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Voto: 5.5/10 Titolo originale: Mother Mary , uscita: 16-04-2026. Budget: $20,000,000. Regista: David Lowery.

Mother Mary, recensione del film A24 che trasforma il pop in un incubo gotico

15/05/2026 recensione film di Gioia Majuna

Anne Hathaway e Michaela Coel guidano il divisivo e visionario psicodramma di David Lowery

Anne Hathaway film Mother Mary (2026)

Con Mother Mary, David Lowery firma per A24 il film più ambizioso, estremo e probabilmente più divisivo della sua carriera. Un’opera che mescola melodramma psicologico, horror metafisico, musical pop e cinema d’autore in un’esperienza volutamente destabilizzante, capace di alternare momenti di autentica ipnosi visiva ad altri in cui il racconto sembra smarrirsi dentro le proprie ossessioni simboliche.

Il regista prende il mondo delle popstar contemporanee e lo trasforma in qualcosa di quasi religioso: un universo fatto di idolatria, dolore performativo, culto dell’immagine e annullamento personale. Al centro della storia c’è Mother Mary, superstar globale interpretata da Anne Hathaway, chiaramente ispirata all’immaginario di icone come Lady Gaga, Madonna, Beyoncé e Taylor Swift.

Dopo un evento traumatico che l’ha allontanata dalle scene, la cantante prepara il proprio ritorno con un concerto che dovrebbe rappresentare una rinascita artistica e personale. Per riuscirci, però, deve ritrovare Sam Anselm, la stilista che anni prima aveva costruito l’estetica e l’identità visiva della sua ascesa. Sam (una magnetica Michaela Coel), vive isolata in una grande tenuta inglese trasformata in atelier gotico, lontana dal mondo che aveva contribuito a creare. Tra le due esiste una relazione mai davvero spiegata fino in fondo: amicizia, dipendenza emotiva, collaborazione artistica e forse qualcosa di più profondo. La loro separazione ha lasciato rancore, ferite e un senso di abbandono che il film usa come motore emotivo dell’intera narrazione.

Per gran parte della durata, Mother Mary è quasi un corpo a corpo teatrale tra due donne incapaci di liberarsi l’una dell’altra. Mary arriva nella casa di Sam chiedendo semplicemente un nuovo abito per il concerto del ritorno, ma il vestito diventa subito un simbolo: non un costume di scena, ma il tentativo disperato di recuperare una versione autentica di sé stessa prima che il personaggio pubblico la consumi definitivamente.

Lowery costruisce così un film dove ogni dialogo, ogni sguardo e ogni movimento sembrano caricati di un significato ulteriore. I personaggi parlano continuamente di identità, arte, dolore, trasformazione e possessione, spesso con un linguaggio volutamente artificiale e astratto che può risultare affascinante oppure esasperante a seconda della sensibilità dello spettatore. È proprio qui che il film si divide: alcuni vedranno una riflessione potente sul prezzo della celebrità e sul rapporto tossico tra artista e immagine pubblica, altri soltanto un esercizio di stile troppo innamorato delle proprie metafore.

Anne Hathaway sorprende soprattutto nella dimensione fisica del personaggio. La sua Mother Mary non è la classica diva algida e irraggiungibile, ma una figura fragile, svuotata, quasi perseguitata dal peso dell’icona che è stata costretta a incarnare. Nei momenti musicali Hathaway riesce a essere credibile come popstar mondiale, specialmente nelle sequenze coreografate dove il film trova finalmente ritmo ed energia.

Alcune scene di performance sono tra le migliori mai viste recentemente in un film ambientato nel mondo della musica pop, grazie anche ai brani firmati da Jack Antonoff, Charli xcx e FKA twigs. Ma è Michaela Coel a dominare davvero il film. La sua Sam è glaciale, feroce, ironica e profondamente ferita. Riesce a dare peso anche ai silenzi e trasforma ogni scena condivisa con Hathaway in qualcosa di elettrico. Quando il film resta ancorato al rapporto umano tra queste due donne funziona benissimo; quando invece si abbandona completamente alla dimensione metafisica e simbolica rischia spesso di perdere equilibrio.

Anne Hathaway film mother maryLa seconda parte porta infatti Mother Mary dentro territori sempre più oscuri e surreali. Il film introduce elementi soprannaturali, sedute spiritiche, visioni e una misteriosa presenza legata al colore rosso che assume progressivamente il ruolo di trauma, fantasma e manifestazione fisica del passato.

Lowery trasforma il mondo del pop in una sorta di rituale esoterico dove l’arte diventa possessione e il concerto un atto quasi sacrificale. Alcune immagini sono straordinarie: corpi che si muovono come durante un esorcismo, tessuti che sembrano creature vive, luci da cattedrale pop e coreografie che ricordano insieme videoclip, horror psicologico e performance art.

Il problema è che sembra più interessato alle sensazioni che alla costruzione di un vero significato narrativo. Più procede, più diventa frammentato, ambiguo e difficile da interpretare, fino a un finale che lascerà molti spettatori spaesati.

Dal punto di vista estetico, però, Mother Mary resta impressionante. I costumi non sono semplici elementi scenografici ma vere estensioni emotive dei personaggi, la fotografia alterna atmosfere fredde e gotiche a esplosioni luminose da arena pop, mentre la regia costruisce continuamente immagini pensate per essere percepite più che comprese razionalmente. Lowery sembra voler raccontare la distanza tra la persona reale e il mito pubblico, mostrando come una popstar finisca lentamente divorata dalla figura che il pubblico desidera vedere. In questo senso il film funziona molto meglio come esperienza sensoriale e psicologica che come racconto tradizionale.

Mother Mary non è un film facile, lineare o accomodante. È eccessivo, pretenzioso, dispersivo e a tratti perfino irritante, ma anche uno dei pochi titoli recenti che prova davvero a costruire qualcosa di personale e rischioso all’interno del cinema americano contemporaneo. Alcuni lo considereranno un’opera visionaria destinata a diventare cult, altri un caos estetizzante incapace di dare forma concreta alle proprie ambizioni. La verità è che entrambe le letture convivono perfettamente dentro il film. Ed è probabilmente proprio questa contraddizione a renderlo così difficile da dimenticare.

Di seguito trovate il trailer:

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