Voto: 6.5/10 Titolo originale: Golden Axe , uscita: 16-09-2026. Stagioni: 1.
Golden Axe, recensione: la serie Paramount+ trasforma il classico SEGA in una sfacciata parodia fantasy
29/09/2026 recensione serie tv Golden Axe di Marco Tedesco
Mike McMahan e Joe Chandler rispolverano il picchiaduro del 1989 con sangue, battute e una quantità quasi ossessiva di riferimenti ai videogiochi originali

Trasformare Golden Axe in una serie animata pone un problema abbastanza evidente: che cosa c’è davvero da adattare? Il picchiaduro SEGA del 1989 possedeva un’identità visiva immediatamente riconoscibile, ma trama e personaggi erano poco più che un pretesto per attraversare Yuria massacrando nemici. Mike McMahan (Star Trek: Lower Decks) e Joe Chandler (American Dad!) risolvono la questione non fingendo che dietro quei pixel esista una mitologia particolarmente sofisticata, bensì trasformando proprio quella semplicità nel motore della serie.
I dieci episodi disponibili su Paramount+ recuperano Ax Battler, Tyris Flare e Gilius Thunderhead e li rimettono sulle tracce dell’immancabile Death Adder. Il gruppo, però, si divide presto: Gilius (Matthew Rhys) finisce insieme all’aspirante eroe Hampton Squib (Danny Pudi), mentre Ax (Liam McIntyre) e Tyris (Lisa Gilroy) proseguono con Chronos “Evil” Lait (Carl Tart), proveniente da Golden Axe III. È una scelta che permette alla stagione di trasformarsi quasi nella struttura di un videogioco, con deviazioni, incontri assurdi e problemi da risolvere prima dello scontro successivo.
Il modello è evidente: Golden Axe parla il linguaggio della commedia animata contemporanea, con qualcosa di Rick and Morty e soprattutto di Lower Decks. Battute rapidissime, personaggi consapevoli dell’assurdità del mondo che abitano, violenza splatter e continue prese in giro delle convenzioni fantasy. All’inizio è persino troppo: l’insistenza sulla gag e un ritmo quasi isterico rischiano di trasformare Yuria nell’ennesimo universo fantasy incapace di prendere sul serio qualcosa per più di trenta secondi. Con il procedere degli episodi, però, il bombardamento rallenta e i personaggi cominciano finalmente a respirare.
La differenza fondamentale è che la serie prende in giro Golden Axe perché conosce molto bene Golden Axe. Non c’è disprezzo verso il materiale originale. Le pozioni ottenute prendendo a calci i piccoli Thieves, gli scheletri, Chicken Leg, Chronos e persino l’estetica a bassa risoluzione dei vecchi giochi diventano materiale comico. Uno degli episodi più riusciti arriva addirittura a ricreare direttamente l’immaginario videoludico originale. È una forma di autoparodia affettuosa: gli autori mostrano quanto fossero assurde certe meccaniche senza fingere che quell’assurdità sia qualcosa di cui vergognarsi.
Non tutte le deviazioni funzionano altrettanto bene. L’episodio dedicato ai piccoli esseri da prendere a calci, per esempio, prova contemporaneamente a renderli volgari macchiette da cartellino e a costruire dietro di loro una dimensione più sincera e malinconica. È una contraddizione che rivela uno dei limiti ricorrenti della serie: prima demolisce qualcosa attraverso la battuta e subito dopo pretende che lo spettatore torni a prenderlo emotivamente sul serio.
Funziona molto meglio il rapporto tra Gilius e Hampton. Il secondo parte come l’ennesimo aspirante avventuriero incapace, ma la sua crescita acquista progressivamente senso proprio attraverso Gilius. Il nano cinico scopre di dover fare qualcosa che nei videogiochi originali restava fuori campo: non soltanto essere un eroe, ma imparare a riconoscerne e formarne uno. Anche l’episodio che coinvolge i genitori di Hampton utilizza con intelligenza regole fantasy familiari – fantasmi, necromanzia, la Emerald Blade – senza barare con lo spettatore. La serie semina gli elementi necessari e permette persino di intuire prima della rivelazione chi sia realmente legato alla lama.
Matthew Rhys è infatti il vero centro dell’ensemble. Il suo Gilius è scorbutico, ostinato e magnificamente esasperato; Danny Pudi gli offre il contrappunto ideale con l’entusiasmo ingenuo di Hampton.
Tyris funziona invece perché la serie non la protegge dietro il ruolo della guerriera competente: è forte e spesso la più seria del gruppo, ma anche arrogante, competitiva e perfettamente capace di rendersi ridicola. Ax condivide parte di quella ottusità, tanto che quando i due viaggiano insieme le loro personalità finiscono talvolta per sovrapporsi.
Il punto più controverso rimane inevitabilmente il tono. Chi desiderava un adattamento sword & sorcery alla Conan il barbaro difficilmente accetterà questa versione. Ma sarebbe altrettanto ingeneroso liquidarla come una semplice parodia appiccicata sopra un marchio SEGA. Dietro le battute c’è una conoscenza sorprendentemente minuziosa della saga, fino a recuperare personaggi e dettagli dai capitoli meno celebrati. E quando smette di interrompere continuamente se stessa per fare una battuta, riesce persino a costruire qualche piccolo arco emotivo convincente.
Golden Axe non restituisce quindi la sensazione solenne che qualcuno potrebbe ricordare dalle proprie partite: restituisce piuttosto quanto quel mondo fosse già bizzarro, esagerato e derivativo. Non tutte le gag colpiscono e Death Adder, dopo essere stato costruito per un’intera stagione come minaccia definitiva, meriterebbe un epilogo più incisivo. Ma tra scheletri chiacchieroni, sangue, giganti, riferimenti per appassionati e una genuina simpatia per i suoi improbabili eroi, questa Yuria animata riesce progressivamente a trovare una propria identità. Non è il Golden Axe che ricordavamo: è probabilmente quello che può funzionare oggi senza fingere di essere mai stato qualcosa di più serio di ciò che era.
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