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Titolo originale: L'estranea , uscita: 08-10-2026. Budget: $5,500,000. Regista: Paolo Strippoli.

«L’horror italiano non esiste»: Paolo Strippoli ci racconta L’estranea e perché il nostro cinema deve tornare a osare

19/10/2026 news di Alessandro Gamma

Al Sitges Film Festival 2026, il regista di L’estranea riflette sul rapporto tra horror e melodramma, sull’illusione del libero arbitrio e sulle difficoltà del cinema di genere italiano, rivendicando un horror capace di far riflettere senza rinunciare all’intrattenimento e allo spettacolo

l'estranea spiegazione film strippoli

Dopo Piove e La valle dei sorrisi, Paolo Strippoli torna a esplorare le zone più oscure dell’animo umano con L’estranea (la recensione), un thriller psicologico dalle forti contaminazioni horror che intreccia melodramma familiare, senso di colpa e soprannaturale. Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar 2027, il film è approdato anche al Sitges Film Festival 2026, dove abbiamo incontrato il regista.

Interpretato da Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano e Valeria Bruni Tedeschi, L’estranea racconta le conseguenze di un patto stretto da una madre nel tentativo di proteggere la propria famiglia. Ma cosa accade quando il desiderio di salvare chi amiamo si trasforma nell’incapacità di accettarne le scelte e le imperfezioni?

Abbiamo parlato con Strippoli del confine tra amore e possesso, della natura del male, dell’illusione del libero arbitrio e del rapporto tra horror e melodramma. Ne è nata una conversazione che attraversa anche il suo percorso artistico e la condizione del cinema di genere italiano, sul quale il regista ha le idee piuttosto chiare.

Paolo Strippoli: l’intervista a Sitges per L’estranea

In L’estranea, il patto stretto da Anna nasce dal desiderio di salvare sua figlia, quindi da quello che consideriamo uno degli impulsi umani più nobili. Eppure, quel gesto finisce per condizionare profondamente la vita di Alice. Ti interessava esplorare il momento in cui l’amore genitoriale smette di essere protezione e diventa una forma di possesso? E fino a che punto possiamo considerare moralmente giustificabile una scelta compiuta per salvare qualcuno, quando è proprio quella persona a doverne pagare il prezzo?

La protezione eccessiva diventa possesso. Il confine è molto labile.

Però, sai, molti mi chiedono qual è il mio punto di vista su Anna e quanto io trovi Anna una cattiva madre. Secondo me Anna è sicuramente fallibile e prova un eccesso d’amore sbagliato. Ma credo che Alice non abbia ragione nel momento in cui ride di quello che dice la madre.

Cioè, la madre a un certo punto dice: «Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per voi». E Alice ovviamente non è d’accordo, però io invece sono abbastanza sicuro che Anna lo dica con tutta la sincerità del mondo.

È vero, la sua ambizione di avere dei figli perfetti, che rientrino in una certa immagine, sta lì, e sicuramente è fiera di avere dei figli perfetti all’inizio del film. Ma quando questa perfezione si rompe, quando la traiettoria della vita dei figli esce dai binari e lei prova in tutti i modi a farli rientrare, non lo fa solo perché non vuole vergognarsi dei suoi figli, non lo fa solo perché vuole esibire dei trofei.

paolo strippoli sitges 2026 cineocchioLo fa perché il mondo in cui vive, la società in cui vive, le ha detto che l’unico modo di stare bene è rispettare una certa immagine, essere lo specchio bello di quella società. Lei confonde il successo e la perfezione sociale con il benessere personale e mentale.

Dunque è convinta che, se i figli avranno successo nella vita e saranno belli e perfetti, allora vivranno bene. Lei è convinta di questo. Quindi prova a riportarli nella traiettoria in cui erano all’inizio del film soprattutto perché pensa di starli proteggendo.

Poi c’è la seconda parte della domanda, cioè fino a che punto possiamo considerare moralmente giustificabile una scelta compiuta per salvare qualcuno quando è proprio quella persona a doverne pagare il prezzo.

Io penso che nella vita vera non hai tutta questa scelta come nel film, però credi di averla. Penso che ognuno di noi faccia dei patti ogni giorno con un’estranea. E magari quei patti non portano a niente, perché sono il frutto di una superstizione. Ma intanto ci pongono degli interrogativi, ci chiedono di scegliere costantemente.

E scegliere per qualcun altro non è mai morale, non è mai moralmente giusto. Però è profondamente umano.

Noi abbiamo un’idea di come deve andare la nostra vita e la nostra vita dipende anche dagli altri e da come va quella degli altri. Dunque non è giusto, ma è assolutamente comprensibile.

L’unica consolazione è che forse non ci sarà mai nessuna estranea, o nessuna superstizione, ad ascoltare i nostri patti.

L’estranea, il male e il significato del soprannaturale

Nell’horror siamo abituati a figure demoniache che ingannano, manipolano e tentano gli esseri umani. In L’estranea, invece, il patto sembra porre soprattutto una questione di responsabilità: qualcuno compie una scelta e deve affrontarne le conseguenze. Ti interessava costruire una figura soprannaturale che non fosse necessariamente l’origine del male, ma piuttosto il mezzo attraverso cui emergono le contraddizioni morali dei personaggi?

Ma è sicuramente questo. Però io torno all’inizio della domanda: è veramente una figura soprannaturale?

E la domanda la faccio io a te, perché io do una risposta su chi è, o che cos’è veramente, l’estranea alla fine del film.

Attenzione: la risposta seguente contiene riferimenti al finale del film.

L’ultima inquadratura per me dice chiaramente qual è la mia opinione sull’estranea. Ma è giusto che la mia opinione non sia la tua, e che la risposta che io do, che in qualche modo do con Alice, perché il mio punto di vista è Alice, non sia necessariamente quella dello spettatore.

È lei che solleva quella foto alla fine, è lei che ci mostra quello che vedremo nella foto. È lei che crede quello che io credo alla fine. E non è detto che sia quello che credi tu.

Perché veramente io sono sicuro, come ti ho detto prima, che tutti noi l’estranea la conosciamo, ci parliamo ogni giorno, facciamo ogni giorno dei patti con un estraneo o con un’estranea.

E può essere una proiezione della nostra mente, come un angelo, il diavolo, come Dio. E credo che ogni interpretazione sia giusta.

Allo stesso tempo io do la mia nel film, ma non è detto che sia quella di qualsiasi spettatore.

Forse è anche per questo che il film viene così apprezzato, perché lascia spazio a interpretazioni differenti. Qui a Sitges, ad esempio, abbiamo incontrato un pubblico internazionale: italiani, spagnoli, francesi, belgi. Ognuno può leggere la storia in modo diverso, riconoscendoci qualcosa che sente proprio.

Sì, certo. E questo è molto bello.

Da Piove a L’estranea: i mostri come espressione dei nostri demoni interiori

Ripensando a Piove, La valle dei sorrisi e ora L’estranea, sembra che il soprannaturale intervenga spesso quando i rapporti umani sono già compromessi da qualcosa che i personaggi non riescono ad affrontare: rabbia, dolore, senso di colpa, segreti. È come se l’elemento fantastico non introducesse davvero il male, ma rendesse visibile qualcosa che esisteva già. È una lettura nella quale ti riconosci?

Ma sì, io riconosco l’horror in questa lettura, non tanto quello che faccio io.

In tutti gli horror che amo, il soprannaturale non è altro che la proiezione di un demone interiore o di un disagio interiore. È qualcosa che evochiamo noi per dei problemi profondamente ordinari della nostra vita.

Io dico sempre che la mia guida principale è la definizione con cui è nato, non l’horror, ma il gotico. L’horror arriva dal gotico.

La letteratura gotica nasce con la definizione di personaggi ordinari in situazioni straordinarie e dunque le situazioni straordinarie devono dialogare con dei problemi ordinari dei personaggi.

E sono quei problemi ordinari che nel cinema e nella letteratura noi trasfiguriamo in mostri, demoni e chi più ne ha più ne metta.

Dunque l’horror per me serve a quello: a creare delle icone di problemi che in realtà appartengono alla vita di tutti i giorni.

Il rapporto tra melodramma e horror

Hai descritto L’estranea come un melodramma familiare contaminato dall’horror e dal thriller psicologico. Ma mi sembra che alcuni dei momenti più crudeli nascano proprio dai rapporti tra i personaggi, più che dalla componente soprannaturale. Credi che il melodramma e l’horror abbiano qualcosa di profondamente simile nel modo in cui portano le emozioni all’estremo?

Beh, prima di tutto li trovo entrambi… Il dramma non è un vero genere, è un finto genere. Il melodramma è un genere ed è qualcosa che fa parte molto delle tradizioni cinematografiche italiane.

Lo sappiamo fare molto bene, quindi è il mio punto d’ingresso per l’horror in Italia.

In questo film in particolare ci ho giocato molto. È stato un gioco cinematografico che ho fatto perché i primi quindici minuti sono profondamente melodrammatici, se ci pensi.

Certo, con ironia, con delle scelte stilistiche che magari escono da quel genere, però è quella cosa lì. Anche fotograficamente noi l’abbiamo pensato in quella maniera.

l'estranea film strippoli 2026Non è forse la fotografia che noi avremmo fatto. Io e Cristiano [Di Nicola, direttore della fotografia] abbiamo parlato di fare, nei primi quindici minuti del film, una soap elevata.

Perché volevamo che lo spettatore fosse abbagliato dalla vita di queste persone, si sentisse profondamente rassicurato, prima di gettarlo dentro la violenza improvvisa, che molto spesso però è quella che riserva la vita.

Non è che ti avvisa la vita quando le cose succedono.

È la scena in cui tutto crolla nel film. Ecco, quella arriva senza nessun preavviso, perché penso che purtroppo la vita funzioni così.

Il libero arbitrio è soltanto un’illusione?

Sempre collegandomi ai tuoi film precedenti, vedo che i personaggi cercano continuamente di riprendere il controllo delle proprie esistenze, ma ogni tentativo sembra trascinarli verso conseguenze sempre più imprevedibili. In L’estranea, poi, tutto nasce da una scelta che condiziona il destino di un’altra persona. Ti interessa anche l’idea che il libero arbitrio possa essere, almeno in parte, un’illusione?

Sì, perché per me è più che almeno in parte: è un’illusione.

Però viviamo dentro una narrazione tutta occidentale che ci dice: possiamo determinarci, possiamo decidere chi essere, siamo liberi, liberi, liberi.

Ma non siamo liberi affatto, perché è un mondo profondamente caotico e casuale.

Forse va bene così. Non lo so. Forse va bene così.

Però credo che il momento in cui ci scontriamo con l’idea che in effetti molto dipende anche dal caso sia il momento in cui noi abbiamo due strade.

Una strada è quella di lottare per negare questa verità a tutti i costi, oppure accettarla.

Fare troppa resistenza è il seme della malattia mentale. E credo che questo film, in fondo in fondo, parli pure di questo, di malattia mentale.

L’estranea e il riferimento a Faulkner: l’orologio e il peso del tempo

Devo porti una domanda su L’urlo e il furore di William Faulkner, in particolare sul dettaglio dell’orologio che scandisce i ricordi e la storia familiare. È un riferimento al quale avete pensato consapevolmente?

Ci ho pensato, è chiaro. Però quell’orologio è qualcosa che in realtà non c’era in scena.

la valle dei sorrisi film 2025L’abbiamo trovato sul set e poi in montaggio, e l’abbiamo sfruttato a livello di suono per raccontare in qualche modo il tempo inesorabile che scandisce forse tra i ricordi più brutti, non tanto di Anna, ma di Alice, figlia di Anna.

«L’horror italiano non esiste»: Paolo Strippoli sul cinema di genere

Negli ultimi anni hai contribuito a riportare l’horror italiano all’attenzione dei grandi festival internazionali, fino al concorso di Venezia di quest’anno. Eppure, in Italia sembra esserci ancora la tendenza a considerare il cinema di genere artisticamente legittimo soprattutto quando può essere letto come metafora di qualcos’altro. Secondo te l’horror italiano deve ancora dimostrare di essere cinema d’autore, oppure è arrivato il momento di rivendicare anche il suo valore puramente fantastico e spettacolare?

Non lo so. A me sembra che il valore puramente fantastico e spettacolare, o meglio l’idea che dietro l’horror ci sia un racconto della contemporaneità e quindi anche qualcosa di molto reale e concreto, non neghi il valore fantastico e spettacolare.

Io non capisco perché queste due cose debbano andare in contrapposizione.

Ho provato con questo film in tutti i modi a far pesare il meno possibile l’allegoria. Cioè, io volevo che questo film fosse divertente, fosse spettacolare.

Anzi, è un film profondamente eccessivo, perché io credo che viviamo in un mondo eccessivo. È bello anche che il cinema non si sottragga all’eccesso.

E ho provato a essere massimalista, proprio perché volevo divertirmi per divertire.

Però è anche una storia che mi parla profondamente, che spero parli agli spettatori. Perché queste cose devono andare in conflitto?

L’horror oggi è un genere, ma lo è sempre stato, oggi ancora di più nella sua accezione più contemporanea, che parla del mondo, parla dell’essere umano e parla di qualcosa che va al di là del semplice effetto.

Io non so che cos’è il cinema horror italiano, perché francamente ne escono talmente pochi che non esiste il ‘cinema horror italiano’.

Però ti posso dire quello che per me è il cinema horror a livello internazionale oggi, nella contemporaneità.

È un cinema che è capace di essere considerato cinema d’autore senza negare la parte più di intrattenimento e spettacolare.

Sono categorie che secondo me sono rimaste un po’ indietro. Categorizzate. E forse è meglio così, no? Cioè, è meglio così.

L’intrattenimento ci deve essere sempre, perché se tu vai al cinema e non ti leggi un saggio, lo fai perché vuoi divertirti.

Però l’intrattenimento non deve essere una scusa per non parlare di niente e per farti affascinare semplicemente da uno sparo in pancia, no?

È bello, per carità, divertente. Però stiamo facendo cinema e dunque di qualcosa dovremo parlare.

piove film strippoli 2022Perché L’estranea sta conquistando un pubblico più ampio?

Che cosa pensi che abbia L’estranea in più rispetto ai tuoi film precedenti? Perché sta avendo una risonanza che gli altri non hanno avuto?

Sì, in Italia secondo me funziona meglio perché io non ho lavorato a questo film come a un horror.

Io sono sincero: ho lavorato a questo film come a un thriller psicologico con delle incursioni horror.

Però resta comunque un film di genere. Quindi tu dici: ma perché?

E non lo so, probabilmente perché la storia ha un meccanismo più divertente. È semplicemente la storia che mi ha permesso di fare un film più divertente.

Quelli precedenti magari avevano bisogno di un pizzico di impegno in più. Forse sono maturato come regista? Non lo so.

Io ci ho lavorato come con gli altri, sai. Sono storie che per me avevano un’importanza, avevano un valore, e ho provato a essere semplicemente quanto più onesto possibile.

Sono molto contento che vada bene, però io spero che non diventi un caso. Spero che diventi un film che possa veramente aiutare altri registi, altre registe a fare del cinema di genere in Italia.

Perché ne ha bisogno pure lo spettatore.

Io vedo molti film italiani e, francamente, poter andare a vedere un horror italiano, due horror italiani, tre horror italiani all’anno… È un gran peccato.

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