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Fargo dei Coen vi dice che è una storia vera. Non credetegli

10/09/2026 news di Stella Delmattino

Il cult con Frances McDormand si presenta come la ricostruzione di un crimine realmente accaduto. In realtà i Coen hanno inventato quasi tutto, trasformando quella prima bugia in una delle chiavi più interessanti del film

fargo film 1996 coen

Se avete appena finito Fargo su Prime Video, potreste esservi chiesti quanto ci sia di vero nella catena di rapimenti, omicidi e decisioni disastrose raccontata dai fratelli Coen. Del resto è il film stesso a fornire apparentemente la risposta ancora prima che la storia cominci: «Questa è una storia vera».

Segue una precisazione ancora più convincente. Gli eventi sarebbero avvenuti in Minnesota nel 1987, i nomi sarebbero stati modificati su richiesta dei sopravvissuti e, per rispetto dei morti, tutto il resto sarebbe stato raccontato esattamente come accaduto.

C’è solo un problema: non è vero.

Jerry Lundegaard non organizzò realmente il rapimento della moglie. Marge Gunderson non investigò su quella scia di cadaveri mentre era incinta. E non esiste un singolo caso criminale dal quale i Coen abbiano semplicemente ricavato il film. Quella dichiarazione iniziale è invece una delle mosse narrative più intelligenti di Fargo: prima ancora di mostrarci un personaggio, il film manipola lo spettatore.

Perché i Coen hanno mentito?

Joel ed Ethan Coen hanno giocato per anni con la questione. In un’intervista realizzata a Cannes nel 1996 spiegarono che l’idea di collegare il film alla realtà serviva a modificare il modo in cui il pubblico avrebbe guardato ciò che stava per accadere. Se gli spettatori avessero creduto che dietro quella storia assurda ci fosse qualcosa di autentico, non l’avrebbero percepita come un normale thriller.

È esattamente ciò che succede. Fargo accumula coincidenze, errori grotteschi, personaggi eccentrici e improvvise esplosioni di violenza. Senza quella scritta iniziale potrebbero sembrare invenzioni volutamente sopra le righe. Presentandole invece come fatti realmente accaduti, i Coen trasformano l’assurdo in qualcosa di plausibile: la realtà, dopotutto, può essere molto più stupida e imprevedibile della finzione.

Anni dopo furono ancora più espliciti. Alla domanda su quale parte di Fargo fosse realmente vera, Joel rispose: «None of it». Ethan aggiunse ironicamente che era vero soltanto il fatto che fosse una storia.

Ma il trituratore ha un’origine molto più macabra

Questo non significa che i Coen abbiano inventato ogni singola suggestione dal nulla. Una delle immagini più famose e raccapriccianti di Fargo possiede infatti un inquietante precedente reale.

Nel 1986, in Connecticut, Richard Crafts uccise la moglie Helle Crafts. Il corpo venne congelato, smembrato e alcune parti furono fatte passare attraverso un trituratore per legna. Il caso non corrisponde alla vicenda narrata nel film e non coinvolge Jerry, Marge o i due rapitori, ma offre un precedente evidente per l’immagine che sarebbe diventata una delle più riconoscibili dell’intera filmografia dei Coen.

La distinzione è quindi importante: Fargo non è la ricostruzione di quel delitto. I Coen hanno preso elementi della realtà e li hanno fatti convivere con una storia inventata, mantenendo però davanti al film l’etichetta normalmente riservata al true crime.

La bugia iniziale spiega in realtà tutto Fargo

Ed è qui che il trucco diventa ancora più interessante. Fargo è pieno di persone che mentono. Jerry costruisce un piano criminale sulla menzogna e continua a inventarne altre nel tentativo disperato di impedirgli di crollare. Persino l’apparentemente inutile incontro tra Marge e il vecchio conoscente Mike Yanagita ruota attorno a una storia falsa.

Quell’episodio modifica anche lo sguardo di Marge. Frances McDormand spiegò che il momento decisivo è proprio la scoperta che Mike le ha mentito: per una persona naturalmente incline a fidarsi degli altri, significa comprendere che qualcuno può guardarla negli occhi e costruire una realtà inesistente. Poco dopo, Marge decide di tornare da Jerry e interrogarlo nuovamente.

Lo spettatore ha subito lo stesso trattamento. Prima Jerry, prima Mike e persino prima di Marge, sono stati Joel ed Ethan Coen a mentirci.

Non è quindi soltanto una trovata pubblicitaria. È quasi una dichiarazione di poetica: in Fargo verità e invenzione convivono continuamente, mentre una poliziotta estremamente concreta cerca di separare i fatti dalle storie che gli uomini costruiscono per avidità, paura o semplice disperazione.

E forse è per questo che Fargo sembra ancora così vero

Il paradosso è che un film che mente apertamente sulla propria origine riesce a sembrare più autentico di molti thriller “basati su fatti reali”. Le conversazioni insignificanti, gli accenti del Midwest, le strade sommerse dalla neve, il matrimonio quietissimo tra Marge e Norm e persino le pause imbarazzanti restituiscono un mondo quotidiano nel quale la violenza appare ancora più assurda.

Non sorprende che quella miscela abbia resistito per trent’anni. Fargo vinse il premio per la regia a Cannes e successivamente due Oscar, per la sceneggiatura originale e per Frances McDormand.

E c’è un’ultima ironia. Il film si chiama Fargo, ma quasi tutta la storia non si svolge nemmeno a Fargo: la città del North Dakota compare sostanzialmente all’inizio, mentre gran parte degli eventi avviene in Minnesota. I Coen preferirono quel titolo perché trovavano semplicemente “Fargo” più evocativo di “Brainerd”.

Persino il titolo, dunque, contribuisce all’illusione. Fargo finge di dirci dove siamo, finge di dirci che cosa è successo e finge di raccontarci la verità. E proprio per questo, trent’anni dopo, continuiamo a credergli.

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