Action, pallottole e inseguimenti: 3 film imperdibili per gli 82 anni della leggenda action Gary Busey
29/06/2026 news di Andrea Palazzolo
Gary Busey è un artista eclettico che ha saputo reinventarsi a ogni film, divenendo punto di riferimento per una generazione.

William Gary Busey, conosciuto semplicemente come Gary, è uno di quegli attori che hanno abitato l’immaginario collettivo di un’intera generazione senza mai diventare una vera star di primo piano. Nato a Goose Creek, in Texas, il 29 giugno 1944, Busey ha costruito una carriera cinematografica lunga oltre cinquant’anni, passando da candidato all’Oscar a presenza fissa in produzioni indipendenti action e film di serie B.
La sua è una parabola artistica e personale imprevedibile e affascinante, segnata da momenti di gloria, tragedie personali e una resilienza che ha del leggendario. Non è mai stato un attore convenzionale, né ha cercato di esserlo. La sua presenza scenica, quel mix di intensità fisica e vulnerabilità emotiva, lo ha reso perfetto per ruoli di cattivi carismatici, mentori tormentati, figure al margine della società. Oggi, l’attore compie 82 anni perciò ecco alcuni dei suoi migliori film, per rispolverare un artista a tutto tondo.
Arma Letale (1987)
Quando Arma letale arrivò nelle sale americane il 6 marzo 1987, nessuno immaginava che quel film avrebbe riscritto le regole del cinema d’azione. Richard Donner, reduce dal successo di Superman e I Goonies, mise in scena qualcosa di radicalmente diverso rispetto agli action hero muscolosi e invincibili che dominavano gli anni ’80. Al centro della storia c’era Martin Riggs, un poliziotto sull’orlo del suicidio interpretato da un Mel Gibson ancora lontano dai fasti di Braveheart, affiancato da Danny Glover nei panni del sergente Roger Murtaugh, padre di famiglia che pronuncia la battuta destinata a diventare iconica: “Sono troppo vecchio per questo“.
La genialità di Arma letale sta nell’aver trasformato un personaggio profondamente disturbato in un eroe d’azione credibile. Riggs non è solo un poliziotto coraggioso: è un reduce del Vietnam vedovo recente, ossessionato dalla morte della moglie adorata, che ha trasferito nella pistola il suo unico amore rimasto. Vive alle soglie della follia, flirta costantemente con il suicidio, eppure proprio questa fragilità psicologica lo rende magnetico. Nelle mani di Gibson, Riggs diventa “l’arma letale” del titolo, un uomo così pericoloso per se stesso da risultare invincibile contro i nemici.
Predator 2 (1990)
Los Angeles, 1997. Non la città scintillante delle cartoline, ma una metropoli sull’orlo del collasso, dove le gang di narcotrafficanti si fronteggiano a colpi di mitra e la polizia fatica a mantenere il controllo. In questo scenario distopico, già esplosivo di suo, si inserisce un nuovo giocatore: un cacciatore alieno che trasforma le strade della California in un personale campo di caccia. Benvenuti in Predator 2, il sequel del 1990 che portò il celebre extraterrestre dalla giungla centroamericana al cemento rovente della città degli angeli.
La trama si sviluppa in un crescendo di violenza urbana. I massacri si moltiplicano: corpi squartati, appesi a testa in giù, contrassegnati da simboli che sembrano voodoo. Colombiani contro giamaicani, polizia contro federali, tutti contro tutti. Ma c’è qualcosa di diverso in questi omicidi, qualcosa che non quadra. Le vittime sono macellate con una precisione chirurgica, come animali da trofeo, e gli assassini sembrano dissolversi nell’aria senza lasciare traccia.
L’agente federale Peter Keyes, interpretato da Gary Busey, rivela a Harrigan la verità: non si tratta di criminali umani, ma di predatori alieni dotati di tecnologia avanzatissima che li rende praticamente invisibili. Questi cacciatori extragalattici giungono sulla Terra nei periodi di massima violenza per dare la caccia agli esseri umani più pericolosi, collezionandone i teschi come trofei. Un concetto disturbante che trasforma il Predator da semplice mostro in un serial killer cosmico con un codice d’onore tutto suo.
Point Break – Punto di rottura (1991)
Ci sono film che definiscono un’epoca, e poi c’è Point Break. Uscito nel 1991, questo thriller d’azione diretto da Kathryn Bigelow ha fatto molto più che intrattenere il pubblico: ha creato un linguaggio visivo che ancora oggi riconosciamo ovunque. Le maschere degli ex presidenti americani durante le rapine, il fascino autodistruttivo del fuorilegge carismatico, l’infiltrato che rischia di perdere se stesso. Tutto nasce qui, in questo film che mescola adrenalina pura, filosofia surf e un duetto maschile tra i più intensi del cinema anni Novanta.
La trama vede quattro rapinatori mascherati da Carter, Reagan, Nixon e Johnson terrorizzano le banche di Los Angeles. In 90 secondi entrano, svuotano le casse e scompaiono. L’FBI brancola nel buio finché l’anziano detective Angelo Pappas, interpretato da Gary Busey, formula un’ipotesi tanto bizzarra quanto azzeccata: i colpevoli sono surfisti che usano il bottino per finanziare i loro viaggi alla ricerca dell’onda perfetta. A indagare viene mandato Johnny Utah, un giovane agente interpretato da Keanu Reeves.
Guardare Point Break oggi significa immergersi in un’epoca in cui il cinema d’azione sapeva essere intelligente, i personaggi avevano profondità e le acrobazie erano reali. Un film dove il confine tra bene e male si sfuma davanti alla potenza di un’onda e alla forza di un legame impossibile.
© Riproduzione riservata




