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Voto: 8/10 Titolo originale: Serpico , uscita: 18-12-1973. Budget: $3,500,000. Regista: Sidney Lumet.

Da Michael Corleone a poliziotto onesto: su Netflix il thriller del 1973 con Al Pacino tratto da una storia vera

19/09/2026 recensione film di Stella Delmattino

Dopo Il padrino, Al Pacino cambia volto in un poliziesco di Sidney Lumet ispirato a fatti reali: un agente rifiuta le tangenti e scopre che il pericolo più grande arriva dai suoi colleghi

Al Pacino in Serpico (1973) film

Un poliziotto rifiuta di prendere tangenti. Invece di essere considerato un esempio, diventa un problema per i suoi colleghi. E quando la situazione precipita, non può più essere sicuro che qualcuno gli coprirà le spalle. È il paradosso al centro di Serpico, il film del 1973 diretto da Sidney Lumet con Al Pacino, segnalato tra le novità di Netflix Italia del 17 settembre. Ispirato alla vicenda reale dell’agente newyorkese Frank Serpico, è un poliziesco nel quale il pericolo più grande non arriva dalla criminalità di strada, ma dall’istituzione che dovrebbe combatterla.

Lumet mette subito le carte in tavola: Serpico viene trasportato in ospedale dopo essere stato colpito al volto durante un’operazione. Il film torna quindi indietro nel tempo, ai suoi primi anni nella polizia di New York, per ricostruire il percorso che lo ha portato fino a quel momento. Non si tratta di scoprire se il protagonista finirà nei guai. La domanda, molto più inquietante, è come sia potuto accadere.

Un poliziotto onesto in un sistema che non lo vuole

All’inizio Frank è un giovane agente entusiasta, convinto che il proprio lavoro consista nell’arrestare i criminali e proteggere le persone. Si distingue subito per l’abbigliamento anticonformista, la barba e un atteggiamento insofferente alle gerarchie. Ma è soprattutto il suo modo di intendere la professione a renderlo diverso: non accetta che i colleghi picchino un sospettato durante un interrogatorio e, quando scopre il sistema di tangenti che coinvolge diversi reparti, si rifiuta di parteciparvi.

Il film evita però di trasformare la corruzione in una questione limitata a pochi individui facilmente identificabili. Il denaro passa di mano in mano, le responsabilità si disperdono e il silenzio diventa una forma di appartenenza. Chi prende la propria quota è considerato affidabile; chi la rifiuta mette tutti gli altri in una posizione scomoda. Serpico non deve quindi affrontare soltanto dei colleghi disonesti, ma un ambiente nel quale denunciare un illecito equivale a tradire il gruppo.

La sua ostinazione lo spinge a rivolgersi ai superiori, a cercare interlocutori disposti ad ascoltarlo e, infine, a portare le accuse fuori dai canali interni. Ogni tentativo produce nuove promesse e ulteriori rinvii. Intanto, il rapporto con i colleghi si deteriora. La forza del racconto sta proprio in questa progressione: un uomo che all’inizio vuole semplicemente fare bene il proprio lavoro finisce per non sentirsi più al sicuro mentre lo svolge.

Sidney Lumet trasforma New York in una trappola

Girato interamente in esterni a New York, Serpico sfrutta la città in maniera molto diversa da un poliziesco costruito attorno a un’indagine spettacolare. Commissariati, strade, appartamenti e locali restituiscono la dimensione quotidiana di una professione fatta di turni, incontri e compromessi. Lumet attraversa questi ambienti seguendo il protagonista nel corso degli anni, senza concedergli un luogo nel quale possa davvero sottrarsi alla pressione.

La struttura in flashback è decisiva. Poiché conosciamo fin dall’inizio le conseguenze della vicenda, ogni nuova intimidazione assume un peso maggiore. Una conversazione apparentemente ordinaria, un collega che si allontana o una richiesta di aiuto ignorata diventano segnali di un isolamento destinato ad aggravarsi. Lumet non ha bisogno di moltiplicare le sparatorie: gli basta mostrare quanto possa essere pericoloso entrare in azione quando non si ha più fiducia negli uomini che dovrebbero intervenire in caso di necessità.

Il film conserva anche un andamento volutamente irregolare, scandito dai trasferimenti di Serpico e dalla ripetizione di situazioni simili in reparti differenti. A tratti questa struttura può risultare dispersiva, ma serve a chiarire un punto: cambiare ufficio non significa uscire dal problema. La corruzione non scompare semplicemente spostandosi in un altro quartiere.

Al Pacino costruisce un eroe difficile da amare

Uscito nello stesso periodo in cui il successo de Il padrino aveva imposto Al Pacino all’attenzione internazionale, Serpico gli offre un personaggio quasi opposto a Michael Corleone. Frank non controlla le proprie emozioni: si arrabbia, alza la voce, insiste anche quando sarebbe più prudente fermarsi. La sua integrità non coincide con un temperamento accomodante e la battaglia contro la corruzione finisce per compromettere anche la sua vita privata.

Pacino rende credibile il logoramento attraverso cambiamenti che non riguardano soltanto l’aspetto fisico. All’entusiasmo iniziale subentrano diffidenza e irritabilità; la determinazione diventa progressivamente inseparabile dalla paura. È proprio questa interpretazione, premiata con una candidatura all’Oscar, a impedire che il protagonista si riduca a un simbolo astratto di onestà. Serpico è un uomo che prende una decisione giusta e scopre di non poter controllare ciò che quella decisione comporterà.

Quanto c’è di vero nella storia di Serpico?

Il film deriva dal libro di Peter Maas dedicato al vero Frank Serpico, che denunciò la corruzione nella polizia di New York e testimoniò davanti alla Commissione Knapp, istituita per indagare sugli illeciti all’interno del dipartimento. La vicenda cinematografica conserva i suoi elementi fondamentali, ma non va scambiata per una ricostruzione documentaria: alcune relazioni personali sono state modificate, la cronologia è stata compressa e il contributo di altri denuncianti, tra cui David Durk, è stato ridimensionato o affidato a personaggi di finzione.

C’è soprattutto un dettaglio da non trasformare in una certezza storica: Serpico fu realmente ferito gravemente durante un’operazione nel 1971, ma non è stato dimostrato che i colleghi avessero organizzato un agguato contro di lui. Lumet lavora sull’incertezza e sulla sfiducia, non sulla rivelazione di un complotto accertato. È una distinzione importante, perché rende il film ancora più disturbante: il protagonista arriva a temere di essere abbandonato proprio quando avrebbe più bisogno degli altri.

Perché recuperarlo su Netflix

A oltre cinquant’anni dall’uscita, Serpico resta un thriller capace di mettere in discussione una delle certezze del cinema poliziesco: che basti individuare i criminali per sapere da quale parte stare. Qui la linea di separazione attraversa la polizia stessa, e il protagonista paga un prezzo altissimo per aver rifiutato di ignorarlo.

La regia asciutta di Lumet e l’interpretazione nervosa di Pacino trasformano una vicenda di denuncia in un racconto di progressivo accerchiamento. Il film non suggerisce che l’onestà sia inutile, ma si guarda bene dal presentarla come una scelta semplice o automaticamente ricompensata. Il suo interrogativo più potente non è se Serpico abbia fatto la cosa giusta. È perché, per farla, abbia dovuto ritrovarsi così terribilmente solo.

Tags:Al Pacino
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