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7/10 su 1264 voti. Titolo originale: Dog Day Afternoon, uscita: 11-08-1975. Budget: $1,800,000. Regista: Sidney Lumet.

Rivisti Oggi | Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet

09/04/2018 recensione di Valeria Patti

Un microcosmo, due banditi imbranati (gli straordinari Al Pacino e John Cazale), volti sudati e concisi, e un atto d'amore che va oltre ogni convenzione

“Quello che stiamo per assistere è tratto da fatti reali, avvenuti a Brooklyn, New York il 22 agosto del 1972”.
Sono queste le prime parole che compaiono sullo schermo nel film Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon) diretto da Sidney Lumet (La parola ai Giurati, Assassinio sull’Oriente Express, Serpico, Quinto Potere, Onora il Padre e la Madre) del 1975.

Con i titoli di testa, accompagnati dall’unica canzone presente nel lungometraggio (unica, in quanto la colonna sonora è praticamente assente) cantata da Elton John (Amoorena), davanti a noi compaiono un susseguirsi di immagini di una Brooklyn anni 70 dove possiamo osservare abitanti di ogni ceto sociale, con differenze culturali ed economiche, un’eterogeneità evidente sul procinto di evolversi sempre di più, mentre il sogno americano sembra essere un’illusione, lasciando spazio alla disillusione giovanile. Colpa soprattutto di una guerra feroce e spietata come quella del Vietnam e dei molti errori fatti e ripetuti dai politici di quegli anni. Tre giovani uomini escono da una macchina. Entrano in una banca per una rapina, il loro obiettivo è prendere i soldi, fuggire e non far del male a nessuno. Si danno massimo mezz’ora di tempo; uno di loro si ritira, e da tre ne rimangono due. Sono giovani e inesperti. Nei loro movimenti vi è una goffaggine quasi tenera, il primo bandito si avvicina al direttore e con un gesto deciso gli punta un’arma da fuoco, il secondo va verso una cassiera, ha in mano una scatola per fiori contenente un fucile (citazione a Rapina a mano armata, Stanley Kubrick, 1957) è meno sicuro, più impacciato, con una fatica imbarazzante smonta il porta fiori tirando fuori l’arma, panico nei presenti.

Peccato che in meno di dieci minuti per una serie di motivi, il piano fallisce: il bottino è stato ritirato dagli addetti e dopo una telefonata una voce avvisa uno dei due che fuori dalla banca sono circondati dalla polizia. Per sopravvivere rimangono all’interno dell’edificio e con loro gli ostaggi: il direttore, la guardia di sicurezza e le commesse (tutte donne). Ne esce un caso di cronaca immediato. Polizia e FBI sono sul luogo, lentamente intorno si crea una massa di persone pronte a seguire l’evento minuto per minuto e ovviamente si affrettano a giungere giornalisti televisivi, con le loro telecamere per aggiornare i telespettatori su ciò che accadrà, ma in particolar modo su chi siano questi due personaggi e del perché (se è possibile saperlo) di tale gesto. Uno è Sonny Wortzik (Al Pacino) l’altro è Sal Naturile (John Cazale). Entrambi veterani del Vietnam, amici legatissimi. Sono due personalità diverse.

La recitazione dei due attori regala al pubblico un’interpretazione indimenticabile. Il modo di recitare comunica perfettamente l’indole dei due, presentandosi totalmente agli antipodi. Cazale recita in sottrazione, col suo tipico sguardo malinconico rimane quasi estraniato dal contesto esterno e da ciò che sta accadendo. Lui ascolta, osserva. Nonostante per tutto il tempo tenga in mano un’arma ha quella tenerezza rara e amara di chi non conosce affatto il mondo che lo circonda. Ingenuo, ma protettivo verso l’amico, è pronto a reagire violentemente solo se Sonny è in pericolo.

E’ quasi la sua ombra, tutto il resto non conta. Rimaniamo interdetti davanti alla sua indole e la sua mentalità ristretta (quasi limitante) quando alla domanda di Sonny: “Dove vuoi andare? Purché sia fuori dall’America!” egli risponde: “La California!”. Al Pacino fa un lavoro opposto. Nella sua interpretazione esplode. Una vera e propria bomba a mano. Il suo è un personaggio pieno di vita, altruista; ne fa un ritratto umano e fragile, di una teatralità pulsante. La sua vita è sempre stata piena di compromessi. Una moglie logorroica e petulante, dei figli, una madre iperprotettiva e infine un’omosessualità nascosta.

E’ isterico. Nevrotico. Esplode, come se fosse consapevole dell’unica occasione per farlo, come se in quella situazione estrema si senta finalmente libero di essere se stesso. Privo di menzogne e compromessi. Privo di ogni dovere, slegato da leggi sociali, è un cane libero. Ogni qual volta che deve uscire per parlare col poliziotto municipale (capo delle contrattazioni), il Signor Moretti (Charles Durning), è un motivo in più per fare un suo show. Osannato dal pubblico appostato per l’evento, in scatti fuori controllo e privi di ogni razionalità grida il proprio sdegno per la società americana e per ciò che ne sta diventando (da ricordare senza se e senza ma il momento in cui grida “ATTICA”, in riferimento alla rivolta carceraria nell’omonimo carcere organizzata dalle Pantere Nere dopo l’uccisione dell’attivista politico George Jackson).

Questo suo atteggiamento viene evidenziato immediatamente dai mass media che ne fanno la “star” del giorno. Il mezzo televisivo che strumentalizza senza pietà le tragedie trasformando la disperazione in argomenti da salotto, la spettacolarizzazione della solitudine e della miseria umana come elementi per fare ascolti, donando a chi assiste sentimenti effimeri di compassione. Sentimenti immediatamente dimenticati non appena una nuova notizia prende il posto di quella precedente. Emotività inesistente, usa e getta. Sidney Lumet lo accenna senza farne un discorso vero e proprio, ma è un antipasto pieno e attento per ciò che sarà Network (1977) un altro capolavoro del regista, dove il cinismo e la mancanza della realtà vera (quella tangibile che collega per davvero le persone) ricordano un discorso simile e lungimirante fatto precedentemente da Billy Wilder con L’asso nella manica (1951). Il film è quasi interamente girato in un unico luogo, l’interno della banca.

I protagonisti al suo interno sudano, si preoccupano, ma vi sono anche momenti di ilarità e l’atmosfera descritta non appare così grave come gli stessi mass media raccontano. Il regista si sa muovere bene, primi piani di attori sudati che gesticolano, sguardi che si incrociano, parole dette e sferrate con l’esigenza di farci comprendere ciò che stiamo osservando. In questo ricorda La parola ai Giurati (primo suo lungometraggio, 1957): nella prima prova cinematografica Lumet vuole instillare il dubbio di colpa verso l’imputato in questione utilizzando semplicemente una stanza e uno script impeccabile, in Quel pomeriggio di un giorno da Cani vuole descrivere la situazione americana utilizzando una notizia di cronaca vera, attraverso dialoghi che concernano tutti i presenti e mette in atto un meccanismo potentissimo che trasforma i due partner come manifesto assoluto di rivolta.

Compiere un’azione riprovevole (la rapina in banca) per attuare un processo di purificazione, muovendosi fino a divenire ribellione pura e necessaria. La tentata rapina che ha causato in loro una forte popolarità sarà la successiva consapevolezza di distruzione totale della loro persona. Non basta il tifo della folla all’esterno e nemmeno l’accennata simpatia resa sempre più palese da parte degli ostaggi. La legge e il sistema stesso su cui si basa l’intera società americana non perdona. Gli ex veterani di guerra, sono e rimangono elementi estranei il cui errore non ha alcuna soluzione. Vanno puniti. Nonostante le motivazioni e nonostante il dolore di Sonny.

La sua esistenza si è sempre divaricata in due vite parallele. Cosciente di tutto, di tale spiraglio effimero, si porta avanti dettando il suo testamento poco prima di uscire e infilarsi nel pulmino da lui stesso richiesto alle forze dell’ordine. Lo sa anche Sal, non lo esprime a parole, ma il suo linguaggio non verbale è palesato, contornato da una diffidenza spasmodica e dall’aria di chi rimane sempre e comunque all’erta. Spaesato pare quasi che tema più per la sorte dell’amico che per la propria. Il loro isolamento protratto è l’effetto collaterale di una società artefatta, dove la giustizia sociale è praticamente assente e i valori si basano sul potere del soldo. Gli emarginati sono un cancro da estinguere. Sonny e Sal sono il prodotto stesso dell’America, un paese che finge in continuazione di essere il cuore del mondo, ma l’american dream non è per tutti. Una nazione fantasma di se stessa.

Una società con l’esigenza implacabile di far notare a tutti i costi, attraverso i mass media, che Sonny è omosessuale. Come se fosse un altro elemento di distanza tra lui e quel mondo. Sonny non ha mai fatto parte di quel mondo. Un mondo talmente distante anni luce che preferirebbe andare a vivere in Algeria. Non è un fuggire per ciò che ha tentato di commettere, è un emigrare lontano da una realtà che non gli è mai appartenuta, né a lui, né a Sal che nel suo silenzio perentorio seguirebbe l’amico ovunque, abbracciandone il bisogno primario nella riuscita dei suoi obiettivi.

Vi è in ogni caso una notevole perdita del contatto con la realtà, entrambi hanno il bisogno di inoltrasi in una causa per la quale morire, dando al tempo stesso notizia della propria esistenza. Il risultato finale del film è un’apoteosi di emozioni. La rotta va inevitabilmente verso un meccanismo empatico unico verso Sonny. il suo gesto è una prova d’amore folle (dare il malloppo all’amante uomo per potergli permettere un’operazione che lo trasformi in donna) e verso Sal, un amico pronto a tutto. Accetta il ruolo del cattivo. Tra i due il ruolo del violento e pericoloso è stato affidato a lui. Non è fondamentale sapere se è effettivamente così, ma la bellezza sta nell’accettazione di tale compromesso nel nome di un’amicizia vera, senza ostacoli.

Sidney Lumet è un promulgatore di un cinema classico, quel cinema difficile da replicare. Il suo stile pulito si mischia a volte con immagini frenetiche e velocissime (come quando Sonny spara un colpo di fucile verso una delle entrate secondarie della banca per impedire ai poliziotti di entrare). Ma l’attenzione principale è tutta sui primi piani degli interpreti, estremamente delicati e di un’eleganza vibrante. Sono sempre gli sguardi dei suoi personaggi a parlare prima delle parole. Succede così in Un pomeriggio di un giorno da cani come nel giallo Assassinio sull’Oriente Exspress ma anche nella tragedia famigliare Onora il padre e la madre dove torna il tema della rapina, ma anche del fallimento personale, e dell’indifferenza americana verso i deboli. Ultima pellicola del cineasta, con cui chiuse la carriera, morendo qualche anno dopo la sua uscita nelle sale.

Sidney Lumet è un nome che andrebbe citato maggiormente, in quanto monito di un Cinema splendido, unico, parte integrante di un passato, ma ancorato a un presente vivido. Perché nella delicatezza del regista vi è una verità violenta e brutale che non ha bisogno di spiegazioni. Sono gli occhi dei suoi personaggi a parlare e nei loro volti sudati troviamo argomenti su cui riflettere oggi, domani e per sempre.

Di seguito il trailer originale:

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