Donne costrette in schiavitù in un’America distopica, ma lo spaccato sull’attualità è inquietante: su Netflix trovi questa serie cult
29/05/2026 news di Andrea Palazzolo
The Handmaid's Tale è una serie inquietante con un ritmo serrato da vedere e riscoprire, soprattutto ora che è su Netflix.

Distopica, conturbante, imperdibile. Sono solo alcuni degli aggettivi con cui pubblico e critica hanno accolto The Handmaid’s Tale, la serie che ha scalato la top 10 di Netflix. Sei stagioni e 66 episodi che hanno ridefinito gli standard della serialità contemporanea, trasformando il romanzo cult di Margaret Atwood in un fenomeno mediatico di portata globale.
Tratta da Il racconto dell’ancella, pubblicato dalla scrittrice canadese nel 1985, la serie aveva debuttato sulla piattaforma statunitense Hulu, e in Italia in esclusiva su Tim Vision, il 26 aprile 2017. A quasi 10 anni dalla prima messa in onda, l’arrivo su Netflix ha reso questo prodotto ancora più accessibile al pubblico italiano. Una mossa strategica che ha ampliato notevolmente la platea di spettatori potenziali.
La forza di The Handmaid’s Tale sta nella sua capacità di costruire un universo narrativo oppressivo e credibile. Considerando le notizie sempre più sconcertanti che arrivano oltreoceano e che rendono la storia attuale americana simile in modo inquietante al mondo distopico della serie tv. La trama ci catapulta in un futuro non troppo lontano in cui gli Stati Uniti sono caduti sotto il controllo della Repubblica di Gilead, uno stato totalitario, militarizzato e profondamente misogino. Al potere ci sono estremisti religiosi che hanno stravolto ogni equilibrio sociale, trasformando le donne fertili – ormai rarissime a causa di una crisi di sterilità planetaria – in ancelle, costrette alla schiavitù riproduttiva.
Il sistema di Gilead è meticolosamente strutturato. La popolazione femminile è divisa in classi sociali rigide, ciascuna identificata da abiti di un colore specifico. Le ancelle indossano il rosso, simbolo del loro ruolo procreativo e del sangue. Le marta, vestite di grigio chiaro, sono le domestiche. Le mogli dei comandanti sfoggiano varie tonalità di blu, colore che evoca purezza e autorità. Il resto della popolazione femminile veste di grigio. A vigilare su questo sistema ci sono le zie, figure autoritarie in marrone scuro che si occupano di “educare” le ancelle, e gli occhi, una polizia segreta che scova e punisce ogni forma di ribellione.
Al centro di questo incubo c’è June Osborne, ribattezzata Difred – letteralmente “di proprietà di Fred” – interpretata da una magistrale Elisabeth Moss. L’attrice, sempre più richiesta nel panorama cinematografico (basti pensare alle sue performance in L’uomo invisibile e Noi), ha trovato in questo ruolo uno dei suoi personaggi più iconici. June è un’ancella assegnata alla casa del Comandante Fred Waterford e di sua moglie Serena Joy. Attraverso i suoi occhi assistiamo al contrasto stridente tra il “tempo che era” – quando conduceva una vita normale con il marito Luke e la figlia Hannah – e la brutalità del presente.

Il cast della serie è di altissimo livello. Accanto a Elisabeth Moss troviamo Joseph Fiennes nei panni del Comandante Waterford, Yvonne Strahovski come sua moglie Serena, una donna complessa e contraddittoria, Samira Wiley nel ruolo di Moira, amica di June e figura di resistenza, Alexis Bledel che interpreta Emily, un’altra ancella con un passato doloroso, e Ann Dowd, straordinaria nel ruolo della zia Lydia, incarnazione dell’oppressione interiorizzata.
The Handmaid’s Tale è una di quelle serie che lascia il segno. Non è una visione leggera, non concede facili consolazioni. Ma è esattamente questo il suo punto di forza: la capacità di disturbare, di porre domande scomode, di costringere a guardare negli abissi di quello che potremmo diventare. E nel farlo, racconta anche storie di resilienza, di solidarietà femminile, di speranza che resiste anche quando sembra impossibile.
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