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La corruzione ha provocato la morte di innocenti, ma Mark Ruffalo in questo thriller del 2019 si batte per la giustizia

03/05/2026 news di Andrea Palazzolo

Mark Ruffalo è prevalentemente conosciuto per il suo ruolo in Hulk nel MCU, ma l'attore ha dato il meglio di sé in questo thriller del 2019.

Mark Ruffalo in Dark Waters

Quando pensiamo ai film che hanno cambiato il modo in cui guardiamo il mondo, la mente corre immediatamente ai grandi classici del cinema d’inchiesta. All the President’s Men, che nel 2026 compie 50 anni, resta il punto di riferimento assoluto. Poi c’è Spotlight, vincitore dell’Oscar come Miglior Film nel 2016, che ha portato sullo schermo l’indagine del Boston Globe sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Ma esiste un altro film, meno celebrato eppure altrettanto devastante, che merita la stessa attenzione: Dark Waters, diretto da Todd Haynes nel 2019.

Se conoscete Haynes per Carol, il suo acclamato dramma romantico con Cate Blanchett e Rooney Mara, preparatevi a scoprire una faccia completamente diversa del regista. Dark Waters racconta la storia vera di Robert Bilott, avvocato della prestigiosa firma legale Taft Stettinius & Hollister, che nel 1998 riceve una visita inaspettata. Wilbur Tennant, un allevatore del West Virginia e vicino di casa della nonna di Bilott, arriva disperato nel suo ufficio di Cincinnati con la richiesta di indagare sulla morte misteriosa e inspiegabile del suo bestiame.

Mark Ruffalo interpreta Bilott con quella intensità trattenuta che lo ha reso uno degli attori più rispettati di Hollywood, nonostante non abbia mai vinto un Oscar. Il personaggio che costruisce è l’antitesi dell’eroe cinematografico tradizionale: niente discorsi roboanti, niente momenti di trionfo spettacolari. Solo ore infinite passate a esaminare documenti, a mettere insieme indizi, a seguire tracce che sembrano portare nel nulla.

Mark Ruffalo in una scena di Dark Waters
Mark Ruffalo in una scena di Dark Waters, fonte: Eagle Pictures

La scoperta che Bilott fa è terrificante nella sua portata: la DuPont, colosso chimico americano, ha scaricato per decenni nei fiumi e nelle discariche del West Virginia una sostanza chiamata PFOA, acido perfluoroottanoico. Questo composto chimico, praticamente indistruttibile, era un ingrediente chiave del Teflon fino al 2013. Il problema? È altamente tossico e causa una serie impressionante di patologie: diversi tipi di cancro, difetti congeniti nei neonati, malattie della tiroide, colite ulcerosa.

Il film di Haynes non si limita a raccontare l’indagine legale. Costruisce un’atmosfera di crescente claustrofobia e paranoia attraverso una palette di colori freddi, dominata da grigi e verdi cupi che rispecchiano l’acqua contaminata al centro della storia. Le inquadrature dei fiumi, delle fattorie abbandonate, dei paesaggi apparentemente idilliaci del West Virginia nascondono una minaccia invisibile ma onnipresente. È lo stesso tipo di tensione sotterranea che pervade Spotlight, dove le chiese e i cori da paradiso terrestre diventano scenari di orrori indicibili.

Anne Hathaway interpreta Sarah Bilott, la moglie dell’avvocato, mentre Tim Robbins è Tom Terp, il capo di Bilott nella firma legale. Victor Garber dà volto a Phil Donnelly, il rappresentante legale della DuPont, e Bill Camp è un memorabile Wilbur Tennant, l’allevatore la cui disperazione innesca l’intera vicenda. Ma è Ruffalo a dominare praticamente ogni inquadratura del film, portando sullo schermo non solo la determinazione di Bilott ma anche il peso psicologico di una scoperta che cambia tutto.

Una scena di Dark Waters
Una scena di Dark Waters, fonte: Eagle Pictures

Se avete amato Spotlight per il suo approccio rigoroso a una storia vera devastante, se apprezzate il cinema che illumina senza predicare, che informa senza semplificare, Dark Waters merita assolutamente un posto nella vostra watchlist. Non è un film facile, non offre il conforto di una risoluzione completa. Ma offre qualcosa di più prezioso: la dimostrazione che la lotta vale sempre la pena, anche quando sembra impossibile vincere. E la prossima volta che guardate una padella antiaderente, forse vi verrà in mente la storia di un avvocato che ha passato vent’anni a combattere perché avessimo il diritto di sapere cosa c’era dentro.

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