4 maggio 2017

[recensione] Here Alone di Rod Blackhurst

Lucy Walters è protagonista di un dilatato zombie drama con poca azione e troppi dialoghi

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4 maggio 2017
Here Alone

Estremamente dilatato e riflessivo, Here Alone di Rod Blackhurst, vincitore del premio del pubblico al Tribeca Film Festival, è uno zombie movie indipendente e a budget limitato, con tutti i pregi e difetti che possono conseguirne.

Here Alone PosterLa storia, minimale, segue inizialmente la solitaria quotidianità, per un minutaggio piuttosto esteso, Ann (Lucy Walters) che sopravvissuta a un’epidemia misteriosa ora vive in mezzo ai boschi nella sua automobile, ad uopo mimetizzata con foglie e fango. Tra presente e passato, sono inseriti nella narrazione continui flashback, che mostrano come, in un periodo non ben definito, la situazione sia degenerata, lei, il marito e la figlia neonata abbiano lasciato casa loro e si abbiano iniziato a brancolare cercando di sopravvivere; è sin da principio chiaro che solo lei ce l’abbia fatta. Ad un tratto, Ann s’imbatte in una ragazzina, Olivia (Gina Piersanti) che cerca di scappare trascinando sotto braccio un uomo, Chris (Adam David Thompson), ferito alla testa e, dopo aver controllato che non siano infetti, decide di aiutarli, così per qualche tempo iniziano a vivere insieme e lei condivide con loro le sue provviste.

Questo è su per giù tutto il possibile sviluppo a cui assistiamo, il resto sono una successione di dialoghi e parecchie analessi, in cui ci vengono lentamente svelate le psicologie e i trascorsi dei personaggi. Virtù del film, come spesso accade in questo tipo di prodotti, è infatti l’attenzione che viene riposta nei moti interiori dei suoi protagonisti, c’è un latitente e disperato esistenzialismo da fine del mondo che si affronta da una prospettiva meno scontata della solito horror con aggressivi e voraci affetti da un virus letale. Chi quindi s’spettati, dato il soggetto, un pirotecnico susseguirsi di azione, inseguimenti e squartamenti alla Resident Evil (ovviamente il primo …) di Paul W. S. Anderson o alla 28 giorni dopo di Danny Boyle, ne rimarrà decisamente deluso. Allo stesso modo, se lo spettatore è speranzoso di poter assistere a un carnevale di zombie machilenti, dalle parvenze disgustose quanto inventive, con braccia mozze incancrenite e organi esposti alla The Walking Dead, altrettanto sarà il suo disappunto.

here alone Rod BlackhurstQuivi si tratta più che altro di un racconto altamente drammatizzato, a tratti lacrimevole, soprattutto nelle parti relative alle memorie tragiche della protagonista, a cui si somma una nota survival nella lunga sezione in cui lei compare da sola. Quest’ultimo aspetto, forse, è il più riuscito della pellicola: inventiva e intelligente è la descrizione delle missioni alla ricerca di cibo, in cui lei si ricopre di fango per celare il suo odore e attira i famelici infetti con un gioco parlante della figlia spalmato di sangue (da cui essi sono attratti e che fiutano da lontano); ancor più la doccia di urina per far perdere le proprie tracce, particolare piuttosto vomitevole, che tuttavia appare logico, in quanto contiene ammoniaca e coprirebbe perciò ogni odore. Non solo, sono ben approfonditi tutti quegli aspetti di mera sopravvivenza, dal cercare di procacciarsi del cibo cacciando, al freddo, alle possibili ferite, insomma tutte le difficoltà in cui si potrebbe incorrere in un simile disastroso scenario essendo rimasti del tutto soli.

Il resto tuttavia è piuttosto melenso, con quel piglio emotivo alla Io sono leggenda, di cui riprende per buona parte anche la questione dell’affrontare un isolamento prolungato, seppur in Here Alone non disseminato di soliloqui con un compagno canino, Ann è decisamente più ruvida e silenziosa del Robert Neville incarnato da Will Smith. Seguono le dinamica relazionali con i due sconosciuti, patrigno e figliastra, che lei accoglie compassionevole e, come sempre capita creeranno dei problemi. E’ proprio questo l’altro focus, l’altro polo d’interesse, l’evoluzione della complicata relazione tra i tre, con gelosie, incomprensioni, e scambi verbali che lasciano presagire un’ostilità repressa e strisciante, che ovviamente esploderà. Anche il carattere del girato in qualche modo richiama tale approccio, con riprese che seguono lente le azioni di ciascun personaggio, che rimandano evocativamente a qualcos’altro; esempio perfetto è la sequenza in cui Olivia si spalma la crema sulle spalle, con una coperta avvolta intorno al corpo, la mimica facciale e l’indulgere nell’operazione banale, lo spiare ciò che fuori avviene e il rimanere lì, a continuare il gesto lentamente, lascia presagire un malessere silente che con ogni probabilità verrà estrinsecato più tardi, con un tragico epilogo.

Here AloneDetto ciò, estremamente deludente è invece la componente horror, pressoché inesistente; non c’è alcuna tensione, né alcun momento in cui chi guarda sia realmente in ansia per ciò che viene messo in scena. A ciò si somma che gli infetti non rappresentino mai una reale minaccia, solo delle sparute comparse evanescenti e decisamente poco terrificanti. Inoltre li vediamo solo in una manciata di scene, in alcuni casi inseguono senza particolare mordente lo sfortunato di turno, negli altri sono intenti a mangiare materiale organico di vario tipo, scattosi e sporchi di fluidi vitali. Limitato all’osso, probabilmente anche per questioni di fondi o forse perché sono solo un mero meccanismo narrativo per esplorare altro, con una spruzzata di terriccio e sporco, qualche mossa sincopata in pieno cliché e un incedere ciondolante e sconnesso sono le uniche connotazioni a loro conferite; di certo al design e agli effetti pratici, e nemmeno gli zombie, sono è destinato particolare interesse, sebbene non si possa dire che siano realizzati in modo posticcio, solo gli si destina il minimo sindacale in termini di spazio nel minutaggio e di risorse visive, perché siano vagamente credibili, per il resto non hanno rilevanza, se non ancillare, nell’incastro.

Se, in conclusione, si è alla ricerca di uno zombie drama con poco sangue e molte parole, dove non succede pressoché nulla per la stragrande maggioranza dei 90 minuti di durata e che si basa su un cast molto molto limitato in numero, allora Here Alone può essere una buona alternativa, piuttosto intellettuale, all’approccio convenzionale al sottogenere. In caso invece si voglia qualcosa denso di suspense, buoni FX e che tenga in un costante stato di angoscia, allora meglio desistere …

Di seguito il trailer originale:

Articolo
Titolo
[recensione] Here Alone di Rod Blackhurst
Descrizione
Lucy Walters è protagonista di un dilatato zombie drama con poca azione e troppi dialoghi
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
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