9 ottobre 2016

[recensione da Sitges 49] The Eyes of My Mother di Nicolas Pesce

Il regista esordisce con un’opera in bianco e nero disturbante, capace di colpire gli spettatori con alcune delle sequenze più raggelanti mai viste sullo schermo

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9 ottobre 2016
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“Mai andare nella stalla,” avverte solennemente una donna il suo bambino a un certo punto del film. E’ una frase apparentemente estrapolata da una fiaba, e per tutto il suo intreccio molto adulto di sadismo e sensualità, The Eyes of My Mother mantiene una visione fanciullesca del pericolo mentre la protagonista diventa maggiorenne. La visione gotica del regista Nicolas Pesce evoca d’impronta La morte corre sul fiume di Charles Laughton. Nelle prime scene, intanto, la protagonista Francisca viene presentata nella sua forma adolescenziale con le fattezze della giovanissima Olivia Bond, che ricorda la Ana Torrent di Lo spirito dell’alveare; entrambi i film sondano la fascinazione dei bambini verso il mostruoso, anche se “Eyes” letteralizza il terrore nella stalla con molta più enfasi rispetto al classico del 1973 di Victor Erice.

Pesce utilizza un trucco strutturale che rimane vago all’inizio del film, aprendolo con un frammento isolato da un punto di gran lunga più avanti nell’azione – anche se il flash-forward funziona in modo efficace come ulteriore sfocatura di un racconto sospeso nel tempo e nell’identità. Sebbene l’opera sia divisa nettamente in tre capitoli – cripticamente intitolati “Mother”, “Father” e “Family” – essa è frapposta a un prologo fuori sincrono e disorienta con salti cronologici che non solo avvengono tra uno e l’altro capitolo, ma anche all’interno di ciascuno di essi, lasciando gli spettatori ad assemblare quello che è avvenuto nei passaggi non visti. La sceneggiatura scarna di Pesce non cerca di oscurare nulla, ma il suo modo tranquillo e ‘necessario’ di gestire alcuni drastici eventi drammatici potrebbe prendere qualcuno alla sprovvista.

the-eyes-of-my-mother-locandinaFrancisca è introdotta come una ragazzina naif con gli occhioni sgranati, in balia della madre portoghese (Diana Agostini), mentre le viene insegnata la leggenda di San Francesco d’Assisi – assorbendo un messaggio di dolce bontà verso tutte le creature che viene piuttosto bruscamente violato allorché la donna poco dopo, e con notevole sangue freddo, mostra alla figlia come sezionare un occhio di mucca sul tavolo della cucina (citazione palese di Un chien andalou). Veniamo a sapere, in quello che si rivela essere un dettaglio saliente, che la madre di Francisca era un chirurgo nella sua terra d’origine prima di dedicarsi alla vita agreste del Midwest degli Stati Uniti. Questa impressione già stranamente contaminata di infanzia bucolica prende una svolta significativa verso il peggio quando un allucinato sconosciuto (Will Brill) si palesa alla fattoria e, senza troppe cerimonie, compie un atto vizioso di violenza davanti all’impressionabile ragazzina.

E’ meglio non addentrarsi troppo nella conseguente escalation di torture e traumi – apparentemente derivante da questo incidente, oppure forse incorporati più profondamente nella storia personale della protagonista – per evitare spoiler, ma molto di quello che si vede è quanto di più disturbante visto su un grande schermo negli ultimi anni. Tuttavia, è giusto dire che Francisca cresce fino a diventare una giovane donna (l’attrice esordiente portoghese Kika Magalhaes), che possiede un’ingenua curiosità per tutto quello che riguarda il corpo e il desiderio pansessuale e una venatura brutale che corrompe la sua innocenza esteriore. Pesce si avventura negli sconvolgenti estremi della violazione e della sofferenza umana, pur mantenendo sempre presente un discorso psicologico abbastanza complesso, anche nei momenti più raggelanti del film, per respingere del tutto le accuse di exploitation o di torture porn. Portata in scena con una grazia sofferta dalla Magalhaes (che è una ex ballerina, fatto che le consente di impregnare il ruolo con una fisicità non comune), Francisca rimane perversamente simpatica, anche quando compie azioni tanto agghiacciantemente imperscrutabili.

In un film che spesso pone l’accento su ciò che si trova appena fuori dalla nostra sfera di conoscenza o dal campo visivo, Pesce con il suo stile rende sicuramente degna di essere vista ogni immagine che viene presentata sullo schermo. Taluni singoli fotogrammi, quali i cadaveri immersi in una vasca da bagno dall’acqua lattea o le impronte insanguinate spalmate sulla porta del frigorifero, si librano su un territorio da sogno (o da incubo) e si adagiano su un reame molto oltre la visione. Più che una mossa estetica ‘artistoide’, i contrasti profondi del bianco e nero, scelto per le riprese, servono a sospendere la narrazione di Pesce in una realtà che non sembra mai completamente definita.

A lavorare per lo stesso obiettivo sono poi le scenografie di Sam Hensen e una colonna sonora costruita su radicali inversioni soniche: i synth vivaci e i rumori del vento della partitura elettro-aliena di Ariel Loh spaziano disarmanti tra una selezione di lussureggianti ballate di fado portoghese, portando gli spettatori dentro e fuori la prospettiva distorta della nostra anti-eroina sull’orrore che si staglia di fronte a lei.

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[recensione da Sitges 49] The Eyes of My Mother di Nicolas Pesce
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Il regista esordisce con un'opera in bianco e nero disturbante, capace di colpire gli spettatori con alcune delle sequenze più raggelanti mai viste sullo schermo
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