Voto: 5/10 Titolo originale: Company , uscita: 08-09-2026. Regista: Casey Affleck.
Company, recensione: Casey Affleck nasconde un horror soprannaturale dietro tre storie inquietanti, ma il mistero non basta
18/10/2026 recensione film Company di William Maga
Il nuovo film di Casey Affleck intreccia racconti gotici, omicidi e misteriosi sconosciuti attraverso epoche diverse. Un esperimento ambizioso, con Nick Nolte e Ben Mendelsohn, penalizzato da una narrazione eccessivamente macchinosa

Dopo il mockumentary I’m Still Here e il dramma postapocalittico Light of My Life, Casey Affleck torna alla regia con Company, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026. Scritto insieme al romanziere Ron Hansen, il film intreccia atmosfere gotiche, suggestioni western e orrore soprannaturale in un racconto sulla solitudine, la vendetta e il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere la propria esistenza. Un progetto formalmente ambizioso, ma appesantito da una costruzione narrativa che finisce per soffocare le sue intuizioni più interessanti.
La storia comincia nel Natale del 1975, quando una giovane sconosciuta, Evelyn (Emily Alyn Lind), si presenta durante una festa in una casa privata. Accolta dagli ospiti, racconta una vicenda ambientata nel 1953, quando un anziano eremita (Nick Nolte) riceve nella propria baita isolata la visita di Alice (Caylee Cowan), una ragazza misteriosa che gli propone a sua volta un’altra storia.
Quest’ultima conduce agli inizi del Novecento, tra le montagne del Colorado, dove i coniugi Emmett (Scoot McNairy) e Rebecca (Adelaide Clemens) offrono ospitalità a Caleb (Atticus Affleck), un giovane vagabondo dal comportamento enigmatico. Nel frattempo, una serie di brutali omicidi sconvolge la comunità, attirando i sospetti del vicino Kleinschmidt (Ben Mendelsohn). Le tre vicende, apparentemente indipendenti, nascondono connessioni destinate a emergere progressivamente.
Company adotta una struttura a incastro, simile a una matrioska narrativa, nella quale ogni racconto introduce il successivo, spostando continuamente l’azione tra epoche e personaggi differenti. Affleck recupera così la tradizione delle storie dell’orrore raccontate davanti al fuoco, costruendo un universo popolato da viandanti misteriosi, abitazioni isolate, superstizioni e violenze inspiegabili.
L’immaginario richiama il gotico americano e il western crepuscolare, con un’evidente affinità estetica con L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik, interpretato dallo stesso Affleck e tratto dal romanzo di Ron Hansen.
Le ambientazioni montane, gli interni illuminati dal fuoco e la fotografia dominata da ombre e tonalità fredde contribuiscono a creare un’atmosfera malinconica, sospesa tra realismo storico e suggestione fiabesca. Tuttavia, la ricercatezza visiva non trova un equivalente nella solidità della ricostruzione d’epoca, talvolta indebolita da costumi e scenografie poco convincenti.
Il tema centrale emerge già dal titolo. Ogni storia ruota attorno all’incontro tra individui isolati e sconosciuti che chiedono di essere accolti. La compagnia diventa una promessa di conforto, ma anche una possibile minaccia: aprire la propria casa significa esporsi all’ignoto, affidandosi a qualcuno di cui non si conoscono le intenzioni.
Attraverso queste relazioni, Affleck tenta di esplorare il rapporto tra solitudine e bisogno d’amore, intrecciandolo con riflessioni sulla perdita, sul perdono e sull’inutilità della vendetta. Sono temi che ricordano la sensibilità già dimostrata in Light of My Life, dove la paura di perdere una persona amata alimentava la tensione emotiva.
In Company, però, le idee vengono frequentemente esplicitate attraverso dialoghi filosofici e metafore insistite, anziché emergere naturalmente dalle azioni. I personaggi sembrano spesso impegnati a illustrare il significato delle proprie esperienze, trasformando il mistero in una successione di parabole dal tono eccessivamente solenne.
Il problema principale riguarda il ritmo. La struttura a incastro, inizialmente intrigante, diventa progressivamente un ostacolo: ogni nuovo racconto interrompe quello precedente, rinviando continuamente la risoluzione dei conflitti. La narrazione procede per digressioni, ripetizioni e lunghe conversazioni, mentre la tensione fatica a consolidarsi.
La parte ambientata agli inizi del Novecento costituisce il nucleo più interessante, grazie all’ambiguità di Caleb e alle inquietanti morti che circondano il suo arrivo. Ma anche qui il film indulge in dialoghi artificiosi e caratterizzazioni non sempre convincenti.
Scoot McNairy, Adelaide Clemens e Ben Mendelsohn conferiscono credibilità ai rispettivi personaggi, mentre Nick Nolte restituisce efficacemente la fragilità dell’eremita. Più incerta la prova di Atticus Affleck, figlio del regista, chiamato a sostenere un ruolo particolarmente complesso: la sua presenza possiede qualcosa di enigmatico, ma la recitazione risulta talvolta manierata, soprattutto nei passaggi più enfatici.
Soltanto nella parte conclusiva Company rivela pienamente la propria natura, introducendo una dimensione soprannaturale che modifica retrospettivamente il significato delle storie precedenti. Senza anticipare la rivelazione, è proprio qui che il film trova finalmente una prospettiva più originale, legando il passare dei secoli al dolore della perdita, alla memoria e alla possibilità del perdono.
Il problema è che questa svolta arriva quando il racconto ha ormai esaurito buona parte della propria capacità di coinvolgimento. Le implicazioni emotive e metafisiche rimangono appena abbozzate, mentre il finale suggerisce possibilità narrative più affascinanti di quelle effettivamente esplorate.
Company è dunque un horror gotico dalle ambizioni superiori ai risultati, visivamente suggestivo e sostenuto da alcuni interpreti efficaci, ma penalizzato da una sceneggiatura prolissa e da un ritmo eccessivamente contemplativo. Casey Affleck dimostra sensibilità per l’atmosfera e per i temi della solitudine e della perdita, senza però trovare una forma narrativa capace di valorizzarli.
Il paradosso è che un film costruito attorno al desiderio di accogliere qualcuno finisce per tenere lo spettatore costantemente a distanza, custodendo troppo a lungo il proprio segreto e rivelandolo quando ormai è difficile sentirsi davvero coinvolti.
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