Olivia Cooke su Netflix, in questo horror spiritico che aveva terrorizzato le sale nel 2014
28/10/2026 news di Team Digital
Analisi del film horror del 2014 con Olivia Cooke: la tavoletta spiritica diventa un portale maledetto tra vivi e morti.

Ci sono giochi che sarebbe meglio non fare. O quantomeno, non senza delle ferree regole da rispettare. La tavola Ouija appartiene a quel territorio oscuro dove curiosità e pericolo si toccano, dove il confine tra divertimento innocente e incubo soprannaturale si fa sottilissimo. Il film Ouija del 2014, diretto da Stiles White e disponibile su Netflix, porta sullo schermo proprio questa ambiguità: cosa accade quando si infrange la prima, fondamentale regola della comunicazione con i morti?
La storia ruota attorno a Laine, interpretata da Olivia Cooke, e alla sua amica d’infanzia Debbie, che hanno sempre giocato con la tavoletta spiritica fin da bambine. Ma quello che per anni è stato un passatempo apparentemente innocuo si trasforma in tragedia quando Debbie, ormai diciottenne, ritrova la vecchia Ouija e commette l’errore fatale: giocare da sola. Mai giocare da soli. È la prima regola, quella che tiene chiuso il varco tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Debbie la infrange, guardando direttamente nella tavoletta, e ciò che vede la turba a tal punto da spingerla a gettare l’oggetto nel fuoco. Ma la tavola Ouija ha una caratteristica inquietante: non si distrugge facilmente. Quella sera stessa, Debbie la ritrova intatta nella sua camera. E non resiste alla tentazione di usarla ancora. Il giorno dopo, la trovano impiccata con un filo di luci natalizie. Un suicidio che non convince nessunoì. La tavola Ouija non è un semplice gioco da tavolo: è una porta tra dimensioni.
E dall’altra parte non c’è sempre chi speriamo di trovare. Nel caso specifico, lo spirito che comunica attraverso la tavoletta non è Debbie, ma un’entità malevola che ha fatto di quello strumento il suo canale per raggiungere il mondo dei vivi. Un demone che ama comunicare, che cerca il contatto, che si nutre di quell’attenzione. Il film, arrivato in Italia nel gennaio 2015, fa parte di quella corrente di horror soprannaturali che ha caratterizzato il cinema del decennio scorso.
Ouija ha avuto un successo commerciale superiore alle aspettative, tanto da generare un prequel. Il film del 2014 resta comunque un prodotto paradigmatico dell’horror adolescenziale moderno: giovani protagonisti, una minaccia legata a un oggetto apparentemente innocuo, segreti del passato. Ma al di là delle convenzioni di genere, Ouija tocca qualcosa di più profondo: la curiosità umana verso l’ignoto, il desiderio di comunicare con chi abbiamo perso, la convinzione che esista qualcosa oltre la morte.
La tavola Ouija, nella realtà come nel film, rappresenta questa ambiguità. Prodotto commerciale nato alla fine dell’Ottocento e diventato popolare nel corso del Novecento, è gioco da salotto e strumento esoterico. Per alcuni è solo cartone e plastica, effetto ideomotorio che trasforma i movimenti inconsci delle dita in messaggi apparenti.
Per altri è una porta autentica verso dimensioni oscure, uno strumento da maneggiare con estrema cautela o, meglio ancora, da evitare. Il film gioca su questa duplicità. Fino all’ultimo, si potrebbe pensare che tutto sia frutto di suggestione, di elaborazione del lutto. Poi la realtà soprannaturale esplode in tutta la sua evidenza, e ciò che era gioco diventa minaccia concreta, tangibile, letale.
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