbe cambiare il destino dell’umanità.

La sensazione più sorprendente che lascia Disclosure Day non è la delusione. È l’anacronismo.

Dopo quasi cinquant’anni passati a riflettere sugli alieni, Steven Spielberg torna al tema che più di ogni altro ha contribuito a definire la sua carriera. Eppure il risultato dà spesso l’impressione di provenire da una realtà parallela in cui il cinema di fantascienza si è fermato agli anni Novanta.

Il film mette in scena un grande complotto governativo, prove extraterrestri nascoste al pubblico, whistleblower in fuga, società private che operano nell’ombra e una verità destinata a cambiare il mondo. La struttura ricorda apertamente X-Files: persone comuni inseguite da poteri invisibili mentre cercano di svelare ciò che le istituzioni vogliono tenere nascosto. La differenza è che la serie con Mulder e Scully viveva di ambiguità. Lo spettatore non sapeva mai cosa credere. In Disclosure Day, invece, il mistero dura pochissimo: gli alieni esistono, il governo mente e la verità deve essere rivelata. Fine.

Da quel momento il film non approfondisce davvero le conseguenze della scoperta. Ed è qui che emerge il suo limite più evidente. Negli ultimi vent’anni il cinema fantascientifico ha affrontato il tema alieno in modi radicalmente nuovi. Arrival lo ha usato per parlare di linguaggio, memoria e perdita. Under the Skin per riflettere sull’identità e sull’alienazione. Nope per ragionare sullo spettacolo e sul consumo delle immagini. District 9 sull’emarginazione e sulla segregazione. Persino Signs, probabilmente il paragone più interessante, utilizzava il contatto alieno per esplorare il rapporto tra fede, dolore e trascendenza. Disclosure Day sfiora molti di questi temi, ma raramente li sviluppa davvero.

La sua idea centrale è che una rivelazione pubblica sull’esistenza degli alieni possa spingere l’umanità verso una maggiore comprensione reciproca, superando divisioni politiche, religiose e culturali. È una visione sinceramente spielberghiana, perfino affascinante nella sua fiducia nell’empatia. Ma è anche una visione che appare scollegata dal presente. Nel 2026 viviamo nell’epoca delle fake news, delle bolle informative e della sfiducia verso media e istituzioni. Pensare che la diffusione di un video possa generare consenso globale anziché ulteriori conflitti sembra più una fantasia nata nell’era dei telegiornali generalisti che una riflessione sul mondo contemporaneo.

Colin Firth in Disclosure Day (2026) filmEd è questo che rende il film così strano. Spielberg continua a interrogarsi sulle stesse domande che poneva in Incontri ravvicinati del terzo tipo ed E.T., ma senza aggiungere nuove prospettive. Come se Internet, i social network e l’evoluzione della fantascienza degli ultimi decenni non fossero mai esistiti. Come se la conversazione culturale sugli alieni fosse rimasta congelata.

I limiti della scrittura emergono soprattutto nei personaggi. Josh O’Connor interpreta Daniel come il classico eroe spielberghiano animato da buone intenzioni, ma il personaggio resta quasi sempre una funzione narrativa più che una persona. Emily Blunt trova qualche sfumatura in più grazie all’eccentricità di Margaret, ma anche il suo arco narrativo viene sacrificato alla trama. Colin Firth è intrappolato in un antagonista monodimensionale che non va molto oltre il dirigente ambiguo e minaccioso, mentre Colman Domingo passa gran parte del film a dispensare indicazioni criptiche e monologhi sull’empatia. Anche Eve Hewson introduce uno degli spunti più interessanti del film, il conflitto tra fede religiosa e rivelazione extraterrestre, ma la sceneggiatura sembra perdere rapidamente interesse per la questione.

Il paradosso di Disclosure Day è che dedica gran parte del suo tempo a parlare di empatia senza riuscire quasi mai a farla vivere allo spettatore. I personaggi spiegano ciò che provano, dichiarano i propri traumi, enunciano le tematiche del film, ma raramente costruiscono relazioni abbastanza credibili da trasformare quei concetti in emozioni. Più che sviluppare i suoi temi, il film li espone.

Sul piano tecnico Spielberg resta comunque riconoscibilissimo. Un paio di sequenze d’inseguimento e diversi movimenti di macchina ricordano perché continui a essere uno dei grandi maestri del blockbuster moderno. Tuttavia emerge una certa stanchezza creativa. La fotografia di Janusz Kaminski alterna momenti suggestivi ad altri sorprendentemente anonimi, mentre la colonna sonora di John Williams accompagna il racconto con discrezione senza lasciare partiture davvero memorabili. Per una collaborazione che ha prodotto alcune delle pagine musicali più iconiche della storia del cinema, è una sensazione insolita. Per non parlare della qualità discutibile della CGI o di alcune scelte di sceneggiatura etichettabili (molto benevolmente) come facilone.

Alla fine Disclosure Day appare allora come un’opera profondamente autobiografica. Non è il film di uno Spielberg che guarda avanti. È il film di uno Spielberg che guarda indietro. Un autore leggendario che riassembla immagini, idee e ossessioni che hanno definito la propria carriera, senza riuscire a trovare una nuova forma per renderle davvero rilevanti oggi.

Per questo la delusione è forte. Non perché sia un brutto film. Ma perché, a tratti, sembra il lavoro di un autore che continua a dialogare soprattutto con i propri classici, più che con il cinema di fantascienza che è arrivato dopo.

Per chi volesse capire qualcosa in più del finale, agevoliamo una spiegazione dell’ultima scena (con l’ausilio dello sceneggiatore David Koepp).

Al cinema dal 10 giugno.

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