Voto: 6/10 Titolo originale: Le Pacte des loups , uscita: 31-01-2001. Budget: $29,000,000. Regista: Christophe Gans.
Il patto dei lupi (2001): un mostro che era solo l’inizio di un film che voleva essere tutto
17/09/2026 recensione film Il patto dei lupi di Marco Tedesco
Christophe Gans trasforma la leggenda della Bestia del Gévaudan in un kolossal gotico tra arti marziali, intrighi politici e orrore. Un'opera visivamente seducente, ma incapace di governare fino in fondo la propria ambizione

C’è un momento, ne Il patto dei lupi, in cui Christophe Gans sembra avere tutto ciò che serve per realizzare un grande horror. Una creatura sconosciuta massacra donne e bambini nelle campagne francesi del Settecento, i cadaveri vengono ritrovati orrendamente mutilati e nessuno sa esattamente cosa si nasconda nei boschi del Gévaudan. Il mistero è affascinante proprio perché il mostro rimane invisibile, alimentato dalle testimonianze contraddittorie e dalla superstizione popolare.
Gans, però, non vuole limitarsi a un horror. Trasforma la vicenda storica in un kolossal che mescola avventura in costume, thriller politico, melodramma gotico e arti marziali, con risultati tanto spettacolari quanto diseguali.
La sequenza iniziale chiarisce subito le intenzioni del regista: sotto una pioggia battente, Mani (Mark Dacascos), compagno del naturalista Grégoire de Fronsac (Samuel Le Bihan), affronta un gruppo di aggressori attraverso acrobazie, ralenti e accelerazioni che sembrano provenire direttamente dal cinema d’azione di Hong Kong. La Francia di Luigi XV diventa così il teatro di uno spettacolo volutamente anacronistico.
La contaminazione non è di per sé un difetto. Gans possiede una sensibilità figurativa notevole, evidente nella fotografia, nei costumi e nella composizione delle inquadrature. Il problema nasce quando l’esibizione stilistica prende il sopravvento sul racconto: i combattimenti si moltiplicano, i virtuosismi diventano prevedibili e la narrazione perde progressivamente compattezza.
La parte migliore rimane quella costruita attorno alla Bestia. Gans ne suggerisce la presenza attraverso i rumori, i movimenti della vegetazione e le conseguenze degli attacchi, adottando una strategia che ricorda Lo squalo di Spielberg. La creatura esiste soprattutto nell’immaginazione dello spettatore, dove può assumere proporzioni ben più terrificanti di qualsiasi rappresentazione concreta.
Quando finalmente viene mostrata, però, il mistero perde gran parte della sua forza. Non soltanto perché gli effetti digitali restituiscono un animale poco convincente, ma perché la rivelazione sostituisce l’inquietudine dell’ignoto con una spiegazione fin troppo elaborata.
La Bestia è infatti un animale trasformato in un’arma e utilizzato da una confraternita segreta per diffondere il terrore e destabilizzare il potere monarchico. È l’intuizione più interessante del film: il mostro non nasce dalla natura, ma dall’intervento umano. La paura diventa uno strumento politico, mentre il conflitto tra conoscenza scientifica e superstizione richiama le tensioni della Francia illuminista.
Gans, tuttavia, preferisce sviluppare queste suggestioni attraverso rituali, maschere e rivelazioni sensazionalistiche, senza approfondirne davvero le implicazioni. Anche i personaggi finiscono per risentirne. Mani, probabilmente la figura più affascinante, viene sacrificato per trasformare Fronsac da investigatore in vendicatore; Jean-François, interpretato da un enfatico Vincent Cassel, perde progressivamente ambiguità, mentre la Sylvia di Monica Bellucci rimane soprattutto una presenza iconografica, nonostante il ruolo decisivo nell’intreccio.
La seconda parte accumula tradimenti, morti, ritorni e combattimenti, spostando definitivamente l’attenzione dal mistero della Bestia a un lungo regolamento di conti. Non è tanto la durata di quasi due ore e mezza a pesare, quanto l’incapacità di stabilire una gerarchia tra gli elementi narrativi. Ogni nuova idea sembra richiederne un’altra, ogni conflitto una nuova sequenza spettacolare.
Eppure, liquidare Il patto dei lupi come una semplice imitazione hollywoodiana sarebbe ingeneroso. Gans guarda anche al gotico britannico, al feuilleton francese e al cinema orientale, costruendo un’opera dalla personalità riconoscibile, per quanto disordinata.
Il suo limite è confondere troppo spesso l’inventiva con l’accumulo. Le intuizioni politiche, il rapporto tra Fronsac e Mani e il mistero della creatura avrebbero potuto sostenere un film di notevole complessità, ma vengono progressivamente soffocati dalla necessità di stupire.
Il risultato è un’opera visivamente seducente, ricca di idee eppure incapace di governarle fino in fondo. Proprio come la sua Bestia, Il patto dei lupi è una creatura ibrida, costruita assemblando elementi differenti: affascinante finché rimane nell’ombra, decisamente meno convincente quando si mostra per intero.
© Riproduzione riservata




