The Movie Db/10
The Movie Db/10
30 marzo 2017

[recensione] Ghost in the Shell di Rupert Sanders

Scarlett Johansson è il Maggiore in una rivisitazione tanto ambiziosa quanto vacua, che getta al vento ogni spunto degli originali giapponesi in favore del solito action hollywoodiano tutto guscio e niente anima

30 marzo 2017

Avete presenti i classici della fantascienza come Blade Runner, Robocop, Matrix o opere più recenti come Ex Machina e la serie Westworld? Bene, prendetene alcuni spunti – specie per quanto riguarda ambientazioni futuristiche e rapporto con le I.A. – frullateli senza soluzione di continuità e spalmateli su un’intelaiatura prelevata di peso dai due film di Mamoru Oshii e dalle due stagioni di Stand Alone Complex e avrete la versione made in Hollywood di Ghost in the Shell (le 18 cose da sapere).

Ghost in the Shell posterMa andiamo con ordine. L’inizio sarebbe pure promettente, ricordando la sequenza di apertura sia del primo lungometraggio animato del 1995 che dello show trasmesso lo scorso anno dalla HBO – dove vediamo un cervello umano trapiantato nel corpo splendidamente cibernetico di Mira Killian, nome anglofono scelto per il Maggiore (una Scarlett Johansson più brava a esprimere un impassibile Shell che il travagliato Ghost a suo interno… 50 cose da sapere sull’attrice). Un anno più tardi, lei è diventata una macchina da guerra al soldo della Sezione 9 e del suo impassibile capo Aramaki (un Takeshi Kitano che si rivolge a tutti in giapponese), che la inviano in missioni di sicurezza ad alto rischio. Il compito principale è quello di rintracciare terroristi informatici assieme al collega Batou (il billyidolizzato Pilou Asbæk), con cui vaga per una megalopoli che è un incrocio tra Hong Kong e Tokyo, con palazzoni e grattacieli sovrastati da ologrammi e proiezioni 3D moleste, come nella migliore delle tradizioni dal 1982 in poi. La gran parte degli esseri umani è invece implementata con parti del corpo sintetiche o altri miglioramenti che li rendono sempre più artificiali – comprese le acconciature (che nemmeno nel miglior Hunger Games …). A controllare ogni cosa ci sono la diabolica Hanka Corporation e il suo leader, Cutter (Peter Ferdinando), che ha fabbricato il Maggiore come primo prototipo per impieghi militari e spera di fare presto cassa con questo progetto. In città però compare un misterioso hacker chiamato Kuze (un Michael Pitt in tenuta Kylo Ren), che si diverte a scombinare sia i piani della multinazionale che la mente della protagonista, immettendole nel sistema dei glitch sempre più duri da controllare e sopprimere per la sua materna supervisore, la Dott.ssa Ouelet (la sempre dignitosa Juliette Binoche).

Anche se foste totalmente digiuni delle pregresse versioni cyberpunk animate, troverete non difficile capire come si evolveranno le vicende, visto che i colpi di scena latitano e gli spunti dall’alto potenziale si perdono in scene d’azione ordinarie e viste prima chissà quante volte. Il regista Rupert Sanders – che ha alle spalle soltanto la già non particolarmente emozionante rivisitazione Biancaneve e il Cacciatore – e il suo team, a quanto pare attenti fino a un certo punto alle possibili reazioni della base dei fan degli originali, hanno chiaramente optato per una trasposizione elegante e parecchio annacquata. E’ evitato difatti gran parte dell’esistenzialismo che dovrebbe affliggere un’Intelligenza Artificiale, che prende lentamente coscienza di sé per andare all in sul solito sparatutto futuristico che scava nella psicologia del personaggio principale con un cucchiaino da caffè invece che con una trivellatrice. Forse ricorderete che – come successo anche per il già formattato The Great Wall – al momento dell’annuncio del cast l’anno scorso erano esplose le polemiche per l’ormai pronto a entrare nelle parole d’uso comune whitewashing, che alla luce della visione risulta però il ‘minore’ dei problemi. Come ormai uso e costume a Hollywood, il team composto da ben tre sceneggiatori (Jamie Moss, William Wheeler e Ehren Kruger) ha scelto di gettare nel pozzo senza fondo di Sparta le idee più stimolanti e criptiche del materiale di partenza, privilegiando ‘giustamente’ un film d’azione che salta da uno scontro all’altro senza fermarsi troppo a contemplare e che sbocconcella aforismi 3.0 for dummies.

Ghost in the ShellLe opere giapponesi riuscivano clamorosamente a essere al tempo stesso crude e filosofiche, annegando gli spettatori in uno stato di disagio e spingendoli a riflettere seriamente sul futuro dell’umanità, deragliata in un mondo sempre più tecnologizzato – dove attraverso cavi inseriti nella parte posteriore della testa si possono uploadare nuove informazioni e funzioni alla bisogna e dove puoi farti impiantare un fegato artificiale per sbronzarti a morte senza pensieri. Il live action di Ghost in the Shell dà solo un vago assaggio di quelle atmosfere, che rimangono più aleggianti sullo sfondo che vero e proprio nocciolo della storia; quest’ultima si riduce invece a un semplicistico scontro tra Bene e Male, dove nessun mistero resta alla fine irrisolto. Nemmeno degli aspetti più sensuali legati alle nudità del Maggiore (nascoste dalla tuta termo-ottica color carne) o dell’evocativa colonna sonora di Kanji Kawai è praticamente rimasta traccia, tra remix tamarri di Steve Aoki e piattume targato Clint Mansell. Non è mai cosa bella giudicare una pellicola prima di averla vista, ma alla luce dei fatti bisogna dire che gli appassionati più oltranzisti avevano giustamente di che storcere il naso sin dai primi trailer. L’unico motivo di interesse qui potrebbe essere infatti quello di saziare la fame e la curiosità di quelli che volevano a ogni costo vedere trasportati ‘dal vero’ e nel glorioso formato IMAX e 3D alcune iconiche sequenze e personaggi, magari per progettare meglio il prossimo costume da cosplayer da portare a Lucca Comics & Games 2017. Ovviamente quello visivo è uno degli aspetti meglio riusciti (140 milioni di dollari di budget non sono proprio briciole): in ogni sequenza c’è qualcosa che cattura lo sguardo, su tutto le incredibili robo-geishe – sfruttate per pochi istanti però – o l’acquoso limbo virtuale in cui strisce di numeri binari galleggiano verso l’alto come bolle d’aria.

Come detto però, i dati raccolti con visioni in fast-forward dei film di Oshii (non ci spingiamo nemmeno a ipotizzare la lettura del manga di Masamune Shirow da cui tutto ha avuto avvio) non raggiungono mai una massa critica sufficiente a farsi ricordare, risultando in un tripudio di luci lampeggianti e bei colori vivaci, insieme distraenti e distraibili, che culminano in un finale che vede il Maggiore dall’alto di un grattacielo scrutare la città sottostante e con voce fuoricampo recitare il mantra di quali sono il suo posto nel mondo e il suo scopo (pescate liberamente dall’ultimo ventennio i film che utilizzano lo stesso espediente, ne troverete non meno di quindici).

Certo, se avete 15 anni e/o vi è piaciuto un guazzabuglio come Lucy di Luc Besson, non avrete difficoltà ad adorare anche questo adattamento, tanto ambizioso all’apparenza quanto vacuo all’interno, come lo sguardo della Johansson.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Ghost in the Shell:

Articolo
[recensione] Ghost in the Shell di Rupert Sanders
Titolo
[recensione] Ghost in the Shell di Rupert Sanders
Descrizione
Scarlett Johansson è il Maggiore in una rivisitazione tanto ambiziosa quanto vacua, che getta al vento ogni spunto degli originali giapponesi in favore del solito action hollywoodiano tutto guscio e niente anima
Autore
Nome del publisher
Il Cineocchio
Logo del publisher
CAST

Articoli correlati

Inserisci un commento