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Titolo originale: 鉄男, uscita: 01-07-1989. Budget: sconosciuto. Regista: Shinya Tsukamoto.

Un oscuro scrutare | Tetsuo: carne e metallo

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Un film denso e stratificato, che pone il corpo come progetto solido ma incompiuto, grazie alla visionarietà di un regista geniale, Tsukamoto Shin'ya.

Tetsuo (鉄男; Tetsuo, The Iron Man nella versione internazionale, 1989) è un film diretto, scritto, prodotto, interpretato, fotografato e montato da Tsukamoto Shin’ya. Girato con un budget bassissimo, quasi misero, amplia le idee di un precedente mediometraggio dello stesso Tsukamoto, Le avventure del ragazzo del palo elettrico (Denchu kozo no boken, 1987), che narrava di un ragazzo sulla cui schiena cresce appunto un palo elettrico e vincitore del Gran premio al PiaFF (importante Festival di Tokyo che è spazio di confronto e sponsorizzazione per giovani cineasti), cosa che spinse il regista giapponese a una produzione totalmente indipendente.

Tetsuo si apre con un uomo (Tsukamoto Shin’ya), senza nome, che inserisce una barra di metallo dentro una ferita che ha nella coscia. Poco dopo, accortosi di un’infezione gravissima, corre in strada, ma viene investito da una macchina. I due passeggeri, un salaryman giapponese (Taguchi Tomorowo) e la sua fidanzata (Fujiwara Kei), vogliono nascondere il corpo in un bosco, ma dopo essersi fermati notano che l’uomo li osserva, quindi decidono di confondergli i ricordi compiendo un rapporto sessuale. La vendetta dell’uomo però non tarda ad arrivare: un mattino il salaryman si sveglia e nota di avere uno spillo di metallo che gli spunta dalla guancia. Da qui le vicende si dipaneranno in maniera assurda e schizofrenica fino al finale pre-apocalittico.

C’è da dire subito una cosa: Tsukamoto distrugge la linearità narrativa, spezzettando il racconto in varie sequenze più o meno autonome, che scorrono sul binario comune della fusione tra carne e metallo. Avendo un numero limitatissimo di dialoghi, le immagini riescono a dire tutto o quasi, colpendo più volte lo spettatore allo stomaco e innestandogli, è proprio il caso di dirlo, un senso di inquietudine e repulsione lungo tutto il minutaggio, iscrivendo la pellicola nel filone del cyberpunk-horror. Partiamo dal lato tecnico. Il film è girato in bianco e nero, un bianco e nero grezzo ma ovviamente d’impatto, reso alla perfezione da un’illuminazione espressionista: luci che tagliano in due stanze, corridoi e volti a indicare la scissione interna e esterna dell’individuo dalla realtà delle cose. Il montaggio è rapido, sincopato mentre le inquadrature si fanno instabili e i movimenti di macchina frenetici, caratteristiche della regia che Tsukamoto amplierà poi in tutte le sue pellicole successive. Interessanti sono anche gli accelerati, utilizzati spesso per “aumentare l’adrenalina” dell’occhio, e qualche breve sequenza in stop motion, un mix che dimostra come il regista giapponese possa cimentarsi con qualsiasi tecnica cinematografica uscendone da maestro. I temi principali del lungometraggio sono anche la colonna portante della filosofia di Tsukamoto e ritorneranno ciclicamente nella sua filmografia.

La riduzione dell’uomo a ingranaggio è quello più evidente. La società giapponese, dell’annichilimento costante dell’individuo sul posto di lavoro, ne ha fatto un marchio di fabbrica, per usare un gioco di parole. Il singolo si muove quasi sempre per un Bene superiore, che sia l’azienda o il Paese. L’autore spinge al limite la sua visione già di per sè negativa, facendo trasformare materialmente il tipico impiegato d’ufficio in un uomo metallico, che prima si disgusta e poi fa di tutto per disgustare, per tagliare i ponti con l’Altro, per chiudere il proprio cerchio e isolarsi nella propria insoddisfazione ma alla fine goderne. Un altro tema fondamentale è il rapporto tra dolore e esistenza. L’uomo che si vede all’inizio, che possiamo chiamare Feticista del Metallo, e che poi tornerà alla fine, è simbolo di quello stato di pensiero per cui provare dolore sia l’unico modo per sentirsi vivi, per sentirsi realmente facenti parte di un mondo ormai solamente materialistico. Alla vista della ferita marcia, ormai infettata dai vermi, l’uomo impazzisce; mentre alla fine del film, quando avrà imparato a gestire il metallo, e quindi la sofferenza, sarà virtualmente invincibile, pronto a tutto. Questa tematica va di pari passo con quella della riscoperta del corpo come elemento fondante della vita umana, mostrato anche dalle sequenze più d’impatto del film, come la mutazione del membro del salaryman in una trivella, oppure la visione allucinatoria dello stesso, in cui viene brutalmente abusato dalla fidanzata per mezzo di un tubo d’acciaio serpentino che pare avere vita propria.
L’incomunicabilità è un altro dei temi che spicca, soprattutto nel rapporto tra i personaggi, che non riescono a comunicare se non attraverso la fisicità e le sue pulsioni più estreme, da quelle sessuali a quelle violente. Memorabile la scena in cui il salaryman, sentendo un telefono squillare, risponde: dall’altro capo risuona una voce femminile. I due non faranno altro che ripetere “moshi moshi” (pronto?) per qualche decina di secondi, che però sembrano interminabili, enfatizzando la tragica situazione di dialogo interrotto.

Il finale di Tetsuo, come già accennato, pre-apocalittico, conferma la visione negativa e fatalista della società e dell’uomo di Tsukamoto: dopo un cruento scontro, i due uomini, entrambi ormai straripanti metallo da tutti i pori, si fondono in un solo essere, puntando ora alla distruzione e alla conquista del mondo. Tutto ciò sottolinea ancora una volta, definitivamente, la necessità di accettare il dolore: un dolore che deve essere uno dei fondamenti della vita per crescere e superare tutte le altre difficoltà, anche in una società malata e decadente.

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