Odissea al cinema e in TV: 10 adattamenti del poema di Omero prima di Nolan
12/07/2026 news di William Maga
Dal cinema muto italiano al kolossal con Kirk Douglas, dalla storica miniserie Rai alle versioni animate: dieci modi diversi di raccontare il viaggio di Ulisse

Portare l’Odissea sullo schermo significa affrontare uno dei racconti più celebri, complessi e ingannevoli della cultura occidentale. Il poema attribuito a Omero contiene mostri, naufragi, divinità, seduzioni e battaglie, ma il suo vero centro non è lo spettacolo: è il desiderio ostinato di un uomo di tornare a casa dopo aver perduto quasi tutto.
Nel corso di oltre un secolo, cinema e televisione hanno cercato di racchiudere questa materia sterminata in forme molto diverse. Alcuni adattamenti hanno trasformato Ulisse in un eroe da kolossal; altri hanno privilegiato la fedeltà letteraria, l’introspezione, la sperimentazione o la divulgazione destinata ai più giovani.
Questa selezione prende in considerazione dieci adattamenti diretti o sostanziali del poema omerico realizzati per il grande e piccolo schermo, escludendo le riscritture moderne che ne utilizzano soltanto la struttura, come Fratello, dove sei?, e le opere dedicate esclusivamente alla guerra di Troia.
Non tutti i titoli sono film nel senso tradizionale: l’elenco comprende anche miniserie televisive, animazione, cinema sperimentale e la ripresa filmata di un’opera lirica. È proprio questa varietà, però, a mostrare quanto l’Odissea abbia saputo adattarsi a linguaggi, pubblici ed epoche differenti.
1. L’Île de Calypso (1905)
Uno dei primi incontri conosciuti tra Ulisse e il cinema risale al 1905, quando il cortometraggio L’Île de Calypso, attribuito a Georges Méliès, condensò il mito in pochi minuti di trucchi, apparizioni e meraviglie visive.
Il film non prova naturalmente ad adattare l’intero poema. Riunisce invece gli episodi di Calipso e Polifemo dentro una breve fantasmagoria, trattando l’Odissea come un deposito di immagini prodigiose. La coerenza narrativa conta meno della possibilità di mostrare sullo schermo un gigante, un eroe leggendario e un’isola dominata dal soprannaturale.
È un adattamento embrionale, ma già rivela ciò che avrebbe attratto generazioni di registi: il viaggio di Ulisse permette al cinema di materializzare l’impossibile.
2. L’Odissea (1911)
Soltanto pochi anni dopo, il cinema italiano affrontò il poema con ambizioni decisamente maggiori. L’Odissea del 1911, diretto da Francesco Bertolini, Giuseppe de Liguoro e Adolfo Padovan per Milano Films, dura circa 44 minuti e tenta di attraversare una parte consistente del racconto omerico.
Il film appartiene alla stagione dei grandi soggetti storici e mitologici con cui l’industria italiana cercava di conquistare i mercati internazionali. Ulisse, interpretato dallo stesso Giuseppe de Liguoro, incontra Polifemo, Circe, le Sirene e le altre figure fondamentali del poema attraverso scenografie teatrali, tableaux vivants ed effetti ottici ancora legati alla tradizione illusionistica.
Vista oggi, l’opera può apparire inevitabilmente schematica: episodi, viaggi e personaggi vengono compressi in successione, lasciando poco spazio alla psicologia. Il suo valore rimane però enorme. È uno dei primi tentativi di dimostrare che il cinema poteva misurarsi con i grandi testi della letteratura e trasformarli in spettacolo popolare.
3. Ulisse (1954)
Per molti spettatori, il volto cinematografico di Ulisse resta quello di Kirk Douglas. Diretto da Mario Camerini e prodotto da Dino De Laurentiis e Carlo Ponti, Ulisse fu uno dei primi grandi kolossal italiani del dopoguerra e un fondamentale precursore della stagione del peplum.
Il film utilizza una struttura in flashback: Ulisse viene trovato privo di memoria e ricostruisce progressivamente le proprie avventure, mentre a Itaca Penelope continua ad attendere il suo ritorno sotto la pressione dei Proci. Silvana Mangano interpreta sia Penelope sia Circe, sovrapponendo la moglie fedele e la seduttrice in una scelta che traduce visivamente il conflitto interiore del protagonista.
Camerini concentra l’attenzione sugli episodi più spettacolari e riconoscibili: il Ciclope, le Sirene, Circe, il ritorno a Itaca e la vendetta contro i pretendenti. Il poema viene semplificato e trasformato in un’avventura romantica, muscolare e accessibile, nella quale l’astuzia di Ulisse convive con l’energia fisica di Kirk Douglas.
Il risultato non è il più filologicamente rigoroso, ma rimane l’adattamento classico per eccellenza: ricco, compatto e capace di trasformare la nostalgia del ritorno in autentico spettacolo cinematografico.
4. Odissea (1968)
La miniserie Rai diretta da Franco Rossi, con il contributo di Piero Schivazappa e Mario Bava, rappresenta ancora oggi uno dei punti di riferimento assoluti tra le trasposizioni di Omero.
Trasmessa nel 1968 in otto puntate, fu la prima grande produzione televisiva Rai realizzata a colori. Il tempo concesso dal formato seriale permise di conservare episodi, personaggi e passaggi che il cinema aveva quasi sempre dovuto eliminare.
Bekim Fehmiu interpreta un Ulisse meno eroico e più tormentato rispetto a Kirk Douglas, mentre Irene Papas offre a Penelope una presenza austera e dolorosa. Il racconto procede con un ritmo solenne, lasciando spazio alla parola, al paesaggio e all’idea di un Mediterraneo arcaico nel quale il confine tra realtà e mito non è ancora stato stabilito.
Gli effetti oggi mostrano inevitabilmente la loro età, ma alcune soluzioni restano affascinanti. Il Polifemo, alla cui realizzazione contribuì anche Carlo Rambaldi, appartiene ormai alla memoria della televisione italiana.
Se Ulisse del 1954 è la versione più immediatamente spettacolare, l’Odissea del 1968 rimane probabilmente quella che restituisce meglio l’ampiezza, il respiro e la stratificazione del poema.
5. The Return of Ulysses to His Homeland (1973)
Questo titolo richiede una precisazione. The Return of Ulysses to His Homeland non è un normale film narrativo, ma la registrazione televisiva di una rappresentazione dell’opera di Claudio Monteverdi Il ritorno d’Ulisse in patria, messa in scena a Glyndebourne nel 1973 con la regia teatrale di Peter Hall e ripresa per lo schermo da Dave Heather.
L’opera di Monteverdi adatta soprattutto la parte conclusiva dell’Odissea: il ritorno dell’eroe a Itaca, il travestimento da mendicante, la fedeltà di Penelope e la resa dei conti con i Proci.
La dimensione avventurosa viene quasi completamente abbandonata. Polifemo, Circe e le Sirene appartengono ormai al passato; ciò che conta è il riconoscimento, il recupero dell’identità e la riconquista della casa.
Pur restando legata alla grammatica della scena lirica, questa versione dimostra quanto il nostos, il ritorno, possa sostenere da solo un’opera intera. L’Odissea non è soltanto il catalogo delle prove affrontate da Ulisse, ma anche il racconto di ciò che accade quando il viaggiatore deve tornare a essere marito, padre e re.
6. Uliisses (1982)
Con Uliisses, il regista sperimentale tedesco Werner Nekes non offre una traduzione lineare del poema, ma un viaggio avanguardistico che intreccia Omero, il romanzo Ulisse di James Joyce e la storia stessa delle immagini in movimento.
Il titolo contiene già un gioco linguistico e suggerisce la natura stratificata dell’opera. Il protagonista moderno attraversa situazioni, corpi, spettacoli e dispositivi ottici in una struttura picaresca che trasforma l’odissea in un’esperienza percettiva.
Non si tratta quindi della versione da scegliere per conoscere la trama di Omero. Il film utilizza il poema come una mappa attraverso cui esplorare il desiderio, lo sguardo, il cinema e il continuo mutamento delle forme.
È il titolo più radicale della selezione, posto al confine tra adattamento, riscrittura e saggio visivo. La sua presenza è utile proprio perché mostra come l’Odissea possa essere tradotta non soltanto in eventi narrativi, ma anche in una forma: deviazione, incontro, perdita e ritorno.
7. Nostos – Il ritorno (1989)
Se l’opera di Werner Nekes smonta il poema attraverso la sperimentazione, Franco Piavoli ne recupera invece la dimensione più primitiva, sensoriale e interiore.
Nostos – Il ritorno segue Ulisse dopo la guerra di Troia, ma rinuncia quasi completamente alla narrazione convenzionale. I dialoghi sono sostituiti da una lingua inventata, ispirata a sonorità del greco antico, del latino e del sanscrito. A raccontare sono soprattutto il mare, il vento, i corpi, gli animali e i ricordi.
Il viaggio diventa un confronto con la natura e con la memoria. Le creature del mito non vengono presentate come attrazioni spettacolari, ma assorbite dentro un paesaggio che appare al tempo stesso reale e mentale. Il naufragio, la solitudine e il desiderio di casa assumono una forza quasi rituale.
Piavoli non illustra Omero: cerca di ritrovare l’emozione precedente alla parola scritta. Il suo Ulisse non è il sovrano astuto del kolossal, ma un corpo stanco che attraversa acqua, paura e rimorso.
È probabilmente l’adattamento meno adatto a chi cerca una ricostruzione completa del poema, ma anche uno dei più puri nel coglierne il cuore: il ritorno come bisogno fisico, memoria dolorosa e impossibilità di essere ancora l’uomo partito per la guerra.
8. L’Odissea (1997)
Alla fine degli anni Novanta, la televisione americana tentò nuovamente la strada del grande kolossal con la miniserie L’Odissea, diretta da Andrei Konchalovsky e interpretata da Armand Assante.
Prodotta da Hallmark Entertainment e American Zoetrope per NBC, la miniserie fu realizzata con un budget dichiarato di circa 40 milioni di dollari e un cast internazionale che comprendeva Greta Scacchi, Isabella Rossellini, Vanessa Williams, Bernadette Peters, Christopher Lee, Eric Roberts e Irene Papas.
Il formato in due parti permette al racconto di attraversare gran parte delle tappe fondamentali: la guerra di Troia, Polifemo, Eolo, Circe, il regno dei morti, le Sirene, Scilla e Cariddi, Calipso e il ritorno a Itaca.
Rispetto alla miniserie Rai, il tono è più apertamente fantastico e avventuroso. Creature, divinità ed effetti speciali occupano uno spazio centrale, secondo il gusto televisivo degli anni Novanta. Alcune soluzioni visive sono inevitabilmente invecchiate, mentre l’interpretazione molto enfatica di Assante può risultare divisiva.
Resta tuttavia una delle versioni più complete, accessibili e spettacolari dell’Odissea. La regia di Konchalovsky vinse inoltre un Emmy, confermando l’importanza produttiva dell’operazione.
9. The Animated Odyssey (1998-2000)
La produzione conosciuta negli Stati Uniti come The Animated Odyssey nacque originariamente in Lituania come lungometraggio, The Destruction of Troy and the Adventures of Odysseus, prima di essere trasmessa da HBO nel 2000 come miniserie animata in quattro parti.
Gli episodi erano dedicati al cavallo di Troia, al Ciclope, a Circe e all’Ade, alle Sirene e infine al ritorno di Ulisse. L’obiettivo era rendere il poema comprensibile a un pubblico familiare senza rinunciare completamente alla violenza, all’oscurità e alla malinconia della vicenda.
L’animazione tradizionale alterna fondali pittorici, colori intensi e un gusto illustrativo lontano dall’estetica digitale contemporanea. La semplificazione narrativa è evidente, ma la divisione in episodi si adatta bene alla struttura originaria dell’opera.
L’Odissea è già, in fondo, una successione di racconti autonomi tenuti insieme dal viaggio di un unico protagonista. La serialità animata permette quindi di rivolgersi ai più giovani senza ridurre tutto a una corsa affrettata tra mostri e prodigi.
10. Mission Odyssey / L’Odyssée (2002-2003)
L’ultimo titolo della selezione non è un film, ma una serie animata franco-tedesca di 26 episodi. Conosciuta come Mission Odyssey e in alcuni mercati semplicemente come L’Odyssée, reinterpreta le avventure di Ulisse per un pubblico infantile e adolescenziale.
La serie parte dal ritorno dell’eroe dopo la vittoria sui Troiani, ma amplia liberamente il viaggio, moltiplicando creature, prove e deviazioni rispetto al testo. Posidone assume il ruolo di antagonista ricorrente e la struttura episodica trasforma il poema in una lunga avventura fantasy.
È la versione meno fedele tra quelle considerate dirette, ma mantiene personaggi, destinazione e principali ostacoli del racconto omerico. La sua importanza risiede soprattutto nella capacità di tradurre l’Odissea nel linguaggio dell’animazione seriale dei primi anni Duemila.
Ulisse non è più soltanto un eroe della letteratura scolastica, ma il protagonista di una serie d’avventura costruita su cliffhanger, mostri e missioni settimanali. La semplificazione è radicale, ma testimonia ancora una volta l’elasticità del materiale originale.
Perché l’Odissea è così difficile da adattare
L’Odissea sembra perfetta per il cinema: contiene un eroe celebre, mostri, divinità, tempeste, seduzioni e una sanguinosa resa dei conti finale. In realtà, la sua struttura pone problemi enormi.
Il poema non procede come un moderno racconto d’avventura. Quando la storia comincia, Ulisse è già lontano da casa da molti anni. Una parte fondamentale del viaggio viene narrata retrospettivamente dallo stesso protagonista, mentre interi libri sono dedicati a Telemaco, Penelope, ai Proci e alla situazione politica di Itaca.
Manca inoltre un unico antagonista facilmente identificabile. Posidone ostacola Ulisse, ma non è costantemente presente; ogni isola introduce un pericolo diverso e molte prove nascono dai difetti dello stesso eroe: orgoglio, curiosità, desiderio e incapacità di rinunciare alla propria fama.
Ridurre il poema a un’avventura contro i mostri significa perderne la riflessione sulla memoria, sull’identità e sul costo del ritorno. Privilegiare esclusivamente la dimensione interiore, però, rischia di cancellare il piacere del racconto e la sua inesauribile capacità di produrre immagini.
Ogni adattamento è quindi costretto a scegliere il proprio centro:
- lo spettacolo, come nell’Ulisse del 1954;
- la completezza e la fedeltà, come nello sceneggiato Rai del 1968;
- l’avventura fantastica, come nella miniserie del 1997;
- l’esperienza interiore, come in Nostos;
- la sperimentazione, come in Uliisses;
- la divulgazione, come nelle versioni animate.
Qual è il miglior adattamento dell’Odissea?
Una risposta assoluta è impossibile, perché le opere perseguono obiettivi troppo diversi. È però possibile distinguere alcuni primati.
Per importanza storica, L’Odissea del 1911 rimane essenziale: dimostrò molto presto che il cinema italiano poteva affrontare un classico monumentale e distribuirlo come spettacolo internazionale.
Per forza iconografica e intrattenimento, Ulisse del 1954 conserva un posto privilegiato. Kirk Douglas, Silvana Mangano e il Ciclope appartengono ormai all’immaginario del peplum.
Per completezza e fedeltà al poema, la miniserie Rai del 1968 resta difficilmente superabile. Il formato televisivo, la solennità della regia e il volto tormentato di Bekim Fehmiu le permettono di restituire il tempo lungo del viaggio.
Per ricerca cinematografica, Nostos – Il ritorno è il titolo più personale. Piavoli non racconta semplicemente le avventure di Ulisse, ma cerca la sensazione della distanza, della perdita e del desiderio di casa.
Per accessibilità moderna, la miniserie del 1997 rimane una buona introduzione: ampia, avventurosa e costruita per accompagnare lo spettatore attraverso quasi tutte le tappe principali.
Dieci Ulisse, nessuna versione definitiva
Dal cortometraggio illusionistico attribuito a Méliès all’animazione televisiva dei primi anni Duemila, ogni epoca ha costruito il proprio Ulisse.
Il cinema muto lo ha trasformato in spettacolo delle meraviglie. Il kolossal del dopoguerra ne ha fatto un eroe muscolare. La televisione lo ha riportato alla complessità del poema. Il cinema d’autore ha scoperto nel suo viaggio una meditazione sulla natura, sulla memoria e sull’impossibilità di tornare davvero identici a casa.
Nessuno di questi adattamenti esaurisce l’Odissea, ma ciascuno ne illumina una parte. È forse questa la ragione per cui il poema continua a essere trasposto: Ulisse non appartiene a una sola forma, perché la sua identità nasce proprio dal movimento, dalla trasformazione e dal racconto che offre di sé agli altri.
Ogni nuova versione è costretta a ripartire da capo, scegliendo cosa salvare, cosa sacrificare e quale significato attribuire alla parola “ritorno”. E dopo oltre un secolo di immagini, il viaggio verso Itaca continua a non avere una forma definitiva.
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