Voto: 7/10 Titolo originale: L'ultimo squalo , uscita: 02-04-1981. Budget: $450,271. Regista: Enzo G. Castellari.
L’ultimo Squalo: il cult italiano che sfidò Spielberg e scandalizzò Hollywood
13/05/2026 recensione film L'ultimo squalo di William Maga
Tra plagio, cause legali e squali meccanici improbabili, il film di Enzo G. Castellari è diventato uno dei più folli e irresistibili cult del cinema exploitation anni ’80

Quando Lo Squalo di Steven Spielberg conquistò il mondo nel 1975, il cinema internazionale entrò immediatamente in una nuova fase. Hollywood aveva scoperto che il terrore marino poteva trasformarsi in un evento globale e, come spesso accade, decine di produzioni iniziarono a inseguire quel successo. Tra tutte le imitazioni nate in quegli anni, nessuna ebbe il coraggio, o forse l’incoscienza, di spingersi oltre quanto fece L’ultimo Squalo, diretto da Enzo G. Castellari nel 1981.
Distribuito all’estero con i titoli Great White e The Last Shark, il film diventò celebre non tanto per il suo valore artistico quanto per la clamorosa battaglia legale con Universal Pictures, che lo accusò apertamente di plagio nei confronti di Jaws e Jaws 2. La major americana riuscì perfino a bloccarne la distribuzione negli Stati Uniti, trasformando però involontariamente il film in un oggetto di culto destinato a sopravvivere nel tempo proprio grazie alla sua fama “proibita”.
La trama ruota attorno alla cittadina costiera di Port Harbor, pronta a ospitare una spettacolare regata di windsurf che rappresenta un evento fondamentale per il prestigio locale e per le ambizioni politiche di William Wells, candidato governatore deciso a non interrompere le celebrazioni nonostante i pericoli. Quando un gigantesco squalo bianco inizia ad attaccare abitanti e turisti, lo scrittore Peter Benton e il vecchio cacciatore di squali Ron Hamer cercano disperatamente di convincere le autorità a fermare tutto prima che la situazione degeneri.
Da qui prende una direzione chiaramente ispirata a Lo Squalo, recuperando molte dinamiche familiari agli spettatori: il politico che minimizza il rischio, il protagonista razionale che tenta di avvertire la comunità, il marinaio esperto modellato apertamente sulla figura di Quint e una serie di attacchi sempre più spettacolari che culminano in uno scontro finale esplosivo.
Eppure definire L’ultimo Squalo una semplice copia sarebbe riduttivo. Certo, le somiglianze sono evidenti e spesso perfino sfacciate, ma Castellari imprime al film un’energia completamente diversa rispetto a quella di Spielberg. Dove Lo Squalo costruiva tensione attraverso il silenzio, l’attesa e la paura dell’invisibile, L’ultimo Squalo sceglie la strada dell’eccesso continuo. La regia è aggressiva, piena di zoom improvvisi, movimenti frenetici e scene costruite per sorprendere anche quando il budget non permette grandi risultati. È un cinema istintivo, sporco, quasi anarchico, che non punta alla perfezione ma all’impatto immediato.
Lo squalo stesso diventa il simbolo perfetto di questo approccio. In alcune scene appare attraverso repertori documentaristici reali, in altre è chiaramente un modello meccanico rigido e poco convincente, mentre in certi momenti emerge dall’acqua come una gigantesca creatura di gomma quasi surreale. Il film non cerca mai davvero il realismo e, anzi, sembra divertirsi a superare continuamente i limiti della credibilità. Lo squalo trascina moli, distrugge reti, blocca eliche di barche e arriva perfino ad attaccare un elicottero in una delle sequenze più assurde e memorabili dell’intero cinema exploitation italiano. È proprio questa follia incontrollata a rendere il film ancora oggi incredibilmente affascinante per gli appassionati del genere.
Gran parte del fascino deriva anche dalla presenza di Vic Morrow nei panni di Ron Hamer. L’attore interpreta il personaggio con una serietà assoluta che contrasta magnificamente con il caos che lo circonda. Il suo marinaio consumato, chiaramente modellato sul Quint interpretato da Robert Shaw, diventa quasi una caricatura involontaria, ma riesce comunque a dominare ogni scena grazie a un misto di intensità, teatralità e accento traballante. James Franciscus, nel ruolo di Peter Benton, mantiene invece un approccio più classico e contenuto, cercando di dare credibilità a una storia che progressivamente abbandona qualsiasi contatto con la realtà.
La vera importanza di L’ultimo Squalo, però, va oltre il semplice intrattenimento. Il film rappresenta perfettamente un’epoca precisa del cinema italiano ed europeo, quando le produzioni di genere cercavano di competere con Hollywood attraverso velocità, creatività e faccia tosta. Negli anni Settanta e Ottanta l’industria italiana realizzava western, horror, polizieschi e film d’avventura ispirandosi apertamente ai successi americani, ma spesso riuscendo a sviluppare uno stile autonomo fatto di eccessi, intuizioni geniali e libertà creativa. In questo senso L’ultimo Squalo è molto più di un semplice rip-off: è il simbolo di un modo di fare cinema ormai quasi scomparso.
Col passare degli anni è stato rivalutato soprattutto dai fan dei cult movie e del cinema exploitation. Molti spettatori moderni non lo guardano per cercare suspense raffinata o effetti speciali convincenti, ma per lasciarsi trascinare dalla sua energia ingenua e fuori controllo. A differenza di tanti prodotti contemporanei volutamente trash e costruiti per diventare meme, L’ultimo Squalo appare sinceramente convinto della propria spettacolarità. Questa autenticità gli conferisce un fascino che molti shark movie moderni non riescono nemmeno ad avvicinare.
Il confronto con Lo Squalo resta inevitabilmente impietoso sul piano tecnico e narrativo. Spielberg realizzò un thriller praticamente perfetto, mentre Castellari costruì un B-movie rumoroso, caotico e spesso involontariamente comico. Ma proprio in questa differenza risiede il motivo per cui il film continua a essere ricordato. Lo Squalo è il capolavoro che ha definito il genere. L’ultimo Squalo è il cult sfacciato che ha cercato di inseguirlo senza alcun senso della misura.
Ed è forse proprio per questo che ancora oggi riesce a sopravvivere nella memoria collettiva. Non come grande cinema, ma come uno degli esempi più folli, sinceri e irresistibili del cinema di sfruttamento italiano.
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