Una coppia di poliziotti e un caso impossibile da risolvere: su Netflix il film che richiama Bad Boys
12/10/2026 news di Andrea Palazzolo
Tutto sul costoso film Netflix con Will Smith. Perché i critici l'hanno stroncato ma il pubblico lo ha premiato con milioni di visualizzazioni.

Quando Netflix decise di investire 90 milioni di dollari in Bright, le premesse sembravano quelle di un successo annunciato. Will Smith come protagonista, David Ayer alla regia reduce dal discusso Suicide Squad, un concept fantasy ambientato in una Los Angeles contemporanea dove umani, orchi ed elfi convivono tra tensioni razziali e criminalità. Un poliziesco urban fantasy con ambizioni da blockbuster, pensato per conquistare sia il pubblico mainstream che gli appassionati del genere. Il risultato, però, è stato uno dei casi più divisivi nella storia dei Netflix Originals.
Uscito il 22 dicembre 2017 in esclusiva sulla piattaforma di streaming, Bright ha immediatamente polarizzato critica e pubblico. Da un lato, un massacro quasi unanime da parte dei recensori professionisti: su Rotten Tomatoes il film si è fermato a un misero 26% di gradimento, mentre Metacritic gli ha assegnato appena 29 su 100. Dall’altro, un riscontro di pubblico decisamente più generoso, con 6,3 su IMDb e soprattutto numeri di visualizzazione che hanno convinto Netflix a confermare immediatamente un sequel.
La trama si sviluppa attorno alla coppia di poliziotti formata da Daryl Ward, interpretato da Smith, e Nick Jakoby, un orco sotto pesante trucco prostetico affidato a Joel Edgerton. Jakoby è il primo orco nella storia ad entrare nella polizia di Los Angeles, e questo gli vale l’ostilità tanto dei colleghi umani quanto della sua stessa comunità. Durante un turno di pattuglia, i due si imbattono in Tikka, un’elfa in possesso di una bacchetta magica: un artefatto di potere immenso che può essere maneggiato solo dai “Bright”, individui dotati di particolari capacità. Chi non lo è e tenta di toccare la bacchetta si polverizza all’istante.
L’idea di base non manca di fascino. Immaginare un mondo dove le creature tolkeniane sono sopravvissute fino ai giorni nostri, integrandosi nella società moderna con tutti i conflitti che questo comporta, offre spunti narrativi interessanti. Gli orchi occupano il gradino più basso della scala sociale, vittime di pregiudizi sistemici e segregati nei quartieri più degradati. Gli elfi, al contrario, costituiscono un’élite ricca e potente. Una metafora nemmeno troppo velata delle dinamiche razziali che attraversano la società americana.
Il problema è che Ayer sceglie di giocare questa carta in modo incredibilmente superficiale. Il sottotesto sul razzismo viene appena accennato attraverso battute e situazioni che ricalcano pedissequamente il cliché del buddy cop movie, senza mai sviluppare davvero la complessità del mondo che ha costruito. È come se il regista avesse preso l’universo narrativo di Shadowrun o di un qualsiasi gioco di ruolo urban fantasy, lo avesse svuotato di profondità e ci avesse infilato dentro l’ennesimo poliziesco action con sparatorie, inseguimenti e dialoghi che alternano cinismo e battute ironiche.
Sul piano tecnico, l’impegno produttivo è innegabile. Il trucco prostetico degli orchi è convincente, così come la ricostruzione di una Los Angeles alternativa dove insegne elfiche luminose convivono con graffiti e degrado urbano. Il budget si vede nella cura dei dettagli visivi, negli effetti speciali, nella fotografia cupa e desaturata che Ayer predilige. Ma la confezione patinata non basta a mascherare la mancanza di sostanza narrativa.
In un’epoca dove le visualizzazioni contano più dei giudizi critici, dove un film può essere considerato vincente anche con recensioni disastrose purché generi ore di visione sulla piattaforma, i parametri tradizionali vacillano. E forse è proprio questo il vero lascito di Bright: non tanto il film in sé, quanto la dimostrazione che nel mondo dello streaming le regole del gioco sono cambiate, nel bene e nel male.
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