The Movie Db/10
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24 luglio 2017

Recensione | Kuso di Flying Lotus

Un film che vuole provocare – e soprattutto schifare – il pubblico per portarlo a riflettere sul presente, ma il risultato non è sempre all’altezza delle intenzioni

24 luglio 2017

Vedendo l’esordio cinematografico del musicista Steven Ellison, meglio conosciuto al pubblico con il nome d’arte Flying Lotus (o FlyLo), tornano curiosamente alle mente le Cronache del Dopobomba di Bonvi, strisce a fumetti meno conosciute del notissimo Sturmtruppen, ma assolutamente memorabili, in cui l’autore emiliano raccontava con caustica irriverenza la vita dei superstiti a un olocausto nucleare, tra mutazioni genetiche raccapriccianti e un’umanità regredita allo stato ferale dell’homo homini lupus, coi personaggi disposti alle azioni più becere per riempirsi la pancia. Kuso racconta grossomodo la stessa cosa, attraverso l’accostamento di vignette purulente, dove tristi e disperati personaggi ricoperti da bolle vivono una grigia distopia. Il regista gioca la carta del disgusto estremo per tentare di costringere l’avventato spettatore (in molti al Sundance, dove è stato proiettato in anteprima, hanno lascito la sala prima dei titoli di coda) a cogliere la vera natura umana e a riflettere sulla società (americana soprattutto), ma il risultato dell’esperimento avanguardista è altalenante.

Kuso-PosterKuso non si può definire un vero e proprio film. E’ più una sequenza di disgustose immagini animate e narrazioni disparate (abbiamo tutto il campionario di liquidi corporei vari, dal pus, alle feci, allo sperma …) tenute insieme da una cornice fatta di brevi segmenti televisivi alternati a rumore statico a suggerire “lo zapping tra i canali”, diversi per tecniche ma simili per la vacuità e l’ossessione per la scatologia. Le vicende narrate si stanno svolgendo dopo un devastante terremoto che ha colpito Los Angeles. Tutti i superstiti hanno collo, labbra o fronte ricoperti da bolle, hanno piaghe e ferite aperte sul corpo. Una vera pestilenza, cui si aggiungono vermi, scarafaggi e creature frutto di mutazioni, che vengono gettati nel mucchio a sottolineare ulteriormente il degrado generale. Cercando di mettere ordine, la storia comprende: una giovane coppia che fa sesso estremo all’interno del loro appartamento, leccando a vicende il rispettivo pus e cantando canzoni; una donna più anziana che parla in giapponese e che cade in un “buco” dove viene terrorizzata da una ragazzina cattiva, poi dal suo mostruoso bambino; un uomo apparentemente affetto da sindrome di Down che “alimenta” una sorta di pianta carnivora gigante in un bosco fino a quando questa non produce una testa umana; una giovane donna che guarda la TV seduta sul divano in compagnia di due esseri ricoperti da pelliccia che ricordano peluche (immaginate Sulley di Monsters e Co.) e una televisione al posto della testa; infine la visita di quest’ultima a una clinica medica, dove un uomo con una disfunzione imbarazzante – non può sopportare la vista delle tette – viene “curato” (il ‘come’ lo scoprirete da soli se vorrete … sappiate che c’entrano uno sfintere e una sorta di grillo gigante …) da un “non-medico” interpretato dal musicista funk George Clinton.

State pensando a un’esperienza sensoriale disorientante, un qualcosa che incroci le visioni di Shin’ya Tsukamoto con The Greasy Strangler? Se la tecnica e la corrosività del girato fossero all’altezza, se ne potrebbe anche discutere. David Firth, già animatore della sensazionale serie web Salad Fingers e di Burnt Face Man, qui è co-sceneggiatore e attore, e cerca di imprimerne – senza la stessa forza e qualità però – lo stesso marchio di umorismo nero, ma l’indugiare su dettagli schifosi alla fine fa perdere di significato a ciò che si sta guardando, relegando in definitiva il film a una sequela di scenette create ad arte per offendere gli spettatori più sensibili. Certo non manca il merito di aver incollato insieme qualcosa di così vago in un lungometraggio, provando a dargli forma compiuta, così come un plauso va alla realizzazione delle sequenze animate nei modi più disparati (dall’argilla al computer, dai burattini al disegno manuale), che rimandano ai cartoni trasmessi nel segmento Adult Swim di Cartoon Network (a cui Flying Lotus ha non a caso collaborato).

Ci sono molti schermi televisivi in Kuso – il film inizia con una specie di cantante/imbonitore che sermoneggia sull’Apocalisse, avanzando poi tra spezzoni che ricordano i talk show e gli annunci anni ’80 delle pay-per-view – tutti comunque a suggerire una riflessione sul nostro presente, dal voyeurismo del cambio di canale casuale al modo in cui immagini di violenza e di catastrofi reali sono diventate di per sé una forma di pornografia virale. Se il film non fosse tuttavia così ingenuamente autoconsapevole, la visione risulterebbe oltremodo difficoltosa e non tanto per le nefandezze messe in scena. “Odio questo cazzo di film. Questa roba è spazzatura”, dice la ragazza sul divano all’alieno peloso doppiato da Hannibal Buress, guardando un uomo a cui vengono ripetutamente pugnalati i genitali. “Tossicamente scioccante”, esclama un coppia di presentatori TV incredula. Una nota di levità all’insieme che ne sfuma il potenziale eccessivamente ridondante e serioso.

KusoDal momento che Flying Lotus è sia un produttore musicale che un DJ (nonché nipote di Alice e John Coltrane), si potrebbe guardare a Kuso anche come a un lungo videoclip dalla colonna sonora pulsante, che include ThundercatAphex Twin, Akira Yamaoka, Busdriver e circa la metà dei brani dell’album inedito di FlyLo stesso. Le sonorità fanno da guida alla visione, offrendo sensazioni alternative da affiancare alle immagini che scorrono. E dal momento che la pellicola non ha alcuna pretesa di coesione narrativa, vedere Kuso come 4 o 5 cortometraggi a sé stanti, senza dar troppo peso alle esilissime trame e caratterizzazioni potrebbe giovare. Analogamente a Saló o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, gli aspetti più interessanti di Kuso non hanno nulla a che fare con il suo sadismo, quanto piuttosto con la tensione tra quel sadismo e i momenti occasionali di splendore visivo, che sembrano derivare da artisti dadaisti come Hannah Höch (o dalle animazioni cut-out di Terry Gilliam per i Monty Python) o contemporanei come l’australiano Leif Podhajsky.

In definitiva, traspare in qualche modo la volontà di Ellison di mescolare senza soluzione di continuità arte, musica e critica sociale per creare qualcosa che attraverso la repellenza porti lo spettatore a una riflessione più profonda dell’epoca in cui stiamo vivendo, ma la mancanza di coerenza lo rende indigesto anche ai più ben disposti verso il body horror estremo. Magari dopo due o tre visioni potrà pure cominciare a prendere forma, ma chi può essere tanto coraggioso?

Di seguito il trailer originale di Kuso:

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[recensione] Kuso di Flying Lotus
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[recensione] Kuso di Flying Lotus
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Un film che vuole provocare - e soprattutto schifare - il pubblico per portarlo a riflettere sul presente, ma il risultato non è sempre all'altezza delle intenzioni
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Il Cineocchio
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