11 novembre 2016

[recensione] Recovery di Darrell Wheat

Poco originale e ancor meno sanguinoso, questo slasher mancato non fa altro che finire per annoiare lo spettatore

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11 novembre 2016
recovery

La tecnologia cela dietro un’apparenza del tutto innocua terribili pericoli, e tale lezione sembra ribadire alquanto maldestramente per l’ennesima volta Recovery (in italiano tradotto con il peculiare titolo Ritrovamento) di Darrell Wheat.

Già nel 2011 la britannica Black Mirror, serie visionaria creata da Charlie Brooker (QUI tutto ciò che dovete sapere della stagione 3), ci aveva mostrato alcuni degli aspetti più oscuri della futura società ipertecnologica, diverse pellicole negli ultimi anni hanno incentrato il lato orrorifico su minacce molto più vicine e comuni. Se in Friend Request a Unfriended Facebook era il tramite per malefiche e vendicative forze demoniache, Recovery ci mostra che è uno strumento altrettanto valido per qualsiasi psicopatico che miri a spiare un’ignara donzella tra le molte che, peccando di esibizionismo, sono solite postare immagini discinte di sé ad ogni ora del dì.

recovery-poster-wheatAl centro della vicenda c’è Jessie (Kirby Bliss Blanton) che, tradita dal fidanzato alla festa per il suo diploma, stringe per caso amicizia con l’estroversa Kim (Rachel DiPillo), il cui ragazzo sembrerebbe aver scelto tempo prima la stessa intrigante bionda. Le due decidono dunque di dimenticare insieme le loro sventure amorose, lasciare la festa e andarsene a ballare. Prima di darsi alle danze sfrenate, tuttavia decidono di passare da casa di Jessie che, oltre a cambiarsi, decide di inaugurare all’istante il suo nuovo cellulare e lo porta con sé. Al duo festaiolo si accodano infine un ospite indesiderato, il fratello della protagonista, Miles (Alex Shaffer) e il fascinoso Logan (Samuel Larsen). I quattro si divertono, le due ragazze in bagno sniffano della cocaina e nel farlo cade il cellulare di Kim, così l’altra presta, sprovveduta, all’amica di recentissima data il suo nuovo telefonino. Qui il momento di svolta, da teen drama la vicenda si fa più fosca anche se non molto più interessante o originale: i tre rimasti vanno alla ricerca della fuggitiva – o scomparsa, non si capisce bene- e del device perduto grazie al provvidenziale – o meglio funesto, viste le conseguenze – “trova il mio iPhone”, approdando a una sinistra casa in un quartiere palesemente poco raccomandabile.

Un po’ come i giovani svaligiatori di Man in the Dark (Don’t Breathe) di Fede Alvarez, anche qui tre – ancor più sprovveduti – home invaders si imbattono in qualcosa di molto più funesto di quanto avessero previsto. Figli di una lunga tradizione di famiglie disfunzionali e composte da psicopatici assassini e torturatori, il cui esempio maximo è forse il geniale La casa dei mille corpi (House of 1000 Corpses) di Rob Zombie, i villain di Recovery hanno mire differenti per le loro selezionatissime prigioniere: in una declinazione perversa di un’agenzia matrimoniale selezionano la futura ospite della loro magione, che difficilmente potrà poi lasciarla, come peraltro ci viene mostrato sin dalla sequenza di apertura con una sfortunata bachelorette. Anzitutto deludente perché la somma di cliché di genere, la stirpe di folli e l’ambientazione angosciosa e claustrofobica in interni – perfetta per un film che non può ricorrere a un alto budget (si pensi al primo capitolo di La notte del Giudizio di James DeMonaco) – non sono gli unici elementi poco innovativi. Per nostra sfortuna, anche quando la situazione diviene più densa di pericolo, ossia dopo l’introduzione furtiva, lo sviluppo è il farraginoso ensamble di spezzoni già visti che mirano a far sobbalzare lo spettatore e che invece tendenzialmente lo annoiano. I personaggi continuano ad aggirarsi furtivi per le stanze che riservano agghiaccianti sorprese, nella sperimentata pratica dell’errabondare per labirintici ambienti e corridoi inseguiti da una qualche minaccia, umana o sovrannaturale che sia (praticamente qualsiasi slasher si basa su tale schema erratico nel cercare di evocare un senso di angoscia); a ciò si aggiungono alcuni espedienti piuttosto ritriti, tra cui quello del ricorrere a schermi di sorveglianza per farci intravedere le diverse vittime, come già visto in molteplici casi dalla scena di chiusura del primo Resident Evil di Paul W. S. Anderson dove intravediamo la sagoma di zombie catturata di sfuggita su un monitor fino al recente The Hoarder di Matt Winn in cui quest’ultimo è lo strumento per rivelare le stanze dei prigionieri del magazzino. A ciò si uniscono le solite videocassette pseudo snuff, con immagini sconvolgenti che però non ci vengono praticamente mostrate e ragazze semicoscienti incatenate in giro per le stanze, fatto peraltro poco coerente con la ricerca, benché perversa, di una consorte inizialmente vagheggiataci.

recovery-3Certo l’originalità non è un pregio del film, ma sarebbe risultato comunque tranquillamente fruibile se quantomeno avesse contenuto un po’ di serio gore, qualche tortura ben fatta, ma per nostra somma disdetta, non è questo il caso. Le sequenze contengono la minima violenza sindacale perché Recovery possa essere considerato un thriller horror e non un teen drama, denso di voyerismo da social network e dialoghi adolescenziali quali quello reiterato sull’importanza del cellulare, quale scrigno di ogni più recondito segreto. Il sangue, i particolari scabrosi sono quasi tutti fuori campo, il film ci suggerisce, nemmeno poi tanto, ma non ci soddisfa per nulla, anzi Darrell Wheat vorrebbe lasciarci sconvolti con la silloge di ingredienti orrorifici ormai deteriorati dall’uso, ma non riesce nemmeno a supportarli con la giusta dose di fosca e cruenta spettacolarizzazione.

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[recensione] Recovery di Darrell Wheat
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Poco originale e ancor meno sanguinoso, questo slasher mancato non fa altro che finire per annoiare lo spettatore
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Il Cineocchio
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