Home » Cinema » Azione & Avventura » Rivisti Oggi | Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick di Ron Howard

6/10 su 2165 voti. Titolo originale: In the Heart of the Sea, uscita: 20-11-2015. Budget: $100,000,000. Regista: Ron Howard.

Rivisti Oggi | Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick di Ron Howard

14/02/2018 recensione di Valeria Patti

Un film dalla storia semplice e classica che fa da cornice a immagini potenti ed evocative, dentro le quali è impossibile non perdere la rotta

“Chiamatemi Ismaele”

E’ così che si presenta a noi il protagonista. E’ così che comincia il primo capitolo di “Moby Dick o la Balena” scritto nel 1851 da Herman Melville, soprannominato “l’Omero americano” e autore importante e fondamentale della letteratura mondiale la cui riconoscenza è avvenuta, come spesso accade, solo dopo la sua morte.
“Moby Dick” superficialmente si potrebbe associare come un racconto di avventura che rotea sulla caccia a una mostruosa balena bianca ossessione e monito del capitano Achab, personaggio punta del romanzo dentro al quale proviamo quasi immediatamente una fascinazione folgorante, ma quel che in realtà concerne tale opera è molto, molto di più: un’epopea leggendaria nella quale ci facciamo lentamente, con le giuste dinamiche e i giusti tempi, coinvolgere. Abbandonando ogni certezza ci troviamo ad inseguire i personaggi nella follia più nera, quella senza ritorno. Una potentissima metafora della vita che inneggia al coraggio e che utilizza il viaggio in mare come inno all’eterna esistenza che scinde dalla carne, al caos e alla lucida follia che ci permette di realizzare l’irrealizzabile senza remore, col rischio di incappare in una fine che altro non è se non un nuovo inizio.

Un romanzo epico, il cui sunto è totalmente impossibile da spiegare in poche righe, ma i quali concetti riecheggiano ben chiari e lucidi in un tormento umano dove i toni e le ossessioni si spingono oltre i confini, divenendo l’infinito supplizio dell’essere. Il nulla esiste ed è oscuro come la pece, un equipaggio in balia del fato e della pazzia dove cielo e acqua si riflettono e la Balena Bianca fa ciò che deve, mostrandosi e mostrandoci la sua onnipotenza. Siamo solo polvere, è lei è esattamente lì per rimembrarcelo. Gigantesca e impietosa. Un’allegoria attuale che rende Moby Dick un classico senza tempo, un’opera immane che unisce tematiche teologiche alla vita di mare. Il concetto di “avventura” utilizzato come massima esposizione di stati emotivi, il tutto esposto in uno stile a metà tra la narrativa e il diario di bordo (e perché no, anche una possibile biografia).

Con queste premesse è chiara la quasi impossibilità di trasportare un romanzo così complesso al cinema. In molti ci hanno provato, ma riuscire a unire tutte queste tematiche con la precisione tecnica dei dettagli di bordo utilizzati da Melville e smuovere i tumulti insiti nei personaggi narrati ponendoli come riflesso imperfetto ma umano, tipico della nostra specie, è difficile. Spesso le pellicole del passato hanno dovuto necessariamente fare delle scelte lasciando da parte uno o più aspetti e focalizzarsi su altri. Ci ha provato John Huston con un Capitano Achab interpretato da un gigantesco Gregory Peck in Moby Dick, la balena bianca (1956), film interessante che perde a lungo andare il senso mistico dell’opera originale, ma che ci regala un sermone iniziale di Padre Mupple interpretato da un altro grandissimo, Orson Welles.

Anni prima, nel 1930 ci aveva provato anche Lloyd Bacon con Moby Dick il mostro bianco, remake di una pellicola muta del 1926 – Il mostro del mare – entrambi interpretati da John Barrymore. Pellicola che spiega meccanismi di rivalsa del capitano Achab opposti alle vere dinamiche spiegate nel libro. Addirittura la figura della balena è stata citata dall’Asylum nel film 2010: Moby Dick in cui viene utilizzata in maniera estrema come mostro delirante, in una pellicola divertente ma che abbandona ogni concetto del libro. Una così vasta smania di volontà e responsabilità di riuscita a prendere di petto un classico così importante è rara da possedere. Raccontare una storia così complessa è da cuori impavidi in quanto inevitabili sono i paragoni col classico che non tutti hanno letto, ma che è impossibile non aver sentito nominare almeno una volta nella vita.

La balena bianca è famosa. Anche solo per sentito dire, spesso viene citata e spesso viene usata come simbolo per spiegare ciò che ne concerne. Allegoria palesata e utilizzata in maniera splendida ne Lo Squalo (1976) di Steven Spielberg, dove l’ossessione di Quint verso gli squali è un chiaro riferimento al mitico capitano Achab. Inoltre, nella sceneggiatura originale, Quint, invece che essere divorato dallo squalo, avrebbe dovuto morire come il famoso capitano: trascinato nelle profondità marine con un arpione legato alla gamba. Riferimento estremamente preciso e con la volontà di far rievocare sottilmente Melville, è quando l’oceanologo Hooper invita Quint ad andare sul “PULPITO” della “Orca” per prendere le misure dello squalo.

Proprio “Pulpito” è il nome dell’ottavo capitolo del libro di Melville, nel quale padre Mapple posto su un pulpito-prua ,favorito dai balenieri ed ex ramponiere e marinaio, commenta l’episodio di Giona nel ventre della balena. Li mette in guardia a sfuggire, proprio come Giona, dal volere di dio ed esorta tutti i presenti a pentirsene. Una parabola sul peccato, sul castigo, sul pentimento e sull’annessa connessione a liberarci da ciò che ci attanaglia fino alla catarsi vera e pura, come astrazione massima della liberazione dello spirito. Proprio l’elemento scenico del pulpito seguirà Ismaele trovando posto sempre più presente nell’ambiente vissuto dal protagonista e la stessa parabola farà da monito a tutto il racconto trovando spazio a un finale coerente e catastrofico in cui vi è ben poco spazio per la speranza.

Allegoria maggiore della balena e ciò che ne rappresenta con una forza visiva/emotiva che esplode, la troviamo ne L’orca assassina film del 1977 diretto da Michael Anderson, che vanta una colonna sonora poetica e di impatto composta dal grande Ennio Morricone. Nella pellicola, l’orca ricorda la figura di Moby Dick: diabolica, dotata di intelligenza, si muove con l’unico scopo di vendicare il figlio ucciso durante una pesca. Ossessionata, con la sua forza bruta e letale a vincere sull’essere umano, sfociando così in uno scontro tra uomo versus bestia. Ciò che la rende così spietata non è mera crudeltà fine a se stessa, ma la condotta degli estranei che si trovano nel suo habitat liberi di decretare senza motivo con la presunzione tipica degli esseri umani leggi sconosciute in luoghi liberi e sconfinati.

Nel 2015 succede che Ron Howard, attingendo alla sua esperienza, prende in mano un progetto anomalo: unire la confezione da blockbuster a contenuti intelligenti e interessanti, diramando così una pellicola affascinante regalandoci un film classico che unisce lo scontro epico al dramma psicologico dei personaggi. Così esce nella sale Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick, tratto dal romanzo “Nel cuore dell’oceano” di Nathaniel Philbrick. Howard raggira con arguzia il romanzo di Melville ma utilizza lo stesso scrittore come personaggio della pellicola. Perché è proprio Herman Melville (Ben Whishaw) a fare la sua entrata nella prima scena. Volenteroso di scrivere un libro che possa consacrarlo, si reca da uno dei superstiti della sciagurata baleniera Essex, unico ad essere rimasto ancora in vita. Smanioso del racconto e di ciò che è accaduto in quegli anni si mostra come ascoltatore, attento e curioso sui dettagli, di ciò che avvenne e della famosa e leggendaria balena bianca che causò tale disgrazia.

Non è tratto da “Moby Dick” ma racconta la storia a cui si è ispirato il libro. Una storia verissima, accaduta per davvero, dalle sfumature oscure e commuoventi. Così il signore anziano che vediamo, Thomas Nickerson (Brendan Gleeson) è il ragazzino orfano dei flashback, il nostro Ismaele. Attraverso i suoi occhi inesperti conosciamo a fondo la vicenda e con essa alcuni personaggi chiave come Owen Chase (Chris Hemsworth), primo ufficiale con ampio bagaglio di esperienza e la cui massima aspirazione è diventare capitano e George Pollard (Benjamin Walker) rampollo potente di una famiglia ricca che da generazioni si occupano di “comandare” e che di fatto si trova a soffiare quell’agognata aspirazione a Chase. I due sono costretti a lavorare, collaborare e coabitare insieme all’interno della baleniera Essex. Li dividono punti di vista opposti, talmente agli antipodi che è inevitabile tra i due esserci continui scontri psicologici.

Li seguiamo curiosi tra scambi di battute poco gentili e una vita di mare faticosa. Arriviamo così all’aprile del 1851. La Essex si spinge oltre i confini del non-conosciuto col solo obiettivo di ammazzare più balene possibili per riempire i barili di olio. In un anno non sono riusciti a compiere tale impresa e la disperazione del tempo che passa e la propria casa, vista come un miraggio, li spinge a commettere un atto che coniuga il coraggio alla presunzione di potercela fare senza particolari baluardi da superare, esclusa la paura e la superstizione insita in alcuni membri dell’equipaggio. Tale stato d’animo pieno di contraddizioni verrà proprio punito dalla balena bianca, che senza pietà distruggerà la Essex, il gruppo che ne faceva parte e tutte le sue certezze.

Un film che unisce la parte mitica della balena e del suo simbolo di giustizia ai personaggi visti e raccontati con le loro storie e i loro drammi. L’autenticità del dramma come riflesso dello spettatore che riesce a creare meccanismi dinamici e sinceri sentendosi coinvolto in ciò che assiste. La balena, a differenza dello squalo spielberghiano, non è un killer spietato, ma rappresenta la natura. Ron Howard ne fa un discorso profondissimo e onesto, un po’ come fece Peter Jackson col suo incredibile King Kong (2005): animali che rappresentano la forza della bestialità e che vengono risvegliati dalla prepotenza dell’uomo, reagendo e rimettendo l’ordine prestabilito. Archetipi di paure e sgomenti, uniti alla superstizione di ciò che non si conosce. Momenti brutali che racchiudono in realtà concetti purissimi che rappresentano l’uomo nel corso del tempo e dello spazio, la cui indole nel corso degli anni non è mai cambiata. Ancora oggi quei tumulti di follia primordiale ci rappresentano come non mai. I protagonisti dopo la tragedia di rimanere senza una nave e essere divenuti improvvisamente dei naufraghi sono costretti ad affrontare le proprie paure e ciò che li attanaglia da sempre. Owen Chase affronta l’angoscia di non riuscire a mantenere una promessa fatta alla moglie (Charlotte Riley) e al loro primo primo figlio in arrivo.

Lo sgomento di non poter rivedere chi ama lo costringe a mettersi a nudo con se stesso, ponendosi domande esistenziali. La potenza dell’uomo o presunta tale diviene così un’illusione in Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick. L’incertezza dell’essere che spoglio di armi e sicurezze costringe la natura umana a porsi quesiti che seppur spesso senza risposta ci costringono a riflettere su ciò che siamo e del posto che occupiamo in questo mondo. Perché troppe volte si ha la presunzione di accaparrare ciò che non ci appartiene spacciandolo come nostro per diritto. George Pollard invece si rende conto di essere semplicemente una figura fantasma e la paura di non essere mai stato all’altezza del ruolo affidatogli prende certezza. Due figure maschili che nella tragedia e nell’orrore si rispecchiano in un dialogo sincero davanti a un fuoco, su un’isola deserta che non potrà mai essere luogo della loro salvezza. In una situazione così estrema e piena di insidie che si abbraccia, senza remore, lo sgomento. Troviamo i personaggi affamati e pieni di timori la cui unica certezza tangibile è una sola: sopravvivere e tornare a casa.

E’ in una fotografia verdognola che ci dona la sensazione di umidità e bagnato, ispirati ai dipinti romantici di William Turner, dentro ai quali si rappresenta la totale bellezza del sublime che trova la maggior esposizione nella natura e al contempo ne narra con i suoi colori la violenza impetuosa che trasmette in chi li guarda paura, sgomento e disorientamento, unite a inquadrature fisse sul mare e sulle onde, ritroviamo l’occhio della balena.

Vigile, lei ci giudica. Una volta riusciti a superare l’orrore vero su due scialuppe, l’eroe Chase è pronto a riaffrontarla, ma dall’acqua calma spunta l’occhio della balena e in uno scambio di sguardi è chiara l’arresa finale dell’uomo sulla grandezza della natura. Chase depone l’arma silenzioso, mentre Pollard grida intimandolo di colpirla data la così estrema vicinanza. Chase non l’attacca. Si arrende. La balena bianca ha compreso che tutti i terrori insiti nei suoi ormai ex rivali sono serviti al compimento massimo della propria consacrazione. E’ un essere superiore e come tale non ha bisogno di ulteriori attacchi, infierire non è necessario. La complessità della natura umana che arriva a una nitidezza dello spirito solo quando si è alla deriva.
L’arresa è compiuta. La dipartita delle certezze è avvenuta.
Moby Dick si allontana silenziosa in quell’ultimo confronto: “A mai più!”

Così capiamo. E’ nel cuore dell’Oceano che fluttuano le paure, insite nell’uomo. La balena bianca dagli abissi si presenta a noi: affrontami! Affrontaci!

Di seguito il trailer italiano di Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick:

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