Horror & Thriller

6/10 su 22 voti. Titolo originale: La nuit a dévoré le monde, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Dominique Rocher.

Recensione | The Night Eats the World di Dominique Rocher

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Il regista francese esordisce con uno zombie movie ambizioso che vuole omaggiare Richard Matheson, ma senza verve e senza orrore

Presentato al recente Tribeca, The Night Eats the World (La nuit a dévoré le monde) dell’esordiente Dominique Rocher, è il tipico ‘horror da festival’, che declina lo zombie movie in maniera fin troppo cerebrale e autoriale, perdendo però parecchio in termini di ritmo e di tensione.

La storia, piuttosto classica nelle premesse, si apre con Sam (Anders Danielsen Lie), che insofferente ad una festa si chiude in una stanza lontano dal caos, in attesa che la ragazza con cui è arrivato dia la buona notte agli invitati. Passa parecchio tempo a quanto pare, poiché il protagonista si addormenta e si risveglia solo la mattina dopo, esce dalla camera e scopre che nel giro di poche ore è scoppiato il caos. Dal disordine, dalle tracce di sangue ovunque e dall’incontro ravvicinato con un paio di ‘superstiti’, capisce ben presto che tutti quanti si sono tramutati in zombie affamati di carne umana. In tutta risposta si asserraglia nell’appartamento, raccoglie tutte le provviste che riesce a trovare nei paraggi e libera gradualmente l’intero edificio piano per piano, senza porsi più di tanto il problema di cosa fare nel futuro meno prossimo, salvo poi ravvedersi del suo “egoismo” in seguito a un provvidenziale quanto tragico incontro.

Inutilmente concettuoso e prolisso, The Night Eats the World è uno di quegli horror in cui azione e reale minaccia sono pressoché assenti, lasciando spazio a una sottospecie di riflessione tediosa incentrata sulla solitudine dell’uomo moderno (dalla personalità naïf …) intrisa di ogni sorta di scempiaggini, con l’arroganza di provare a dire qualcosa di nuovo, quando piuttosto è a un passo dal plagio di Io sono leggenda di Richard Matheson. Anzitutto c’è Sam, personaggio oltremodo fastidioso, dalla mentalità dedita all’eremitaggio alla Into the Wild e predisposto a scelte incomprensibili e insensate, che tuttavia, invece che portarlo alla morte in poche ore, lo tengono in vita per settimane. Considerato che sembra ben consapevole della situazione creatasi ma spinto da un inspiegabile death wish, il ragazzo continua a correre un rischio inutile dietro l’altro, a partire dalla decisione di non eliminare un non morto intrappolato nell’ascensore (e perché mai dovrebbe?!), optando per chiudere la porta alla bell’e meglio con una cintura. Non solo, dopo aver sprecato una scatoletta di tonno, s’addentra in mezzo a un branco di zombie per inseguire un gatto, fallendo miseramente nel tentativo. Non felice allora, picchia come un dannato a finestre aperte sulla sua batteria, giusto per attirare qualche possibile minaccia in più. Poi, elimina anche quasi tutte le porte degli appartamenti, così da potersi dedicare giulivo alle sue salutari corsette mattutine (il fatto che potrebbero servire per rallentare o fermare eventuali infetti ovviamente non lo sfiora). Ciliegina sulla torta, a un certo punto decide di dar fuoco ad alcune audiocassette (già, nel 2018 …), senza però tener conto dei possibili effetti del fumo … In tutto ciò, non prova mai a capire cosa stia succedendo fuori dal palazzo. Non vediamo televisori, radio e nemmeno telefoni cellulari. Sam si limita a salire qualche piano e guardare le strade intorno dal terrazzo. D’altro canto, ‘solamente’ l’intera Parigi è in balìa di una letale apocalisse zombie e non c’è nessuna forma di reazione in giro, niente esercito, niente polizia, niente bande di motociclisti razziatori … Insomma un coacervo di ‘dimenticanze’ condite da un tono pretenzioso, da uno sviluppo dilatatissimo, pressoché senza dialoghi (questo ha pure un certo fascino, diciamolo) e incentrato quasi solo su Anders Danielsen Lie, che non brilla per carattere e che incarna un personaggio decisamente sottotono.

Tuttavia, non è nemmeno lui in sé l’elemento più irritante, quanto il fatto di trovarci costretti a seguire la sua quotidianità – tra jogging e performance musicali – del tutto priva d’interesse, quando ci aspetteremmo invece di vedere qualche fuga o un tentativo di aggressione vagamente credibile ogni tanto. La minaccia costituita dalla pletora di claudicanti e mal vedenti predatori che piantonano l’edificio è però pressoché inesistente. Certo, auspicabile è il voler esplorare qualcosa di abbastanza ‘inedito’ in un genere come lo zombie movie altresì assai abusato, ed è possibile che l’omonimo romanzo di Pit Agarmen da cui è tratto il film puntasse proprio su questi elementi ‘insoliti’ (sempre che sia oscuro il nome di Matheson, ovvio); ad esempio, un titolo interessante è il recente The Cured di David Freyne (la nostra recensione), che ipotizza che gli infetti siano curabili e che si pone il problema di capire come sarebbe la loro vita dopo essere ritornati umani. In questo caso certo il grado di pateticità è molto alto, la tensione piuttosto latitante, ma viene approcciato il filone da una prospettiva effettivamente differente. In The Night Eats the World l’ambizione di girare una pellicola di zombie diversa, più profonda e meno immediata della media è grossomodo la stessa, ma il risultato è incredibilmente sciapo, non aggiungendo in definitiva niente al concept usuale e anzi togliendo dall’equazione quello che avrebbe almeno potuto intrattenere un po’. Rimangono quindi una novantina di interminabili minuti, girati in una sola location, con un protagonista ben poco empatico, infetti che si vedono poco e che non sono per nulla temibili, senso del dramma e della disperazione azzerati e un paio di colpi di scena addirittura grotteschi. Inutile dire che chi approccia il titolo in cerca di sangue ed effetti speciali artigianali rimarrà altrettanto deluso.

Mal riuscito nella sua intenzione di andare contro i cliché del genere inscenando qualcosa di più psicologicamente intimista e allegorico sul senso di solitudine tipico delle grandi città e privo di climax, The Night Eats the World è uno di quei film che vorrebbero lasciare un segno e che riescono invece a scivolare via senza lasciare traccia.

Di seguito trovate il trailer ufficiale:

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