11 novembre 2016

[recensione] Elle di Paul Verhoeven

Il controverso regista olandese torna sulle scene con un rape & revenge velato di solo apparente leggerezza, con una Isabelle Huppert mai così ambigua

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11 novembre 2016
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Elle di Paul Verhoeven inizia con un sorriso: un gattone grigio con gli occhi spalancati guarda fuori campo in direzione delle grida di un uomo e una donna in apparente gioia orgiastica. Subito dopo appare però quello che non si vedeva, che rivela un avvenimento molto più nefasto: una donna di mezza età, Michéle (Isabelle Huppert), sta venendo violentata da un aggressore mascherato sul pavimento del suo appartamento. Una volta che l’uomo si è precipitato fuori dalla porta, Michéle rimane semplicemente lì, a guardare il soffitto, e non è chiaro se sia traumatizzata o intrigata dall’accaduto. Così va il resto del film, una visione tipicamente sovversiva su un familiare dramma familiare da un maestro dello stravolgimento dei generi. Per la sua prima produzione in lingua francese – e suo primo lungometraggio in un decennio – il 77enne regista olandese realizza il lavoro più ‘contenuto’ di sempre, una dark comedy sugli impulsi sessuali e su altre passioni più vicina nella forma a Fiore di Carne del 1973 che a qualsiasi alta cosa abbia fatto dopo.

elle-poster-paul-verhoevenDi fronte alla sfida di mettere in scena una commedia spensierata sullo stupro, la Huppert impregna Michéle di un’ambiguità formidabile. Game designer maniaca del lavoro il cui padre serial killer è in carcere da anni, trascorre le sue giornate ad abbaiare contro i membri del suo staff, impegnandosi in una relazione con Patrick (Christian Berkel), il marito della sua migliore amica (Anne Consigny) e discutendo col giovane figlio (Jonas Bloquet), che si trova bloccato in un matrimonio senza futuro e non riesce a rimettersi in sesto. Il più grande ostacolo per Michele è rappresentato dalla esigente madre (Judith Magre), una diva che trascorre le sue giornate a letto con un uomo molto più giovane e agitandosi per le richieste di appello del marito omicida.

Con tutti questi nevrotici elementi in gioco, Michéle si ritrova al centro di un mondo trabboccante di ego che si scontrano e false digressioni. Adattata dall’omonimo romanzo di Philippe Djian, la sceneggiatura – co-scritta da Verhoeven e David Birke – pone molta enfasi sulla feroce personalità della protagonista workaholic come impatto della terribile home invasion sperimenta in apertura. Invece di dare l’allarme, tiene inizialmente l’incidente per se stessa, suggerendo così l’inquietante possibilità che il terribile momento abbia in qualche modo iniettato nuova energia nella sua vita. Verhoeven svela lentamente l’impatto fisico dello stupro su Michéle, mettendo in primo piano i suoi iniziali tentativi di bloccarlo. Immersa in una vasca da bagno piena di schiuma bianca, si accorge improvvisamente che una chiazza di sangue è emersa in superficie, ma la dirada; di notte, dorme però con un martello. Più tardi, una volta che ha trascorso altro tempo rimbalzando tra le varie ipersuscettibili persone che abitano il suo frenetico mondo, si ritrova a fantasticare sull’evento, che però è andato in modo diverso – e quando l’apparente aggressore comincia a scambiare messaggi con lei al cellulare e a entrare in casa sua quando lei è via, Elle dà alla sua protagonista la possibilità di concepire dopo il rape una forma di revenge. Alla fine otterrà la classica vendetta – ma non nel modo in cui ci si potrebbe aspettare.

elle huppertStuzzicando costantemente i piagnucolosi problemi della classe borghese della società francese, Verhoeven prende a prestito una pagina dal manuale di Michael Haneke, con il direttore della fotografia Stéphane Fontaine che illumina gli interni accentuando i noiosi ambienti dei sontuosi locali dove si svolge la maggior parte dell’azione. Dalla sua stanca relazione con Patrick al dolore che si accumula nei confronti di suo figlio, la vita di Michele è una sequenza di circostanze insoddisfacenti. Il contorto mistero del suo nuovo ammiratore le fornisce allora un’inaspettata occasione di fuga.

Elle non riesce a mantenere sempre un equilibrio intelligente tra la malizia e i confronti drammatici che lo rendono un’opera così accattivante e non convenzionale. Il suo odioso ensamble cresce fiacco e ridondante col passare dei minuti. I conflitti tra i personaggi coinvolti suonano spesso superficiali. Fortunatamente, la svolta feroce della Huppert e l’intento ben focalizzato rimangono al centro dell’accattivante storia, capace di offrire più di un twist affascinante. Dopo novanta minuti, l’identità del violentatore viene rivelata, garantendo a Verhoeven altri 40 minuti per lasciare che Michéle capisca come voglia agire a riguardo. L’atto finale è la risposta intellettuale a Cinquanta Sfumature di Grigio, un’ambiziosa dichiarazione circa la capacità di guarire le ferite psicologiche con il sesso violento.

Per Paul Verhoeven, un ritorno su questo terreno dà la misura di come la sua carriera abbia seguito qualunque fosse la direzione che consentisse il miglior sbocco alla sua feroce curiosità. Che si tratti di un atto antimperialista come in Starship Troopers, della storia d’amore nazista di Black Book oppure della distorta presa di posizione femminista di Elle, il regista raramente ha fallito quando ha deciso di prendere del materiale ‘comune’ e trasformarlo in un sagace trattato sui confini del politically correct. Nel caso di Elle, Verhoeven ha realizzato un racconto provocatorio sull’antidoto definitivo per la paura, che sta tutto nella capacità di trasformarla in qualcos’altro.

Di seguito il trailer ufficiale di Elle, che al momento non ha ancora una data di uscita italiana:

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[recensione] Elle di Paul Verhoeven
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Il controverso regista olandese torna sulle scene con un rape & revenge velato di solo apparente leggerezza, con una Isabelle Huppert mai così ambigua
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