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7/10 su 2128 voti. Titolo originale: Tenet , uscita: 22-08-2020. Budget: $205,000,000. Regista: Christopher Nolan.

Tenet | La recensione del film di Christopher Nolan che manipola la linearità del tempo

26/08/2020 recensione film di William Maga

Il regista converte un thriller di spionaggio classico in uno spettacolo palindromico che restituisce al cinema la grazia dell'enigma e il piacere della perplessità

tenet film chris nolan 2020

SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS. Queste le cinque parole latine che tornano alla prepotente ribalta in questo 2020. Non c’è consenso sul loro significato o sulla loro origine esatta, ma richiama, immancabilmente, l’ignoto; il significato arcano rimanda a ciò che è davanti ai nostri occhi, ma al contempo l’essenza del suo essere rimane indecifrabile. Nella fattispecie, Tenet, ovvero il titolo del film, rievoca quell’enigmatico insieme di paradossi temporali che sono al centro della narrazione.

L’ultima attesissima fatica da 205 milioni di dollari di budget del regista Christopher Nolan (che l’ha anche scritta e prodotta), che arriva a tre anni da Dunkirk (la recensione) e che è diventata in questo tormentato anno la cartina di tornasole delle speranze di Hollywood per risollevare una stagione infausta – è proprio questo: il centro esatto del misterioso Quadrato del Sator. Difatti, come tale multipalindromo latino all’ennesima potenza, oppure come la delirante collezione di palindromi (oltre 26.000) raccolta nel volume Efímero lloré mi fe del messicano Gilberto Prado Galán, Tenet racchiude nella sua guaina reversibile e ineffabile il modello o l’archetipo di tutto ciò che gli dà un senso. Si tratta di un cinema di ‘mero’ spettacolo; un cinema che si trasforma in un gioco, un geroglifico, un mistero; un cinema rivendicato come esercizio assurdamente scherzoso e perpetuo; un cinema come labirinto e meraviglia. D’altronde, dovremmo sapere ormai che cercare di arrovellarsi intorno al ‘senso’ dei paradossi temporali è fondamentalmente una perdita di tempo. E proprio il concetto di ‘elasticità’ del tempo qui è più che mai centrale.

Tenet.jpgSe preferite, e per cominciare dall’inizio, che è poi anche la fine, tutto il film si basa sul più elementare e vecchio dei trucchi del cinematografo: la possibilità incredibile di far scorrere il tempo all’indietro. Allo stesso modo come il primo effetto speciale mai messo in scena in Demolizione di un muro di Auguste e Louis Lumière nel lontano 1896, una pellicola avvolta per caso nella direzione opposta per un ingranaggio difettoso e un muro appena abbattuto dagli operai dei celebri fratelli si ricostruiva magicamente in flashback. Charlie Chaplin pianificò buona parte dei suoi colpi più accurati facendo partire (e non cadere …) il movimento casuale di un’ascia o di una mazza dal punto esatto del suo obiettivo: appena un millimetro dalla sua stessa testa. La sorpresa derivava così da una precisione ‘truccata’. Nel 1946 Jean Cocteau usò – e persino abusò – delle riprese inverse per comporre alcune delle sue più belle illusioni per il film La Bella e la Bestia, su tutte il fuoco che, invece di consumare, creava ogni cosa.

Tenet immagina la storia di una spia, o qualcuno di molto più importante, dedita a salvare l’umanità da un’apocalisse imminente. Un combattuto John David Washington (BlacKkKlansman) a metà tra il James Bond vecchia maniera e l’Ethan Hunt dei Mission: Impossible deve fermare i piani semi-parodistici del crudele Kenneth Branagh, determinato egoisticamente a estendere all’intero genere umano un destino nefasto.

Il villain Andrei Sator possiede infatti la chiave dell’infernale macchinario capace di tanto. Il nostro ‘protagonista’ senza nome, accompagnato nell’ardua missione da Robert Pattinson (che fa le prove generali per il ruolo principale nel prossimo The Batman) e segretamente infatuato di Elizabeth Debicki (che ricorda le figure femminili tanto care ad Alfred Hitchcock più che quelle dei film con l’agente 007), deve quindi impedire che gli orologi si fermino per sempre. Prima di riuscirci, naturalmente, avrà il suo bel da fare spostandone le lancette indietro e avanti.

Fin qui, una sinossi che a malapena si fa carico del prevedibilmente inestricabile ginepraio dove ogni cosa ammette una doppia lettura; un altro punto di vista; un simpatico, atemporale e grazioso loop in ‘rewind’. Nonostante gli sforzi di tutti i personaggi per spiegare agli spettatori nel corso dei 150 minuti complessivi di Tenet cosa stia succedendo esattamente, appare del tutto impossibile orientarsi in un argomento che è l’opposto dell’ovvio. Ed è di questo che si tratta: perdersi, dubitare, godersi lo smarrimento nel suo senso più ampio. Tra l’altro, quasi tutto torna (circa). Christopher Nolan parla agli spettatori che vogliono scervellarsi, presupponendo che le persone che accettano la sfida di giocare a nascondino con lui si siedano sulla poltroncina del cinema e si inoltrino senza timore tra i suoi arzigogoli temporali.

Le scene d’azione di Tenet vanno dal punto A) al punto B) linearmente e – contrariamente – dal punto B) all’A) nello stesso tempo e senza soluzione di continuità (o discontinuità, a seconda di come la si guarda). Tutto viene visualizzato sullo schermo due volte in direzioni opposte contemporaneamente, alternativamente o in entrambi i modi simultaneamente. In effetti, ogni cosa è modalità e modularità. Ed è lì, nell’eccesso palindromico delle opposte direzioni che prende, che il film di Christopher Nolan – facilmente tacciabile anche questa volta di pretenziosità e finta genialità – esplode davanti agli occhi del pubblico, quasi sicuramente felice per la sensazione di spaesamento che viene suscitata.

tenet film nolan 2020Volendo, Tenet può essere interpretato come una conseguenza necessaria di quel primo tentativo di raccontare una storia a ritroso che il regista ha provato in Memento (2000). O come variazione dei suoi ricorrenti studi sul tempo e le alterazioni della coscienza che attraversano la sua sua filmografia partendo da Following (1998), passando per Inception (2010) e Interstellar (2014), fino a Dunkirk (2017). Christopher Nolan insiste sulla scomposizione del tempo come algoritmo per comprendere sia l’intero universo che il cinema stesso.

È il tempo che ci rende diversi in ogni salto evolutivo (in ogni incontro con il monolito nero di Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio), siamo qualcos’altro. L’umanità è quindi l’unica che, nel suo ‘dominio’ dei paradossi temporali, può diventare letteralmente aliena a se stessa. Così era in Interstellar: “Loro siamo noi“. Quando Cooper comunica con sua figlia dall’altra parte dello specchio, dalla frontiera di una nuova possibilità di vita, si limita a riconoscere e a rendere effettivo l’unico enigma incomprensibile almeno quanto il tempo stesso: l’amore.

Ed è secondo queste coordinate spazio-temporali, per così dire, che Tenet viene dato in pasto allo spettatore ancora e ancora, avanti e indietro. Se fino ad oggi avevamo vissuto il viaggio nel tempo come una miracolosa acrobazia ai comandi di una qualunque Delorean, ora ciò che conta è il viaggio stesso, il viaggio invertito, verso il passato o il futuro, a seconda del luogo del passato – o del futuro – in cui collochiamo il ​​presente. In effetti, la cronologia non conta più, conta la cronotopia. Ciò che importa veramente è invece la sfumatura spazio-temporale come radice e matrice di due concetti indissolubili. Tutto chiaro, vero? (leggerlo senza aver visto il film non aiuta).

Ciascuna delle scene d’azione (di questo si tratta, di recuperare il fervore del turbamento semplice e gioioso) è progettata per violare le regole delle scene d’azione classiche. Nessun effetto digitale da cinecomic, né uno sviluppo lineare del frastuono. Tutto, è chiaro, rischia di creare ancora più confusione. La materialità onirica dell’irrappresentabile occupa lo schermo in toto. Dalla musica profonda e pulsante firmata dallo svedese Ludwig Göransson (che subentra al viscerale Hans Zimmer), alla fotografia ipernaturalista dell’ormai fedelissimo Hoyte van Hoytema, passando per il complesso montaggio emotivo – prima ancora che tecnico – di Jennifer Lame (precedentemente al lavoro con Noah Baumbach), il comporta tecnico di Tenet va a formare – prevedibilmente – un affresco ipnotico, che rischia – altrettanto prevedibilmente – di soverchiare il contenuto. Ostico, o falsamente ostico, e pertanto irritante, o pretenzioso.

John David Washington e Robert Pattinson in Tenet (2020)Per riassumere molto, Tenet è il film che – tolto forse Dunkirk – ci si potrebbe aspettare da Christopher Nolan. Abbiamo la perplessità dettata dai salti spazio-temporali, un inutile eccesso di spiegoni, e anche, è giusto sottolinearlo, il mal equilibrato melodramma che coinvolge il figlio della Debicki e Branagh che interrompe la frenesia dell’azione.

Non cercare di capirlo, sentilo“, è il consiglio che esce dalla bocca di un personaggio di Tenet. Il patto tacito è lasciarsi trasportare dall’istinto e accettare anche alcune convenzioni e licenze drammatiche che ci permettono di andare oltre … Meno si legge sulla trama e meglio è, perché il film può essere sintetizzato e descritto bene quanto si vuole, ma viverlo in prima persona – magari in un IMAX che ne valorizzi e amplifichi i valori tecnici – è per forza di cose la soluzione migliore.

Questa è anche una delle frasi più significative di Tenet, che oltre a raccontare ciò che conta, è densa di riferimenti metalinguistici: chi è il Protagonista, se ce ne deve essere uno? Quali sono le motivazioni finali di ciascuna delle pedine principali? È davvero un film classico come sembra? La risposta è sì. E no. È infatti classico in tutto e per tutto se consideriamo che abbiamo un eroe, un cattivo, dobbiamo salvare il mondo come lo conosciamo, abbiamo complotti legati allo spionaggio e persino un conto alla rovescia molto particolare.

L’elemento dirompente è tuttavia la concezione del tempo e quindi il modo in cui una storia si evolve nel suo involucro, che sembra molto semplice, ma che è pieno di angoli e fessure. La chiave è l’inversione dell’entropia di oggetti e corpi e di tutte le immagini associate a come qualcosa del genere, ipoteticamente, potrebbe funzionare nella pratica. Alla fine, Christopher Nolan applica concetti di fisica teorica, proponendosi come un architetto immaginario che crea una “realtà” tangibile. Uno sforzo eccessivo, che pretende anche la disponibilità dello spettatore di effettuare più visioni? Forse si, ma potrebbe valerne la pena in un contesto storico che offre pochi blockbuster capaci di portare nelle sale pubblico generalista e ‘colt0’.

Per capirne di più, vi rimandiamo alla nostra spiegazione del film e del finale del film.

Di seguito il trailer finale italiano di Tenet, nei cinema dal 26 agosto:

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