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Cineocchio Dossier – L’altro cinema belga (Parte III)

di Nicola Altieri

Il viaggio nel cinema fiammingo prosegue tra imprevedibili successi commerciali e l’affiorare di autori fuori dall’ordinario e senza compromessi

Un pubblico dal gusto vario ed esigente decreta il successo commerciale di film dalla forte personalità

loftOltre 1.150.000 biglietti staccati, su un bacino di 6.000.000 di potenziali spettatori, han fatto di Loft (The loft, 2008) il film fiammingo più visto di tutti i tempi ma anche, dato ben più importante, il film belga più visto di tutti i tempi. Qualcosa con cui fare inevitabilmente i conti, specie considerando la sua natura di thriller morboso eppure elegante e rigoroso, caratterizzato da vicende e incastri che costringono lo spettatore a immergersi nelle pieghe di personaggi ognuno con il proprio scheletro nell’armadio, fino a un finale inatteso e un twist di indubbio fascino. Poco importa se la regia geometrica e levigata del primo terzo di film, che tenta mirabilmente di seguire le architetture in cui i fatti si svolgono, si smarrisca pian piano, appiattendosi in una pur efficace accademia. Lo straordinario successo del 4° lungometraggio di Erick Looy, che già aveva avuto un discreto risultato commerciale con l’altro buon thriller De Zaak Alzheimer (The Alzheimer Case, 2003), ha dimostrato sia al pubblico che all’industria la possibilità di realizzare anche nelle Fiandre dell’ottimo cinema di genere e intrattenimento ma al tempo stesso ha palesato l’estrema varietà sia della produzione che soprattutto del gusto fiammingo medio.

ben x Nick BaltazarSolo un anno prima infatti era stato campione di incassi il coraggioso e assai personale Ben X (Ben X, 2007) di Nick Baltazar, il racconto dell’odissea di disadattamento e dolore di un teenager affetto dalla sindrome di Asperger, vessato dai propri compagni e rinchiuso in un mondo virtuale fatto di giochi di ruolo. Un’opera prima ambiziosa, probabilmente troppo, che se narrativamente non va molto oltre una visione romanticamente e a tratti superficialmente “emo”, visivamente e stilisticamente ha la capacità, seppure solo in dei flash, di provare nervosamente a disegnare quello che probabilmente è impossibile disegnare. Un Cinema sofferto e vitale proprio nel descrivere il vuoto e l’angoscia del non voler più vivere, del non saper vivere.

Il talento deviato di Pieter Van Hees

dirty mind posterIn quegli stessi anni si affaccia nelle sale il talento deviato e senza compromessi di Pieter Van Hees, che con Linkeroever (Left Bank, 2008) dà vita a un contorto e malato thriller dalle profonde venature horror. Tra sette secolari, disagio metropolitano e sessualità come unico mezzo espressivo si dipana un cinema materico e carnale che si insinua nelle viscere del corpo dei suoi protagonisti, risorgendo a un’inevitabile ma nient’affatto rincuorante nuova vita. In una fotografia oscura nasce, esplode e si eclissa nel dolore un amore irrazionale e fagocitante che sembra dare un senso al vuoto finendo poi per annullare il tutto. Primo capitolo, dedicato al corpo, di una trilogia antologica denominata “Anatomia dell’amore e del dolore” a cui seguirà Dirty Mind (2009), dedicato al cervello. Storia di un ragazzo timido e anonimo, un vero perdente che in seguito a un incidente si risveglia trasformato nello spirito, tanto da assumere la personalità di uno stuntman dalla vita eccitante e pericolosa. Tutti vogliono guarire la mente del ragazzo, tutti tranne lui, che sente di poter iniziare a vivere. Van Hees indaga i meandri del cervello umano come una scatola in cui noi stessi creiamo e disfiamo il nostro mondo di illusioni e delusioni, un marchingegno difettoso che nel suo momento di rottura e cortocircuito libera finalmente dai condizionamenti. Immaginazione e realtà si confondono nel non avere interesse su cosa realmente si è, ma impersonando ardentemente cosa si vuole essere.

linkreover Pieter Van HeesTrilogia conclusasi recentemente con Waste Land (2014), dedicato all’anima. Indossando i panni del più classico dei noir metropolitani, si configura in realtà come un viaggio dantesco nei meandri di tenebre personali e nazionali. Un poliziotto in progressiva crisi matrimoniale si ritrova a indagare un omicidio negli ambienti occulti della comunità congolese di Bruxelles, un’indagine che procede sempre più in profondità seguendo un andamento ellittico che affianca i cicli della gravidanza della moglie e genera un processo di destabilizzazione che risucchia in un abisso di ferocia e violenza tanto il protagonista quanto lo spettatore e coinvolge la storia del Belgio, costretto a specchiarsi in colpe secolari e confrontarsi con la drammaticità del presente. Un’opera sconcertante ma imprescindibile, ignorata all’estero, sebbene presentata al Toronto Film Festival, ma molto apprezzata in patria dove ha ricevuto ben 13 nomination su 14 categorie agli annuali premi del cinema fiammingo.

Quella del cinema fiammingo contemporaneo è una diversità e unicità rispetto all’intero panorama europeo che trova probabilmente il compimento massimo in personaggi deviati e immersi in vicende livide, avvolte da una cappa di dolore che è specchio di una deriva sociale e personale propria dell’Europa tutta ma che nelle Fiandre è rappresentata senza alcun freno e inibizione ed è assoluta protagonista dei due film più significativi tra quelli trattati: Rundskop (Bullhead, 2011) e De Behandeling (The Treatment, 2014), di cui parleremo diffusamente nell’ultimo paragrafo di questo dossier.

continua…

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