Voto: 4.5/10 Titolo originale: Ice Cream Man , uscita: 03-08-2026. Budget: $5,500,000. Regista: Eli Roth.
Ice Cream Man, recensione: Eli Roth serve un horror estremo, ma sotto il sangue c’è ben poco
28/10/2026 recensione film Ice Cream Man di William Maga
Il regista di Hostel e Thanksgiving trasforma un tranquillo sobborgo in un massacro orchestrato da bambini. Tra trovate splatter e provocazioni gratuite, però, la sceneggiatura non regge il confronto con l'inventiva delle uccisioni

Con Ice Cream Man, Eli Roth torna all’horror sanguinario che ne aveva definito la carriera ai tempi di Cabin Fever e Hostel. Dopo Thanksgiving, il regista sceglie una premessa ancora più provocatoria: trasformare un gruppo di ragazzini in assassini spietati e affidare loro una successione di massacri sempre più elaborati. Il risultato, però, mette in evidenza un limite ricorrente del suo cinema: l’inventiva nella rappresentazione della violenza non è accompagnata da un’analoga attenzione alla costruzione del racconto.
La vicenda si svolge a Bayleen Bay, una cittadina americana apparentemente tranquilla, dove arriva un enigmatico gelataio interpretato da Ari Millen. I bambini che assaggiano i suoi gelati cadono sotto un’influenza misteriosa e cominciano ad aggredire gli adulti. Tra i pochi immuni c’è Jared (Charlie Zeltzer), un ragazzino intollerante al lattosio, che cerca di sopravvivere insieme ad alcuni amici e alla sorella maggiore Lizzie (Sarah Abbott).
L’idea iniziale possiede un potenziale interessante. Roth ambienta la storia in un microcosmo suburbano dai colori vivaci, tra scuole, villette e attività ricreative. È un’America da cartolina, costruita sull’immagine rassicurante dell’infanzia, che il regista trasforma improvvisamente in uno scenario di violenza indiscriminata.
Il contrasto funziona soprattutto sul piano visivo. Gli assassini sono bambini che conservano l’aspetto e i comportamenti della loro età, ma impiegano oggetti quotidiani per compiere atrocità. La familiarità degli ambienti e degli strumenti rende le aggressioni ancora più disturbanti, mentre l’apparente innocenza dei responsabili rovescia le aspettative dello spettatore.
Il riferimento più immediato è Grano rosso sangue, ma vengono in mente anche Il villaggio dei dannati e, inevitabilmente, il più recente Weapons. Roth condivide con questi film l’idea di un’infanzia trasformata in minaccia collettiva, senza però svilupparne con altrettanta convinzione le implicazioni psicologiche o sociali.
Bayleen Bay, infatti, dovrebbe rappresentare una comunità attraversata da tensioni già presenti prima dell’arrivo del gelataio. Il bullismo subito da Jared e alcuni riferimenti al disagio adolescenziale suggeriscono un ambiente meno idilliaco di quanto sembri. Ma sono indizi che raramente acquistano consistenza drammatica: la violenza esplode, senza che il film riesca a chiarire cosa stia davvero portando alla luce.
È nelle sequenze splatter che Ice Cream Man rivela la propria ragione d’essere. Roth mette in scena mutilazioni, decapitazioni e aggressioni grottesche, cercando continuamente di superare l’effetto della scena precedente. Il coinvolgimento di assassini giovanissimi accentua la componente trasgressiva: non conta soltanto ciò che viene mostrato, ma chi lo compie.
Alcune trovate possiedono un umorismo macabro efficace. Altre sembrano progettate esclusivamente per provocare disgusto. Il problema emerge quando l’accumulo sostituisce la suspense. I personaggi vengono introdotti troppo rapidamente per suscitare partecipazione, e le loro morti finiscono per assomigliarsi nella funzione narrativa, anche quando differiscono per modalità.
Roth aveva trovato un equilibrio migliore in Thanksgiving, dove la violenza si inseriva in una struttura slasher riconoscibile e in una satira delle dinamiche consumistiche. Qui, invece, la sceneggiatura scritta con Noah Belson procede per episodi, collegando le sequenze sanguinose attraverso dialoghi spesso artificiosi e situazioni poco sviluppate.
Nemmeno la confezione visiva riesce sempre a compensare queste debolezze. Alla fotografia volutamente accesa si accompagnano effetti digitali che, in diversi momenti, riducono la concretezza fisica delle mutilazioni. È una contraddizione significativa per un regista che ha costruito parte della propria identità sull’impatto materiale dell’orrore.
Nella parte conclusiva, Ice Cream Man tenta di attribuire un significato più ampio alla carneficina. Emergono riferimenti ai segreti della comunità, alle responsabilità degli adulti e alla sfiducia verso le istituzioni. Il passato del gelataio dovrebbe collegare la furia dei bambini a una forma di vendetta contro il mondo che li ha preceduti.
Ma questa dimensione arriva troppo tardi e attraverso spiegazioni che appaiono insufficienti. Il film sembra voler denunciare l’ipocrisia degli adulti senza aver costruito un contesto abbastanza articolato da sostenere l’accusa. La ribellione infantile rimane così una provocazione visiva più che un conflitto autentico.
Persino l’umorismo, elemento indispensabile per evitare che una premessa tanto assurda diventi involontariamente ridicola, oscilla tra trovate riuscite e battute grossolane. Il gelataio di Millen possiede una presenza inquietante, ma resta soprattutto un dispositivo narrativo incaricato di mettere in moto la violenza.
Il confronto con Terrifier è inevitabile: anche Damien Leone costruisce il proprio cinema attorno a uccisioni eccessive, ma la figura di Art il Clown conferisce agli omicidi una riconoscibile dimensione performativa. In Ice Cream Man, al contrario, manca un principio altrettanto forte capace di trasformare la successione delle atrocità in uno spettacolo dotato di progressione.
Ice Cream Man conferma quindi la capacità di Eli Roth di concepire immagini disturbanti, ma anche la sua difficoltà nel trasformare una provocazione in un racconto compiuto. L’idea dei bambini assassini offre possibilità satiriche e orrorifiche che il film sfrutta soprattutto nella loro manifestazione più immediata: il massacro.
Chi cerca uno splatter sfrenato troverà alcune sequenze memorabili. Chi si aspetta la tensione, l’ironia e la costruzione narrativa che avevano reso convincente Thanksgiving rischia invece di rimanere deluso. Perché, una volta esaurita la sorpresa di vedere dei ragazzini massacrare gli adulti, Roth non trova abbastanza idee per rendere interessante ciò che accade tra un’uccisione e l’altra.
Nei cinema italiani il 29 ottobre.
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