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Voto: 6.5/10 Titolo originale: El bar , uscita: 15-02-2017. Budget: $6,045,750. Regista: Álex de la Iglesia.

El Bar: la recensione del film di Álex de la Iglesia

17/04/2017 recensione film di Alessandro Gamma

Il regista spagnolo colpisce duro la natura umana in una commedia caustica venata di thriller

the bar de la iglesia

Presentato come film di chiusura dell’edizione numero 35 del Festival di Bruxelles, El Bar (The Bar) è un film riconducibile ad Álex de la Iglesia al 100%, con tutti i pregi e i difetti che ne conseguono. A un certo punto, due dei protagonisti speculano sul fatto che la paura riesca a tirare fuori il peggio delle persone o le riveli per quelle che sono veramente (l’adagio homo homini lupus è più che mai attuale a quanto pare). In entrambi i casi, si tratta comunque di un ritratto ben poco lusinghiero della condizione umana, con un atto finale – con i personaggi rimasti immersi in liquami di varia natura – che sembra offrire una metafora adeguata della società in cui ci ritroviamo a vivere.

el-bar-poster de la iglesiaEl Bar non è certo il primo film ad utilizzare l’espediente di sconosciuti intrappolati all’interno di uno spazio ristretto da un’ignota minaccia (un cecchino che spara senza pensarci due volte alla testa a chiunque esca dall’esercizio pubblico) e il regista spagnolo ha citato espressamente non a caso Distretto 13 – Le brigate della Morte di John Carpenter (l’approfondimento) come sua diretta influenza.

A questa mancanza di originalità nella premessa vengono però in soccorso sia l’abilità organizzativa di Alex de la Iglesia, sia una sceneggiatura che deve prendersi qualche libertà narrativa – un personaggio ad esempio è casualmente in possesso di una pistola – al fine di mantenere la tensione alta. Si parte così per una corsa sulle montagne russe delle emozioni in cui solo i più adatti potranno sopravvivere, secondo un principio darwinista tanto deviato quanto credibile.

Agli spettatori vengono poste domande come: quali sono i comportamenti migliori da adottare per garantirsi la sopravvivenza? Si è ancora in grado di essere gentile con gli altri quando la propria vita è gravemente minacciata? E’ possibile sfruttare un momento di crisi? Attraverso il suo variegato cast, il regista si addentra fino in fondo negli angoli più turpi di ciò che significa essere umani. Anche se il film può contare su una buona dose di momenti assurdi, Alex de la Iglesia riesce a creare una sensazione di fondo di perpetuo di terrore, che si traduce nel desiderio di inspirare profondamente, come quando si torna in superficie dopo una lunga immersione.

L’azione si svolge dentro e nei pressi di un piccolo bar di un quartiere di Madrid. Dentro troviamo l’avvenente e modaiola Elena (Blanca Suárez), che si è fermata per ricaricare il suo telefono mentre si sta recando a un appuntamento con un ragazzo conosciuto via chat; Nacho (Mario Casas), un hipster dalla folta barba che lavora nel settore pubblicitario e che sembra isolato dal mondo per via delle grandi cuffie collegate a un iPad; Amparo (Terele Pávez), l’anziana proprietaria del bar che sa come tenere a bada i suoi litigiosi clienti abituali e il chiacchierone Sátur (Secun de la Rosa) che lavora da 15 anni per lei; la claustrofobica e dedita al gioco d’azzardo Trini (Carmen Machi); il venditore di biancheria intima di lusso Andrés (Joaquín Climent); infine Israel (Jaime Ordóñez), un senzatetto dedito alla bottiglia e con problemi di salute mentale che si evolvono e si manifestano ogni volta che la pellicola ha bisogno di una spintarella per portare in avanti la trama.

el bar de la iglesiaPoi un cliente esce dalla porta e viene colpito a morte, così come pure l’unica persona andata in suo soccorso. Mentre il resto degli avventori vengono colti dal panico, i due cadaveri scompaiono nel nulla. Fuori non c’è traccia della polizia, non ci sono più macchine o passanti e i cellulari restano senza campo. In pochissimo tempo, tra una teoria più o meno fantasiosa e l’altra, cominciano gli scambi di vicendevoli accuse tra i presenti, che con l’escalation di insulti finiscono per dividersi in due fazioni.

Elena difende Nacho (che ha con sé uno zaino sospetto e ha la ‘barba come i terroristi’), mentre i due uomini – abitué del locale – formano un fronte unito contro gli stranieri sospetti capitati in mezzo a loro. Improvvisamente però, un uomo morente, gonfio e con gli occhi lattei viene ritrovato nel bagno dove si era rinchiuso nei primi minuti, sanguinante dalle orecchie e dai denti, e tutti capiscono così quello che gli spettatori dovrebbero aver già intuito fin dalla sequenza dei titoli di testa. La seconda parte di El Bar si sviluppa da qui, ma preferiamo non fare spoiler.

Frenetico in tutto, dal ritmo ai dialoghi, il film trasmette un senso di disagio e di ansia claustrofobica, grazie ai movimenti senza sosta della macchina da presa all’interno di spazi ridotti. L’onnipresente accompagnamento musicale si inserisce da qualche parte tra la paranoia di Alfred Hitchcock e il classico disaster movie.

Alex de la Iglesia non tenta mai di vendere la sua storia come qualcosa di realistico, ma piuttosto lascia che i suoi personaggi esplodano senza freni. Tutto è comunque così forte, oltraggioso e veloce da rendere impossibile non venire risucchiati in una storia così eccentrica in grado di creare un proprio deliziosamente bizzarro campo di forza gravitazionale. La palette cromatica usata è inoltre pungente e funzionale – in alcuni momenti sembra diventare cartoonesca -, aggiungendo un ulteriore livello di assurdità all’impianto visivo.

In definitiva, chi conosce il regista e ha apprezzato le sue opere precedenti, difficilmente rimarrà deluso.

Di seguito il trailer di El Bar:

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