La serie dal creatore di Lost e di Jonathan Nolan che ha predetto l’uso attuale dell’intelligenza artificiale
20/09/2026 news di Andrea Palazzolo
Person of Interest ha anticipato nel 2011 i dilemmi etici sull'IA che viviamo oggi con ChatGPT. Analisi della serie visionaria.

Nel panorama delle serie televisive, raramente uno show trasmesso su un network tradizionale riesce a conquistare il prestigio riservato alle produzioni premium o ai contenuti delle piattaforme streaming. Eppure Person of Interest, il thriller fantascientifico andato in onda su CBS dal 2011 al 2016, ha sfidato ogni convenzione. Con un punteggio del 92% su Rotten Tomatoes a quasi un decennio dalla conclusione, la serie creata da Jonathan Nolan e prodotta da JJ Abrams non è solo un successo di critica: molte fonti autorevoli la considerano uno dei migliori show di fantascienza mai realizzati.
Ma cosa rende Person of Interest così speciale, soprattutto oggi, nell’era di ChatGPT, Google Gemini e dell’intelligenza artificiale che permea ogni aspetto della nostra vita quotidiana? La risposta sta nella sua capacità visionaria di anticipare domande morali, etiche e sociali che solo ora stiamo iniziando davvero a porci.
Al centro della narrazione troviamo Harold Finch, interpretato da Michael Emerson, un genio della tecnologia miliardario e solitario che ha sviluppato per il governo un programma informatico rivoluzionario. L’obiettivo era individuare minacce terroristiche prima che si concretizzassero. Ma Finch si rende presto conto che la sua creazione, chiamata semplicemente The Machine, potrebbe diventare un’arma pericolosa nelle mani sbagliate. Così inscena la propria morte, porta via il sistema e si nasconde.
Non vuole però che le potenzialità della Machine vadano sprecate. Rintraccia John Reese, un ex operativo della CIA e delle forze speciali interpretato da Jim Caviezel, ormai senza meta e ridotto a vivere come un vagabondo nelle strade di New York. L’offerta di Harold è semplice quanto seducente: aiutami a prevenire crimini usando questa tecnologia, e avrai una nuova possibilità di salvare vite. Per John, che ha perso tutto, è un’occasione di redenzione. Accetta.
The Machine è straordinaria ma non onnipotente. Raccoglie dati da innumerevoli fonti: telecamere di sorveglianza, microfoni, telefoni, database pubblici e privati. Analizza persone, eventi, comportamenti. Alla fine, restituisce due numeri di previdenza sociale. Uno appartiene a chi sta per commettere un crimine, il perpetratore. L’altro alla vittima, la persona in pericolo. A volte, il soggetto non rientra in nessuna delle due categorie, ma è comunque centrale in qualcosa che sta per accadere. Sono tutti “persone di interesse”.
Qui emerge il limite cruciale: per quanto intelligente, The Machine non può distinguere chi è chi. Spetta a John indagare, capire la situazione e intervenire prima che sia troppo tardi. I crimini che The Machine identifica non sono grandi minacce alla sicurezza nazionale, ma fatti minori, “irrilevanti” secondo la classificazione governativa. Per Harold, però, ogni vita conta. Se ha costruito qualcosa che può salvare persone, non può restare a guardare.
Person of Interest debuttò nel 2011, quando gli assistenti vocali erano rudimentali e l’idea di un’intelligenza artificiale conversazionale sembrava fantascienza. Anni prima di Google Gemini, di Alexa evoluta, di ChatGPT e del dibattito mainstream sull’elaborazione del linguaggio naturale, questa serie poneva domande fondamentali.
Guardare o riguardare Person of Interest oggi significa confrontarsi con una profezia che si è avverata. Una serie che ha saputo vestire da crime drama su un network generalista quello che era, in realtà, uno dei più lucidi e inquietanti trattati sulla tecnologia, il potere e la natura umana mai portati sul piccolo schermo.
© Riproduzione riservata




