Un mondo fantasy invaso dagli orchi, ma non sono loro i veri cattivi: questo cult tratto da un videogioco è in Top 10 su Netflix
21/05/2026 news di Andrea Palazzolo
Tratto da uno dei più grandi videogiochi della storia, questo film fantasy è tornato su Netflix e andrebbe riscoperto.

Nel 2016 Duncan Jones ha portato sul grande schermo l’universo di Warcraft e le aspettative erano enormi. Il franchise Blizzard contava milioni di giocatori in tutto il mondo, pronti a vedere finalmente materializzarsi Azeroth in carne, ossa e pixel. Eppure, nonostante un’accoglienza internazionale sorprendente con 433 milioni di dollari incassati fuori dagli Stati Uniti, il film ha raccolto solo 47 milioni nel mercato americano e un mesto 29% su Rotten Tomatoes.
La storia prende le mosse dal regno di Azeroth che si trova ad affrontare l’invasione degli Orchi, guerrieri in fuga dal loro mondo morente, Draenor. Gul’dan, crudele stregone orco, guida il suo popolo attraverso un portale dimensionale utilizzando la magia oscura, la Fauce. Dall’altra parte, il comandante Anduin Lothar, il re Llane Wrynn e il mago Medivh devono proteggere la loro civiltà da questa minaccia esistenziale. Ma non tutto è bianco o nero: Durotan, nobile guerriero orco del clan dei Lupi Bianchi, inizia a dubitare dei metodi di Gul’dan, mentre Garona, mezzorca prigioniera, diventa un ponte fragile tra due mondi destinati a scontrarsi.
Duncan Jones, reduce dal successo di Moon e Source Code, ha affrontato la sfida con ambizione titanica. La sua visione prevedeva non un semplice adattamento, ma la costruzione di una mitologia cinematografica complessa, stratificata, capace di rivaleggiare con Il Signore degli Anelli o Game of Thrones. Le riprese si sono svolte interamente in Canada, presso i Canadian Motion Picture Park Studios di Burnaby, in British Columbia, con un budget stimato di oltre 160 milioni di dollari.
Dal punto di vista tecnico, il film rappresenta un trionfo. La caratterizzazione degli Orchi attraverso il performance capture è di altissimo livello: Toby Kebbell nei panni di Durotan, Daniel Wu come Gul’dan e Rob Kazinsky nel ruolo di Orgrim donano umanità e profondità a creature interamente realizzate in CGI. I muscoli che si flettono, le espressioni facciali, la texture della pelle verde e cicatrizzata raggiungono standard mai visti prima nel 2016. Paradossalmente, è proprio qui che emerge il primo grande problema del film.
La controparte umana appare fiacca, sottoscritta, quasi bidimensionale. Travis Fimmel, che interpreta Anduin Lothar, porta in scena lo stesso carisma ruvido di Ragnar Lothbrok in Vikings, ma il copione non gli offre momenti davvero memorabili. Dominic Cooper nel ruolo del re Llane Wrynn e Ben Foster come Medivh recitano con professionalità, ma i loro personaggi sembrano archetipi presi da un manuale fantasy piuttosto che individui tridimensionali. L’unica eccezione parziale è Paula Patton nei panni di Garona, il cui design ibrido e la posizione liminale tra due culture offrono spunti interessanti, sfruttati però solo a metà.

Le ambizioni di Jones di trasformare Warcraft in una saga cinematografica si sono infrante contro i numeri americani. Universal Pictures e Legendary Entertainment hanno archiviato i piani per un sequel, nonostante il successo internazionale. Un finale aperto, pensato per preparare il terreno a nuovi capitoli, è rimasto sospeso nel vuoto. La storia di Thrall, il figlio di Durotan salvato alla fine del film e destinato a diventare uno dei personaggi più iconici del videogioco, non verrà mai raccontata sul grande schermo.
Resta un film ambizioso, imperfetto, a tratti frustrante ma mai banale. Un’opera che ha osato costruire un mondo complesso in un’epoca in cui i blockbuster tendono alla semplificazione. Guardare Warcraft oggi su Netflix, a quasi un decennio dall’uscita, significa confrontarsi con un esperimento incompiuto. Un film che avrebbe potuto essere il primo capitolo di una saga memorabile e che invece rimane un monolite solitario, testimone di un’ambizione troppo grande per il suo tempo e per un mercato sempre meno disposto a scommettere sulla complessità narrativa. Gli Orchi di Duncan Jones meritavano un destino migliore. E forse anche noi come spettatori.
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