Horror & Thriller

[recensione] Pitchfork di Glenn Douglas Packard

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Lo slasher d'esordio del regista e coreografo si rivela una maldestra mescolanza tra Hatchet e Fame - Saranno famosi

Nella ormai smodatamente affollata produzione di film indipendenti e a basso budget, in molti casi, per mancanza di mezzi o, ancor più di τέχνη, il risultato è piuttosto scadente, mal architettato, mal sceneggiato e, per completare, mal recitato e costruito a livello di filmico e profilmico. Pitchfork, peculiare pellicola d’esordio del coreografo Glenn Douglas Packard, si inserisce, con somma mestizia dello spettatore, nella suddetta nutrita categoria, aggiungendo oltre a tutto un tocco di eccentrica stramberia canora e ballerina all’insieme, che già di per sé perplime alquanto.

pitchfork-posterAnzitutto, è necessario specificare che si tratta di un horror, o almeno così è stato venduto l’involucro, che tuttavia non contiene essattamente ciò che ci si aspetterebbe dalle immagini e dal trailer diffusi, ma che esula in uno sconfortante kitch, per un minutaggio esasperantemente lungo, tanto da far scorare anche il più paziente degl’animi. La pellicola principia come lieta scampagnata, che al contempo si rivela essere finalizzata al ricongiungimento familiare, il cui protagonista è Hunter Killian (Brian Raetz), ballerino gay rifiutato dal padre becero e reazionario, Wayne (Derek Reynolds), che per stringere nuovamente un rapporto con lui ben decide di palesarsi nella fattoria di famiglia con l’intero e piuttosto promiscuo corpo di danza, per la gioia del genitore che certo sarà estasiato dalla variopinta collettiva. D’altro canto, quale miglior modo di appianare i contrasti con un agricoltore un poco ottuso e legato alla tradizione se non portargli un gruppo di giovani ospiti rampanti – e piuttosto maleducati ad essere sinceri -, che lo giudicano e motteggiano a casa sua. Tuttavia, sconvolgentemente, il patriarca non prende il forcone (sarebbe potuto essere tranquillamente lui stesso a conferire il titolo) e la comitiva si mette a suo agio nella nuova, temporanea residenza.

E’ trascorsa già una decina di minuti e, costretto a sorbirsi dialoghi mal scritti che vorrebbero tradurre la travagliata psicologia del personaggio principale e i suoi problemi di outing (siamo decisamente oltre il confine estremo della più becera banalizzazione di cliché), colui che malauguratamente abbia deciso di guardare Pitchfork, è ancora in attesa che una sola goccia di sangue cada, ma purtroppo per il tapino, ciò non avverrà per molto tempo… Ambientato nelle campagne americane, quello che ci si aspetterebbe essere semplicemente l’ennesimo film appartenente alla lunga e cospicua filiazione di Un tranquillo weekend di paura (Deliverance, 1972), declinato all’horror un po’ come la serie – trash, ma con onore – degli Hatchet, si rivela qualcosa di molto di più, e non è affatto un bene…

Pitchfork 2Il regista, che ha un passato come coreografo di diversi film e una certa fascinazione per Michael Jackson (ha lavorato tra gli altri in Michael Jackson: 30th Anniversary Celebration), sembrerebbe avere un incontrollabile monomania per il ballo. Il risultato? Ficcare a forza in uno slasher diverse sequenze da Fame – Saranno famosi, in cui tutti, ridenti e divertiti danzano all’unisono sopra le note di canzoncine coutry-commerciali. Se spontaneo sorge il quesito di come possano integrarsi nello svolgimento siffatti intramezzi musicati, la risposta è assai semplice: non vi riescono affatto, anzi. A ciò si aggiunge poi il fatto che la lieta festicciola sia stata organizzata in poche ore nel fienile di famiglia al grido di “barn dance!” e, a questo punto, impossibile è non replicare: qual modo migliore per riappacificarsi con il severo patriarca da parte del figliol prodigo?

Intanto è in tal maniera trascorsa una mezzora, su per giù, e ormai s’è persa ogni speranza di assistere a un qualche sgozzamento, anzi s’insinua il dubbio di aver pescato un qualche strambo musical. Quand’ecco che, gaudio e tripudio, i toni da felice comune ballerina si chetano per lasciare finalmente il passo a un po’ di sano gore. Anche qui la scena è un po’ grottesca, e non è del tutto certo che lo sia consapevolmente: il padre distrattamente sta controllando sotto al letto della figlia Jenny (e sorellina di Hunter interpretata da Addisyn Wallace) per tranquillizzarla e alle fatidiche parole: “non ci sono mostri nella tua camera”, un forcone lo trafigge. Il tanto atteso momento di svolta è giunto, l’idilliaco quadretto si colora di sangue e si palesa un simpatico e peculiare autoctono con un forcone per arto a mo’ d’uncino. Lo strambo figuro indossa una maschera fatta dalla pelle d’un qualche roditore con pelliccia (un grosso ratto di campagna o qualche specie ad esso imparentata) ricordando alla lontana una versione cresciuta dell’infante boschivo di Cub – Piccole prede. Psicologicamente parecchio di disturbato e proattivo nell’infilzamento con la sua appendice puntuta, compare dal nulla per germinazione spontanea sotto il letto della bionda pulzelletta, pronto a un ingresso plateale e chiamato (come sovradescritto), per poi aggirarsi con somma lena, e una buona dosa di ubiquità, a squartar giovinastri chiassosi (per qualche arcano motivo predilige i cittadini e i loro consanguinei).

Pitchfork 3Se tuttavia giunti fin qui, si fa strada la speranza che ormai Packard abbia abbandonato le velleità di costruzione delle psicologia dei protagonisti, sciaguratamente si tratta solo di un miraggio. L’incedere del killer non pone fine al susseguirsi di posticce problematiche sentimentali delineate con un livello di approfondimento e verisimiglianza davvero miserrimi. La fiera dello stereotipo tardo-teen avanza, tra una dichiarazione di gravidanza, un fidanzato fedifrago che tradisce la propria diletta con l’amica alquanto smaliziata, con conseguente dozzinale litigio, e così via… Simultaneamente anche la controparte slasher non brilla per inventiva nelle situazioni orrorifiche o realizzazione delle stesse. Si tratta anche qui di qualcosa di già visto mille volte, tra inseguimenti in mezzo alla boscaglia di notte alla Venerdì 13 e assalti di un assassino mascherato, una versione contadineggiante e meno convincente di Leatherface, le cui vittime tuttavia il più delle volte subiscono passivamente una sonora “inforcatura”, a cui segue un profluvio di liquido rossastro, ossia il sangue, versato dalla testa a mo’ di lavata. In pochi casi si va oltre, qualche tortura inconcludente qua e là, ma è del tutto assente anche solo una parvenza di collante che possa tenere insieme il multivariato e cozzante complesso (è possibile vedere tutto il meglio già nel trailer, il resto è noia…).

Decisamente deludente, quindi, Pitchfork riesce a incarnare insieme tutti i difetti del solito b-movie che a scarsità di mezzi abbina una ancor più parca originalità, e a proporne di nuovi, nel suo infelice tentativo di maggior descrizione interiore (per quanto sì si possa chiamare visto i risultati), risultando banale, confuso e incongruente, oltre che recitato in modo agghiacciante…

Fonte: YouTube

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