Voto: 5/10 Titolo originale: Victorian Psycho , uscita: 11-11-2026. Regista: Zachary Wigon.
Victorian Psycho, recensione: Maika Monroe diventa una governante assassina, ma il suo bagno di sangue non convince
18/10/2026 recensione film Victorian Psycho di William Maga
Nel nuovo horror gotico di Zachary Wigon, la protagonista di Longlegs e It Follows terrorizza una famiglia aristocratica nell'Inghilterra vittoriana. Un Grand Guignol visivamente ricercato che non riesce a trovare il giusto equilibrio tra satira, follia e violenza

Dopo essere stata perseguitata da presenze inquietanti in It Follows e Longlegs, Maika Monroe passa dall’altra parte dell’orrore. In Victorian Psycho, interpreta una governante psicopatica che semina il terrore nell’Inghilterra dell’Ottocento. Diretto da Zachary Wigon e adattato da Virginia Feito dal proprio romanzo, il film promette una feroce combinazione di horror gotico, commedia nera e critica sociale. Il risultato, tuttavia, è un’opera dalle intuizioni interessanti che non riesce a sfruttare pienamente il proprio potenziale sovversivo.
Nel 1858, Winifred Notty (Monroe) arriva a Ensor House, un’imponente residenza nello Yorkshire, per occuparsi dell’educazione dei figli dei ricchi coniugi Pounds, interpretati da Jason Isaacs e Ruth Wilson. Il piccolo Andrew (Jacobi Jupe) è destinato a ricevere un’istruzione impeccabile, mentre la sorella Drusilla (Evie Templeton) viene trascurata perché considerata inadatta a qualsiasi ambizione intellettuale.
Winifred, però, nasconde un passato costellato di morti e sparizioni. Dentro di lei sembra abitare una presenza oscura, che chiama Fred e alla quale attribuisce i propri impulsi più violenti. Quando qualcuno minaccia di rivelare i suoi segreti, la governante comincia a eliminare chiunque ostacoli i suoi progetti, trasformando la rispettabile dimora aristocratica in un teatro di atrocità.
L’idea di partenza possiede un’indubbia forza provocatoria: una donna apparentemente subordinata alle rigide gerarchie sociali dell’epoca diventa la principale minaccia per l’ordine costituito. Winifred non è la classica governante tormentata dai segreti di una dimora gotica, ma la figura che introduce il male al suo interno.
Il film rovescia così le convenzioni di racconti come Jane Eyre e Il giro di vite, sostituendo alla protagonista vulnerabile una sorta di Patrick Bateman vittoriana. Anche la famiglia Pounds, del resto, rappresenta un’aristocrazia moralmente corrotta, dominata da privilegi, ipocrisia e misoginia.
La disparità educativa tra Andrew e Drusilla offre uno degli spunti satirici più efficaci, mentre le allusioni al passato depravato della famiglia mettono in discussione la rispettabilità della classe dominante. Tuttavia, questa possibile lettura politica rimane superficiale: Winifred non agisce secondo una logica di rivalsa sociale, ma esercita una violenza indiscriminata che finisce per svuotare la satira di qualsiasi direzione precisa.
Il problema principale emerge fin dalle prime sequenze. Winifred viene presentata immediatamente come una creatura profondamente disturbata, attraverso sorrisi innaturali, movimenti nervosi e comportamenti grotteschi. Non esiste praticamente alcuna ambiguità sulla sua natura, né un progressivo deterioramento psicologico capace di alimentare la tensione.
Monroe affronta il personaggio con evidente dedizione, alternando sguardi assenti, improvvisi scatti e un’inquietante imitazione delle convenzioni sociali. Ma la sua interpretazione, complicata anche da un accento britannico poco naturale, appare spesso eccessivamente costruita.
Più efficaci risultano Jason Isaacs e Ruth Wilson, capaci di trasformare i coniugi Pounds in caricature dell’arroganza aristocratica. Anche i giovani Jacobi Jupe ed Evie Templeton offrono interpretazioni convincenti, soprattutto quest’ultima, che suggerisce una possibile affinità oscura con la governante. Thomasin McKenzie, nei panni della domestica Miss Lamb, rimane invece penalizzata da un ruolo poco sviluppato.
Visivamente, Victorian Psycho possiede una personalità riconoscibile. La fotografia di Nico Aguilar sfrutta grandangoli deformanti, prospettive insolite e movimenti di macchina eccentrici per rappresentare una realtà filtrata dalla mente instabile della protagonista.
Le scenografie di Jeremy Reed combinano eleganza vittoriana e decadenza gotica, mentre la colonna sonora di Ariel Marx amplifica l’atmosfera minacciosa. Visioni allucinatorie, simboli ricorrenti e dettagli macabri contribuiscono a costruire un universo nel quale la rispettabilità borghese nasconde una corruzione profonda.
Eppure, il film non decide mai fino in fondo se vuole spaventare o divertire. Le interpretazioni sembrano appartenere a registri differenti: dalla commedia grottesca alla parodia aristocratica, fino all’horror psicologico. Questa discontinuità impedisce alla tensione e all’umorismo nero di rafforzarsi reciprocamente.
La violenza è esplicita e comprende mutilazioni, omicidi e immagini volutamente disgustose, ma l’accumulo di sangue non produce automaticamente trasgressione. Le sequenze più estreme sorprendono inizialmente, salvo diventare prevedibili quando la narrazione continua a riproporre lo stesso meccanismo.
Il limite decisivo riguarda la costruzione drammatica. Avendo rivelato subito la natura assassina della protagonista, Wigon rinuncia al mistero senza sostituirlo con un conflitto altrettanto coinvolgente. Le motivazioni di Winifred vengono chiarite tardivamente e non bastano a dare profondità al suo percorso.
Anche il finale, che dovrebbe rappresentare il culmine della follia e della violenza, appare sorprendentemente trattenuto. La scelta di concentrarsi sul conflitto interiore della protagonista attenua proprio quella ferocia che aveva caratterizzato le sequenze precedenti. Soltanto la coda recupera un’inquietudine più sottile, vicina alla tradizione delle leggende gotiche.
Rispetto al controllo narrativo dimostrato in Sanctuary, Wigon sembra qui lasciarsi sopraffare dall’eccentricità del materiale. Victorian Psycho rimane un horror visivamente elaborato, sostenuto da un cast interessante e da alcune trovate macabre efficaci, ma incapace di trasformare la propria provocazione iniziale in qualcosa di realmente sovversivo.
Il paradosso è che, raccontando una donna che abbandona ogni freno morale, il film non trova mai il coraggio di abbandonare completamente i propri.
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