The Movie Db/10
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6 dicembre 2017

Recensione | Black Mirror stagione 4, il futuro di Charlie Brooker che non angoscia più

Abbiamo visto in anteprima i 6 nuovi episodi, che purtroppo si discostano in negativo da quelle che dovrebbero essere le dinamiche e gli obiettivi ‘storici’ della serie

6 dicembre 2017

Era il 2011 quando per la prima volta, nel periodo natalizio, fu trasmessa su Channel 4 l’epocale e disarmante prima stagione di Black Mirror di Charlie Brooker, miniserie inglese che vagheggiava le diverse declinazioni di un inquietante futuro fin troppo a noi prossimo. Incubi radicati nel presente incentrati su tecnologie plausibili, la reale forza degli episodi dello show era quel terrificante senso di sospensione, quel vuoto esistenziale che minacciava un domani naturale realizzazione dell’oggi. Dal grottesco declinato al politico nel paradossale pilot, Messaggio al Primo Ministro (The National Anthem, 1×01), in cui il politico è costretto all’infausto accoppiamento con un maiale, al cinicissimo 15 milioni di celebrità (15 Millions Merits, 1×02), che in una distopia digitalista acuiva la vacuità degli attuali talent show rendendolo criterio assoluto e crudele di scalata sociale, fino al desolante Torna da me (Be Right Back, 2×01), in un modo o nell’altro i sei episodi della prima e seconda stagione (tre per ciascuna) sono capaci di colpire lo spettatore senza alcuna pietà, mostrando senza edulcorazioni il futuro che ci aspetta e facendo riflettere sul vuoto imperante che lo domina.

L’inizio del declino nella terza stagione

La tecnologia, dunque, era uno degli ingredienti fondamentali delle prime due stagioni di Black Mirror, ma non il solo; anzi, forse più di essa, era la narrazione caustica e scomoda, senza quelle ipocrite censure, senza vie di scampo o lieti fine, a rendere così vivido ed efficace l’abisso che la serie prospettava. Ebbene, pare che via via, di episodio in episodio, con la terza stagione – arrivate nel 2016, dopo tre anni di attesa – la pervasiva capacità di delineare annichilenti scenari venturi sia stata smarrita per strada, forse abbandonata volontariamente lungo la via, per dei più edificanti racconti a morale fin troppo scoperta, che a parte qualche tocco tecnologico poco hanno degli episodi originari. Rimane da domandarsi il perché da tale infelice inversione di rotta … Sarà forse la migrazione transoceanica, dalla vecchia e sagace Inghilterra alla meno problematica America ad aver determinato la negletta mutazione? Singolare pensare che sia così, dacché Brooker ha continuato a seguire lo show anche nei sei episodi (ciascuna) della terza e della più recente quarta stagione della serie, fatto che aveva lasciato ben sperare, ma che non si è rivelato determinante, almeno per gran parte di essi. Sarà stato il passaggio a Netflix allora? Strano a dirsi, dacché, sebbene con i suoi alti e bassi, la piattaforma streaming si è rivelata uno dei canali più liberi nella selezione, così come nelle sue produzioni originali (si pensi solo al bellissimo Beasts of No Nation diretto da Cary Joji Fukunaga nel 2015), da afflati perbenisti. Rimane solo da pensare che si siano esaurite le idee, gli spunti di riflessione valida quindi, ma è davvero possibile? Certo, va concesso, Odio universale (Hated in the Nation) eguaglia i migliori episodi delle precedenti stagioni (piuttosto trascurabile è lo speciale natalizio Bianco Natale …), mentre alcuni episodi della terza stagione, sebbene non abbiano la forza o la paradossalità dei predecessori, non sono del tutto privi di intuizioni valide. In particolare si pensi a San Junipero (3×01), che seppur in chiave un po’ troppo naïve in certi suoi passaggi tratteggia una degna riflessione su un angosciante Aldilà computerizzato; più banale, ma pur con qualche stimolo, anche Caduta libera (Nosedive), in cui la dipendenza dal riconoscimento collettivo sui Social Media viene estremizzato, ma purtroppo si perde in un finale eccessivamente buonista. Il problema è, comunque sia, che a parte l’ultimo episodio della season 3, tutti gli altri non sono riusciti a comunicare la medesima inquietante sensazione di una minacciosa avvenire già alle porte … E la quarta stagione, se possibile, lo fa adesso ancora meno!

Quarta stagione, la delusione totale si concretizza 

La terza stagione, dunque, seppur non si distaccava perlopiù dalle tematiche che avevano reso celebre Black Mirror negli anni del debutto in TV, tra le insidie della Rete, le realtà virtuali e così via, non sapeva più trasmettere quella tangibile angoscia che contraddistingueva l’originale afflato britannico. Ebbene, la quarta stagione, abbandonando perlopiù anche tali fruttuose fondamenta, si sposta ora verso questioni più banali, perdendo oltre al cinismo nella narrazione anche lo slancio propulsivo iniziale, ossia la problematicità del nucleo narrativo. Da incubo terrificante a banale ansia borghese, a parte sparute eccezioni non c’è più nulla di foscamente esistenziale e collettivo, solo una silloge di riscatti, intrighi e misfatti da revenge/ crime drama hollywoodiano.

Primo episodio è Crocodile, singolare thriller con epilogo esemplare, la punizione del misfatto, che insinua una tecnologia nemmeno troppo entusiasmante, o plausibile, in una crime story con un buon ritmo, seppur piuttosto scontata nella conclusione. Scritto da Brooker stesso e diretto dall’australiano John Hillcoat (The Road), la storia è incentrata su una donna incarnata da Andrea Riseborough, la quale in gioventù è complice di un terribile crimine involontario, che dopo anni ritorna a perseguitarla, e che è disposta a tutto per tenere la scomoda verità a tacere. Protagonista tragica che amoralmente soccombe al degenerare degli eventi, arrivando a misfatti impensabili, un po’ alla Fargo, se dei fratelli Coen ripropone quel pessimismo antropologico per cui anche il tranquillo vicino potrebbe nascondere ogni sorta di nefandezza, non ha però la medesima verve smaliziata e freddamente ironica, ma dal tono ben più serioso e prosaico. La Riseborough stessa, lungi dall’essere antieroeina coeniana, indulge in un susseguirsi di espressioni oltremodo sofferenti e corrucciate, in eccessi manieristi quasi involontariamente caricaturali. Il troppo calcato indulgere nel drammatico non è però l’unico, o il maggiore, fattore di differenziazione di Crocodile dai vecchi episodi della serie, né lo è la non indifferente dilatazione della diegesi, che procede faticosamente per suscitare il giusto pathos, ma l’assenza di un nucleo sufficientemente problematico, legato alle istanze del presente e capace di proiettarle in avanti in maniera abbastanza assurda e amplificata. Si tratta di una storia latamente noir dall’impalcatura e dalla sinossi piuttosto banali, con una buona suspense benché con una tensione emotiva un po’ oltre misura, ma basta davvero così poco per eguagliare l’anima nera dei primi sei segmenti di Black Mirror? Proprio in tal senso, concentrandoci invece sulla tecnologia, vero cuore dei suddetti, lì era l’epicentro stesso delle apocalittiche visioni, tanto atroci proprio perché così incredibilmente vicine da condividerne le premesse, quivi invece si tratta solo di un escamotage narrativo, un mezzo per portare a compimento un percorso già definito sin dalla scena d’apertura. Lo strumento, una sorta di scanner mentale che proietta sul piccolo schermo le immagini mentali del paziente, non è di sicuro nulla di anche lontanamente plausibile o affine a qualcosa di cui siamo in possesso oggi, né il suo uso apre a una possibile riflessione sulle incontrollabili derive di tale tecnologia … Si tratta solo di un elemento ausiliario per trattare una ritrita epopea psicologicheggiante, in chiave femminile, sul senso di colpa e niente più.

Sempre strettamente connesso all’esperienza e al punto di vista muliebre è il secondo episodio, Arkangel, ancora scritto dal solo Brooker, diretto da Jodie Foster (Il buio nell’anima) e incentrato su una madre iper-apprensiva incarnata da Rosemarie DeWitt, che per tenere sotto controllo la figlia Sara (interpretata a tre anni da Aniya Hodge, a 9 anni da Sarah Abbott, infine a 15 da Brenna Harding) in ogni frangente le installa nel cervello un chip che unisce la funzione di localizzatore con quella di parental controll real life e di microspia che permette di vedere e udire tutto ciò che il soggetto vede ed ode. Il genitore preoccupato così, grazie a un comodo tablet, può in ogni momento individuare l’esatta posizione del diletto pargolo, conoscere con esattezza cosa stia facendo e infine oscurare dal suo innocente sguardo e udito le brutture del mondo. Dunque Sara cresce, finalmente giunta all’età scolare l’infame dispositivo è spento dall’invadente genitrice, ma non può essere sradicato dal cervello della poverina e dopo qualche tempo verrà opportunamente riattivato … Ovvie sorgono le questioni in termini etici e di libertà di azione di cui il povero minore è privato senza possibilità alcuna di ricorso. Tuttavia, quantunque indubbiamente in questo caso vi sia una maggiore profondità nella questione affrontata, ossia in un certo modo il libero arbitrio, il finale non lascia in chi guarda quell’inquietudine paralizzante eppur prolifica propria del paradossale, che unisce l’inconcepibile e al contempo il terribilmente prossimo.

Poi c’è il lieto e travagliato episodio romance, Hang the DJ di Tim Van Patten (I Soprano, Il Trono di Spade), che potrebbe essere tranquillamente descritto come la versione più leggera e bonaria di San Junipero. Versione impoverita di una distopia coniugale alla The Lobster di Yorgos Lanthimos, ipotizza che esista una realtà ove ciascuno sia abbinato a un partner secondo un algoritmo comunicato da un device portatile, che prevede e impone anche la durata del rapporto e il numero di concubini prima di giungere a quello che il sistema ritiene quello giusto, ossia il futuro coniuge. I due innamorati sventurati, Georgina Campbell e Joe Cole s’incontrano dunque per poi essere forzosamente separati, ma ovviamente non si arrendono al Fato loro imposto. Se l’idea di un rigido controllo sociale tramite un’Intelligenza Artificiale, che mira a eliminare i sentimenti e la libertà individuali, risente delle fascinose suggestioni di taluni classici della letteratura fantascientifica, quali Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley, 1984 di George Orwell o Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, in Hang the DJ mancano del tutto l’aspra critica sociale e la raffigurazione di una catastrofica degenerazione della democrazia in soffocanti e inumane dittature, mentre i più elevati modelli sono qui declinati a un assai più spensierato susseguirsi di patemi amorosi dovuti alla distanza.

Indubbiamente il peggiore e più didascalico dei capitoli di Black Mirror è USS Callister, sceneggiato da Brooker insieme a William Bridges (già autore nella scorsa stagione di Zitto e balla) e diretto da Toby Haynes (Doctor Who). Quivi ancora una volta troviamo le più funeste evoluzioni del videoludico e della virtualità: un programmatore, Jesse Plemons, attraverso un processo non esattamente chiaro replica alcuni colleghi, ultima la nuova arrivata Cristin Milioti, di cui s’impossessa con l’inganno del DNA per creare dei realistici cloni/avatar usando un singolare quanto fantascientifico scanner. Il complicato processo, che prevede la sottrazione di bicchieri caramelle e simili per la riproduzione non autorizzata, è poi finalizzata a popolare le fila di una grottesca Enterprise, di cui lui è indiscusso comandante e che prevede gli altri, su cui ha il totale controllo, come suoi succubi adulatori, pena per la ribellione la trasformazione in un gigantesco e bruttissimo alieno. Il fulcro del problema, piuttosto piatto e sciapo a dirla tutta, è dunque il regime del terrore a cui sono destinate le sventurate repliche, finendo così per sembrare un rifacimento meno credibile e banalizzato di quanto avveniva nel segmento di Oona Chaplin in Bianco Natale. Diversamente dallo speciale di tre anni or sono, purtroppo, USS Callister, dopo un – inutilmente –  esteso minutaggio termina in maniera talmente melliflua e pedante, da poter essere assimilabile ai più convenzionali cinecomics degli ultimi anni … Dove sia l’essenza di Black Mirror in tutto ciò è arduo da comprendere e lascia lo spettatore, che per 60 minuti ha atteso con ansia il paradosso finale sorbendosi un racconto insipido e annacquato, decisamente interdetto. Forse potrà divertire i fan più sfegatati di Star Trek ed emuli (come il recente The Orville), che qui ne ritroveranno una replica posticcia e parodistica da B-movies.

Metalhead al contrario dei predecessori lascia invece spaesati, ma non del tutto insoddisfatti. Diretto dal regista di 30 giorni di buio David Slade, scritto da Brooker e con protagonista Maxine Peake, l’episodio è girato interamente in un insolito bianco e nero, rendendo ancora più desolante il brullo e polveroso panorama post-apocalittico che fa da cornice all’azione. Per molti versi è assai più affine all’idea di un Terminator o di un Matrix (ingeneroso fare un paragone con i progetti portati avanti da Neil Blomkamp e i suoi OATS Studio, di ben altro spessore tecnico …) più che essere vicino agli episodi ‘tipici’ di Black Mirror, con cui condivide ben poco nel contenuto come nella forma. La storia è incentrata su una sparuta umanità, che sembra essere sopravvissuta a un qualche catastrofico sconvolgimento e cerca di tirare avanti in ogni modo. Tre superstiti si avventurano in un deposito che pare abbandonato, alla ricerca di qualche genere di primaria necessità, ma inavvertitamente risvegliano un robot dalla forma simil-canina che emette schegge perforanti e dotate di micro localizzatori e che spara proiettili letali a chiunque veda come suo possibile obiettivo. Ovviamente la spedizione fallisce e ne segue un’ecatombe, mentre chi sopravvive si dà a una disperata fuga, con tanto di ferite e sanguinamenti, mentre il segugio meccanico incalza senza sosta. Truce per immagini, per contenuto e dall’esito beffardo, Metalhead è forse l’unico capitolo dei sei che compongono la nuova stagione di Black Mirror ad essere davvero abbastanza freddo e angosciante da saper riprodurre lo spirito primigenio. D’altro canto, sebbene in versione più povera e scabre, molto risente di una mitologia e del concept al centro del film di fantascienza di James Cameron, non risultando esattamente qualcosa di completamente inedito o mai visto prima. Comunque sia, l’episodio sa trasmettere la giusta tensione e gode di un finale in linea con le aspettative.

In ultimo c’è allora Black Museum, diretto da Colm McCarthy, che costituisce una singolare miscela tra Il gabinetto delle figure di cera (Das Wachsfigurenkabinett) di Paul Leni, le cui attrazioni sono rilette però in chiave ipertecnologica, e un revenge movie dal finale buonista. L’incipit, a dire il vero, è piuttosto buono: la protagonista Letitia Wright arriva in una fatiscente struttura nel mezzo del nulla, un Museo del Macabro, il cui viscido proprietario Rolo Haynes (Douglas Hodge) inizia a raccontarle le nefaste storie dietro ciascuno degli oggetti esposti nelle teche, a detta sua “autentici reperti criminologici”. Uno, idea geniale, è uno strumento percettivo che permetteva al medico di provare le medesime sensazioni del paziente, ma che celava il letale pericolo d’assuefazione. Un altro è basato sullo spostamento di una coscienza in un differente ospite e così via. Promettente e desolante al punto giusto, malauguratamente la felice rotta riflessiva è sostituita a tre quarti da una tediosa filippica e una banale vendetta, rovinando tutto ancora una volta.

Conclusioni

Sebbene non sia tutto da buttare, anzi qualche idea buona sia sovente disseminata nei sei episodi, il problema principale di questa quarta stagione è il modo assai pavido con cui concept anche intriganti vengono poi sviluppati nella narrazione. A parte una spesso esasperante lunghezza, che rende le storie inutilmente lente e dispersive (quasi tutte superano i 60 minuti), manca quella sagacia, quel coraggio nell’affrontare in maniera pungente e priva di edulcorazioni, censure o abbellimenti una cruda e raccapricciante realtà, quella stessa che comunicava un’ineffabile senso di minaccia, una indescrivibile tristezza che l’amaro futuro ci starebbe riservando, per nostra stessa volontà. Ancor più, dietro quell’avvenire si celava naturalmente il presente, con tutte le sue terribili ombre. Troppo ottimistica invece, la stagione 4 – a parte rari casi – è invece un susseguirsi di giuste rivalse e punizioni dei cattivi di turno, di lieti fine in chiusura, in una semplificazione confortante ad uso di un pubblico che non si vuole realmente sconvolgere, ma solo appagare con una morale troppo lapalissiana. Proprio in questa apoteosi dell’edificante rientra la scelta sfrontata e palese di dare in pasto agli spettatori tutto il girl power che si potesse inserire in un così limitato spazio, seguendo la moda di voga in questi ultimi tempi, che però rischia solo di banalizzare il primigenio messaggio femminista, quelle che dalle Suffragette in poi portò a un reale cambiamento della muliebre condizione. Il tentativo maldestro di fornire un troppo facile insegnamento, purtroppo, rischia solo di appiattire il messaggio in qualcosa di superficiale e vacuo. In conclusione, paura e angoscia non dovrebbero avere una morale o una facile soluzione e il recupero di un po’ della causticità e dell’ermetismo originari sarebbe più che auspicabile per le sceneggiature future di Brooker.

Di seguito trovate i 6 trailer in italiano (eccetto Black Museum, di cui c’è solo la versione inglese sottotitolata). Gli episodi saranno nel catalogo Netflix dal 29 dicembre:

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Recensione | Black Mirror stagione 4, il futuro di Charlie Brooker che non angoscia più
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Recensione | Black Mirror stagione 4, il futuro di Charlie Brooker che non angoscia più
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Abbiamo visto in anteprima i 6 nuovi episodi, che purtroppo si discostano in negativo da quelle che dovrebbero essere le dinamiche e gli obiettivi 'storici' della serie
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