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L’ultimo capitolo di una saga iconica è stato troppo sottovalutato: il film horror da vedere oggi

26/07/2026 news di Andrea Palazzolo

Trama, cast, scelte controverse e collocazione temporale del settimo capitolo dell'iconico franchise di alieni assetati di sangue.

Una scena di Alien Romulus

Quando Fede Álvarez ha accettato di dirigere un nuovo capitolo della saga di Alien, sapeva di camminare su un campo minato. Da una parte i puristi del capolavoro di Ridley Scott del 1979, dall’altra i nostalgici dell’action di James Cameron. E proprio nel mezzo di questi due colossi si inserisce Alien Romulus, un film che ha generato più divisioni tra i fan di quante ne abbiano mai create gli xenomorfi stessi.

Ambientato nel 2142, questo settimo episodio della saga si posiziona narrativamente tra l’Alien originale e Aliens – Scontro finale del 1986. Un “midquel”, come lo chiamano gli addetti ai lavori, o “interquel” se preferite. Álvarez e il produttore Ridley Scott hanno voluto creare un’avventura autoconclusiva, slegata dalle complesse ramificazioni temporali degli altri film, pur mantenendo saldi i legami con l’universo narrativo che conosciamo.

La trama segue un gruppo di giovani minatori spaziali che, esplorando i recessi di una stazione spaziale abbandonata, si imbattono nella forma di vita più letale mai concepita. Rain, interpretata da Cailee Spaeny, guida questo manipolo di ragazzi in una lotta per la sopravvivenza che richiama le atmosfere claustrofobiche del primo film, ma con un ritmo più sincopato e contemporaneo.

Poster di Alien Romulus
Poster di Alien Romulus, fonte: 20th Century Fox

Il cast giovane include David Jonsson nel ruolo di Andy, Archie Renaux come Tyler, Isabela Merced che interpreta Kay, oltre a Spike Fearn e Aileen Wu. Una squadra di volti freschi chiamata a portare nuova linfa a una saga che ha quasi mezzo secolo di storia. Ed è proprio questa scelta generazionale a dividere: alcuni vi vedono un tentativo di svecchiamento necessario, altri lo etichettano come un teen movie mascherato da fantascienza adulta.

Álvarez, già noto per il remake de La Casa del 2013 e per Man in the Dark del 2016, porta con sé un bagaglio di esperienze horror che si riflette nella messa in scena. Il regista uruguaiano ha privilegiato effetti pratici rispetto alla computer grafica, un omaggio al modernariato tecnologico degli episodi classici che molti fan hanno apprezzato. Le astronavi, i corridoi, i terminali: tutto richiama l’estetica analogica e vissuta che ha reso iconico l’universo Alien.

Con i suoi 119 minuti di durata, Alien Romulus alterna momenti di tensione claustrofobica ad altre action più dinamiche. Álvarez ha dichiarato di aver voluto bilanciare l’horror del primo film con l’adrenalina del secondo, creando un ibrido che potesse funzionare per pubblici diversi. Il risultato divide: c’è chi vi riconosce un omaggio riuscito, pieno di easter egg e riferimenti che premiano i fan di lungo corso. Altri lo considerano derivativo, un frullato di scene già viste che non riesce a terrorizzare come faceva lo xenomorfo nel 1979.

Fede Álvarez ha realizzato un film che tecnicamente funziona, visivamente impressiona ed emotivamente lascia il segno quanto i suoi predecessori più amati. È un capitolo che dialoga costantemente con la tradizione senza riuscire a emanciparsene completamente, un esercizio di stile che accontenta parzialmente senza però osare davvero. Nello spazio infinito della saga Alien, Romulus si ritaglia uno spazio proprio, né indispensabile né trascurabile: semplicemente esiste, nel limbo tra passato glorioso e futuro incerto.

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