Voto: 5/10 Titolo originale: Stranger Things: Tales from '85 , uscita: 23-04-2026. Stagioni: 2.
Stranger Things: Storie dal 1985, recensione della stagione 2: i mostri funzionano, la storia molto meno
18/09/2026 recensione serie tv Stranger Things: Tales from '85 di Gioia Majuna
Otto nuovi episodi, creature più fantasiose e un’animazione eccellente. Ma lo spin-off continua a scontrarsi con un limite difficile da aggirare: raccontare avventure di cui conosciamo già le conseguenze

Il problema della seconda stagione di Stranger Things: Storie dal 1985 non è che sappiamo già come andrà a finire. È che, per arrivare a quel finale che conosciamo, non può succedere quasi nulla di davvero importante. Lo spin-off animato di Netflix torna con otto episodi, nuovi mostri e un mistero più intrigante rispetto al precedente. Ma proprio mentre dimostra di avere ancora parecchie idee sul piano visivo, rende sempre più evidente la fragilità della propria premessa narrativa.
Siamo nel febbraio 1985, tra la seconda e la terza stagione della serie originale. A Hawkins si avvicina San Valentino: Mike cerca di capire come dichiararsi a Undici, Max e Lucas attraversano l’ennesima crisi, mentre Dustin vorrebbe soltanto che il suo Hawkins Investigators Club avesse finalmente qualcosa di paranormale su cui indagare. Il desiderio viene esaudito quando nei boschi compaiono strani fiori luminescenti, seguiti da creature simili a insetti e apparizioni spettrali che sembrano avere un legame con il passato della cittadina.
La nuova minaccia funziona soprattutto come spettacolo. Flying Bark Productions sfrutta l’animazione per dare forma a creature che non devono sottostare ai limiti della ripresa dal vivo: i fiori nascondono bocche mostruose, gli insetti brillano di un azzurro innaturale e le apparizioni trasformano i boschi innevati in un paesaggio da racconto di fantasmi. Anche le sequenze d’azione sono fluide, ben coreografate e spesso più inventive di quelle della prima stagione. La serie sa ancora costruire un’immagine inquietante e conserva il piacere elementare di vedere un gruppo di ragazzini partire in bicicletta per affrontare qualcosa che gli adulti non hanno nemmeno notato.
È quando l’azione si interrompe che emergono i problemi. Il San Valentino dovrebbe offrire l’occasione per approfondire le relazioni, ma Mike e Undici non possono compiere passi decisivi, così come Max e Lucas devono necessariamente ritrovarsi nella situazione sentimentale che conosciamo all’inizio della terza stagione. I loro conflitti finiscono quindi per assomigliare a variazioni di scene già viste, più che a esperienze capaci di modificarli. Persino quando vengono introdotte difficoltà personali, come quelle familiari di Max, lo sviluppo resta contenuto entro confini rigidissimi.
La stessa contraddizione investe la componente horror. Il mistero è più interessante e le nuove creature hanno un’identità visiva riconoscibile, ma sappiamo che nessuno dei protagonisti può riportare conseguenze incompatibili con gli eventi successivi. Non è soltanto una questione di sopravvivenza: un’invasione soprannaturale abbastanza grave da mettere Hawkins in pericolo dovrebbe lasciare tracce nella memoria dei personaggi. Invece, per rispettare la continuità, ogni nuova avventura deve essere abbastanza grande da sostenere otto episodi e abbastanza piccola da poter essere dimenticata subito dopo.
Il risultato è una successione di inseguimenti, combattimenti e salvataggi che, pur realizzati con notevole perizia, perdono progressivamente tensione. Anche la scelta di sviluppare un unico mistero per tutta la stagione finisce per accentuare la ripetitività. Un formato più episodico, con casi autonomi e avventure di durata ridotta, avrebbe probabilmente valorizzato meglio lo spirito da cartone animato del sabato mattina che Storie dal 1985 cerca di recuperare.
La figura che continua a offrire le possibilità più interessanti è Nikki Baxter. Non essendo presente nella serie originale, la ragazza può almeno suggerire l’esistenza di un percorso meno prevedibile. La sua integrazione nel gruppo funziona meglio rispetto alla prima stagione, ma nemmeno lei riceve tutto lo spazio necessario per trasformarsi in un autentico motore del racconto. Intanto, la marginalizzazione di Hopper, Joyce e degli altri personaggi più grandi priva Hawkins di quella dimensione corale che contribuiva a rendere coinvolgente Stranger Things: non c’erano soltanto ragazzini alle prese con i mostri, ma generazioni diverse che affrontavano lo stesso incubo da prospettive differenti.
Si può certamente apprezzare Storie dal 1985 come un’avventura autonoma, accettando che il suo obiettivo sia soprattutto riportarci per qualche ora accanto a personaggi familiari. In questa veste, l’animazione, il doppiaggio e l’inventiva delle creature offrono diversi motivi d’interesse. Ma la seconda stagione conferma anche quanto sia difficile costruire uno spin-off sulla semplice conservazione di ciò che il pubblico ha già amato.
Stranger Things funzionava perché, dietro ai mostri, raccontava personaggi destinati a cambiare. Storie dal 1985 può inventare tutte le nuove minacce che vuole, ma i suoi protagonisti devono restare esattamente dove li abbiamo lasciati. Ed è questo, più di qualsiasi creatura del Sottosopra, il vero ostacolo che la serie non riesce a superare.
Su Netflix dal 17 settembre.
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