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Fantascienza, viaggi nel tempo e dinosauri nel film del momento che batte perfino gli ultimi Jurassic World

21/08/2026 news di Andrea Palazzolo

Questo è il film da vedere al cinema in questi giorni, un sci-fi con i dinosauri e i viaggi nel tempo in grado di rivaleggiare con Jurassic World.

Una scena di Jurassic World Il Regno Distrutto

C’è un momento, circa dieci minuti dopo l’inizio di La Fine di Oak Street, in cui capisci che David Robert Mitchell ha appena compiuto un miracolo cinematografico. Un quartiere residenziale del Michigan, perfetta cartolina dell’America suburbana anni Ottanta, viene letteralmente risucchiato indietro nel tempo di 250 milioni di anni.

Barbecue a metà cottura, prati all’inglese curatissimi, auto parcheggiate in doppia fila: tutto finisce nel bel mezzo del periodo Giurassico, circondato da dinosauri affamati e vegetazione preistorica. È assurdo, è spettacolare, ed è esattamente il tipo di intrattenimento intelligente e senza pretese che mancava dalle sale cinematografiche estive.

Un film che i critici (e il pubblico) hanno già premiato come film sui dinosauri migliore di tutti gli ultimi capitoli di Jurassic World e Jurassic Park. Infatti, su Rotten Tomatoes, la percentuale di gradimento, su più di 250 recensioni professionali e mille del pubblico, è decisamente più alta rispetto a ogni capitolo della saga giurassica più famosa al mondo. L’unico film che non è riuscito a battere è il Jurassic Park originale del 1993.

I protagonisti sono i Platt, una famiglia di quattro persone più un cane di nome Starbuck. Greg, interpretato da un Ewan McGregor in stato di grazia, ha perso il lavoro ma continua a fare finta di niente, consegnando pizze di nascosto per non ammettere il fallimento davanti alla moglie Denise. Lei, magistralmente resa da Anne Hathaway in quello che si configura come un anno straordinario per l’attrice, sta scrivendo un romanzo autobiografico su una madre che abbandona la famiglia in cerca di una vita più eccitante. I loro figli adolescenti percepiscono la tensione ma sono troppo presi dalle proprie vite: Audrey, ossessionata da Carl Sagan e devastata dalla notizia che i genitori non possono permettersi di mandarla a Cornell, e il piccolo Brian, alle prese con le prime cotte e i bulli del quartiere.

Il regista dedica i primi minuti del film a costruire questi personaggi in modo impeccabile, poi la discesa nella follia generale. Quando il quartiere viene catapultato nel Giurassico, entrambi i coniugi ottengono, in modo perverso, ciò che volevano. Greg può tornare indietro nel tempo, anche se non esattamente ai bei vecchi tempi che aveva in mente. Denise finalmente affronta una crisi autentica, tangibile, impossibile da ignorare. Non più discussioni sussurrate sul divano o tensioni non dette durante la cena: ora c’è un Allosauro assetato di sangue che sfonda la cucina, e bisogna decidere in fretta chi impugna il fucile.

Ed è qui che il film sprigiona tutta la sua energia. Mitchell orchestra sequenze d’azione mozzafiato, ma mai gratuite o fini a se stesse. Ogni inseguimento, ogni attacco di dinosauro, ogni momento di puro terrore cinematografico serve anche a sviluppare i personaggi e le loro dinamiche. L’immagine di Anne Hathaway in completo di jeans che spara in faccia a un predatore preistorico è tanto iconica quanto funzionale alla narrazione: è la visualizzazione perfetta di una donna che finalmente prende in mano la situazione, che smette di aspettare che qualcun altro risolva i problemi.

Il film dura 99 minuti serratissimi, orchestrato con la precisione di un ottovolante perfettamente ingegnerizzato. Eppure trova il tempo per momenti di respiro. La Fine di Oak Street è chiaramente un omaggio al cinema di Spielberg, ma non è mai una copia sbiadita o nostalgica fine a se stessa. Mitchell cattura perfettamente quella dolce cattiveria di film come Gremlins o I Goonies, pellicole che non avevano paura di traumatizzare i bambini pur rimanendo intrattenimento per tutta la famiglia. C’è violenza, c’è paura vera, ci sono conseguenze. Ma c’è anche meraviglia, avventura, il senso di comunità che emerge quando la sopravvivenza dipende dalla capacità di collaborare.

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