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Rick Baker: «Volevo essere il dottor Frankenstein, così sono diventato truccatore»

14/08/2026 news di Pier Paolo Bonelli

Dalla folgorazione per Lon Chaney all’incontro con Dick Smith, da L'esorcista a King Kong, Un lupo mannaro americano a Londra e Thriller: il sette volte premio Oscar racconta come ha trasformato i mostri del cinema

rick baker locarno 2026

Esiste un cinema prima di Rick Baker e uno venuto dopo di lui. Sette Oscar vinti, undici candidature e oltre mezzo secolo trascorso a trasformare attori in creature, mostri, licantropi e icone della cultura pop hanno fatto del make-up artist americano una figura fondamentale nella storia degli effetti speciali cinematografici.

Eppure, ascoltandolo raccontare i propri inizi al Festival di Locarno, dove ha ricevuto il Vision Award, tutto sembra essere nato quasi per caso.

«Non sono un genio. Sono soltanto un uomo fortunato che è riuscito a trasformare un hobby in un lavoro. Mia madre lavorava in banca, mentre mio padre ha fatto molti mestieri. Era creativo, ma non riusciva a mantenere una famiglia soltanto disegnando e così incoraggiò la mia creatività. Quando ci trasferimmo nella periferia di Los Angeles avevo dieci anni e pensavo di diventare medico, anche se sono molto impressionabile alla vista del sangue. Quello che volevo fare davvero, però, era il dottor Frankenstein. Così sono diventato truccatore».

La camera da letto del giovane Baker diventa così il suo primo laboratorio, mentre la biblioteca cittadina si trasforma in una scuola improvvisata. Non esistono tutorial online, making of in alta definizione o corsi facilmente accessibili: bisogna cercare fotografie, libri e qualsiasi frammento d’informazione permetta di capire come vengono costruite le illusioni viste sullo schermo.

Rick Baker, Lon Chaney e l’incontro decisivo con Dick Smith

«Per imparare andai in biblioteca e trovai un libro sul trucco teatrale che mi insegnò moltissimo. Poi, sulla rivista Famous Monsters, vidi una fotografia di Lon Chaney ne Il fantasma dell’Opera e fu una vera folgorazione. Molti mesi dopo, nel numero 6 della stessa rivista, il primo che riuscii ad acquistare con i miei risparmi, trovai un’intervista a Dick Smith, il grande artista del make-up. In quel momento capii quale sarebbe stata la mia strada».

slok john landis filmDick Smith, futuro autore degli straordinari trucchi di film come Il padrino e L’esorcista, diventa per Baker qualcosa di più di un modello professionale.

Il giovane artista riesce a trovare il suo indirizzo e, durante un viaggio a New York per visitare la nonna, trova il coraggio di contattarlo.

«Gli scrissi una lettera e gli mandai le fotografie dei lavori che avevo realizzato a scuola. Mi rispose quasi subito. Nella busta c’erano persino una maschera di gomma e le fotografie del trucco che aveva creato per Dustin Hoffman ne Il piccolo grande uomo. Mi disse che non aveva mai visto un lavoro così ben fatto da un autodidatta di diciotto anni e mi invitò ad andare a trovarlo. Trascorsi tutta la giornata con lui e mi diede una quantità incredibile di informazioni. Anche Dick era autodidatta e ha sempre condiviso generosamente tutto quello che sapeva».

Quella disponibilità avrebbe avuto un peso enorme sulla formazione di Baker e, pochi anni più tardi, i due si sarebbero ritrovati a lavorare insieme a uno dei film horror più importanti di sempre.

Octaman: il B-movie da cui cominciò tutto

Prima di arrivare a Hollywood dalla porta principale, però, Baker passa attraverso una produzione decisamente meno prestigiosa.

Nel 1971 lavora infatti a Octaman, monster movie a bassissimo budget diretto da Harry Essex che lo stesso artista ricorda con un certo divertimento.

«Definirlo un B-movie sarebbe fargli un complimento. Mio padre all’epoca faceva consegne a domicilio e, entrando per errore in un cortile, scoprì che stavano girando un film. Me lo raccontò e così andai a propormi. Volevano un modellino del mostro Octaman e lo realizzai con pochissimi dollari. In realtà venni assunto per occuparmi dei trucchi soltanto perché nessun altro voleva fare quel lavoro».

Il caos della produzione diventa una lezione accelerata su come – e soprattutto su come non – si realizza un film.

«C’è una scena in cui Octaman si nasconde in una baracca e alcuni uomini gli danno la caccia. Alla fine delle riprese successe di tutto: un attore si ruppe un polso, un altro finì con le palle schiacciate. Giravano senza provare nulla. Un ciak e via».

Il costume, avrebbe ammesso Baker, «era un po’ brutto». Ma l’esperienza gli aveva permesso di mettere finalmente piede nel cinema.

regan l'esorcistaIt’s Alive e il bambino killer di Larry Cohen

Un salto significativo arriva con It’s Alive di Larry Cohen, distribuito nel 1974. Baker viene chiamato a creare la creatura neonata al centro del film, ma l’idea iniziale del regista è piuttosto diversa dal risultato che sarebbe poi arrivato sullo schermo.

«Larry mi aveva scoperto mentre lavoravo con John Landis a Schlock e mi propose di creare il costume del bambino killer. Nella sua testa doveva essere qualcosa di simile al costume di un gatto o di una gallina. Lo guardai stupefatto e alla fine costruii invece un pupazzo dotato di armatura. Quando lo vide se ne innamorò e volle mostrarlo nel film facendolo strisciare. Il problema era che quello che avevo costruito non aveva i gomiti, quindi non fu proprio semplicissimo».

È già evidente una caratteristica che accompagnerà buona parte della carriera di Baker: non limitarsi a realizzare ciò che gli viene chiesto, ma trovare una soluzione capace di rendere fisicamente credibile una creatura impossibile.

Rick Baker e L’esorcista: lavorare sul volto di Regan

Il rapporto con Dick Smith conduce Baker sul set di L’esorcista di William Friedkin. Smith aveva sviluppato differenti possibilità per la trasformazione demoniaca di Regan, interpretata da Linda Blair, ma il regista non era ancora soddisfatto del risultato.

«Dick aveva preparato diversi look per Regan e, quando applicarono il trucco alla ragazza il primo giorno di riprese, Friedkin non fu soddisfatto. Così Dick mi chiamò per collaborare con lui e trovare nuove soluzioni. Lavorammo direttamente sull’attrice. Anche al manichino la cui testa gira di 360 gradi ho lavorato io, come bassa manovalanza. Quando vidi per la prima volta il film finito mi resi conto che Friedkin aveva davvero ragione a voler cambiare quel make-up. Il risultato era fantastico».

Per Baker è un passaggio fondamentale: da giovane autodidatta che studiava le fotografie di Smith sui libri si ritrova ora accanto al proprio maestro nella costruzione di una delle immagini più riconoscibili dell’horror moderno.

John Landis e il licantropo che cambiò gli effetti speciali

L’incontro destinato a cambiare definitivamente la sua carriera è però quello con John Landis. I due lavorano insieme già in Schlock, commedia horror del 1973 nella quale Baker realizza il costume della creatura – e lo indossa personalmente.

«John voleva girare la storia di una scimmia che terrorizzava la California e si rivolse al negozio dove compravo i materiali per i trucchi. Loro lo misero in contatto con me. Venne a cercarmi nella mia camera-studio, vide i miei lavori e mi disse di inventare un costume. Anche se non vidi mai tutti i soldi promessi, la mia carriera cambiò grazie a lui».

Landis aveva già in mente un progetto molto più ambizioso: Un lupo mannaro americano a Londra. Il regista voleva qualcosa che il cinema tendeva invece a nascondere attraverso montaggio, ombre e dissolvenze: mostrare la trasformazione dell’uomo in licantropo in piena luce, davanti alla macchina da presa, rendendola lunga, fisica e soprattutto dolorosa.

«All’epoca di Schlock John aveva già in mente Un lupo mannaro americano a Londra. Voleva che la trasformazione avvenisse in movimento, che fosse dolorosa e che la scena fosse ripresa con molta luce. Per fortuna Schlock non ebbe successo e passarono quasi dieci anni prima che riuscisse a fare quel film».

carlo rambaldi set king kongQuel tempo permette alle tecniche di Baker di maturare. Quando il film arriva nelle sale nel 1981, la trasformazione di David Naughton diventa immediatamente un punto di riferimento degli effetti prostetici.

E la storia del cinema cambia con essa: proprio nel 1981 l’Academy introduce competitivamente la categoria dedicata al make-up, e Rick Baker diventa il primo artista a vincere l’Oscar per il Miglior Trucco.

«John ha cambiato la mia vita. Grazie a quel film ho vinto il mio primo Oscar e, più tardi, sul set di Tutto in una notte, ho incontrato Sylvia, che sarebbe diventata mia moglie. Landis mi fece persino recitare nella parte di uno spacciatore, mentre Sylvia, che si occupava di parrucche e capelli, interpretava una prostituta. Eravamo una bella coppia».

Thriller: quando Michael Jackson chiamò Rick Baker

Dopo l’Oscar arriva un’altra telefonata destinata a entrare nella storia della cultura pop. Michael Jackson aveva visto Un lupo mannaro americano a Londra e voleva lavorare con John Landis a quello che sarebbe diventato Thriller.

«Michael aveva visto Un lupo mannaro americano a Londra e voleva recitare in un corto. Quando ascoltai la canzone iniziai a ragionare su cosa fare. Realizzare uno zombie movie mi sembrava la scelta migliore. Michael, però, lo vedevo molto più come un felino che come un lupo. Era timidissimo, anche se sul palco si trasformava completamente, ed era agitatissimo quando venne a trovarmi in studio».

Il risultato avrebbe superato ampiamente i confini del videoclip musicale. Le creature, gli zombie e la trasformazione di Jackson contribuirono a trasformare Thriller in un piccolo film horror e in uno dei videoclip più influenti mai realizzati.

King Kong: Rick Baker era davvero dentro il gorilla

C’è però un capitolo precedente della carriera di Baker ancora oggi meno conosciuto. Dietro il King Kong del 1976, prodotto da Dino De Laurentiis e diretto da John Guillermin, non c’è soltanto il lavoro di Carlo Rambaldi.

C’è anche Rick Baker. In senso letterale.

«In effetti posso dire di essere stato il vero King Kong. De Laurentiis voleva rifare il film e pensai che fosse una grande opportunità. La loro idea iniziale era che il nuovo Kong assomigliasse a un uomo preistorico, mentre io avevo portato dei modelli di braccia meccaniche. Non mi assunsero subito e, quando mi richiamarono, mi misero praticamente in competizione con Rambaldi».

Night Skies rick bakerBaker, disponendo di poco tempo e di risorse limitate, costruisce un costume da gorilla direttamente sulle proprie misure.

«Il mio costume inizialmente non piacque. Rambaldi, invece, aveva una ventina di persone che lavoravano per lui, ma quando presentarono il progetto ci furono molti problemi. Alla fine presero il mio costume, con me dentro, e girarono il film. Ho progettato King Kong e, nonostante la rivalità, io e Rambaldi abbiamo poi lavorato insieme al personaggio. Secondo me Carlo fece alcuni errori con il corpo del gorilla, ma il meccanismo facciale era molto buono».

La collaborazione, tuttavia, lasciò a Baker un ricordo amaro.

«Rambaldi vinse l’Oscar. Io invece non venni neppure invitato alla festa finale. Nei titoli di coda il mio nome compare accanto al suo, ma soltanto per un contributo speciale».

Rick Baker e l’arte di rendere reale l’impossibile

La storia avrebbe comunque restituito a Baker un riconoscimento difficilmente contestabile. Da Un lupo mannaro americano a Londra a Ed Wood, da Il professore matto a Men in Black, fino a Il Grinch e Wolfman, il suo lavoro ha attraversato generi e decenni, accompagnando l’evoluzione stessa del make-up cinematografico.

I sette Oscar conquistati nel corso della carriera raccontano soltanto una parte della sua influenza. Baker appartiene infatti a una generazione di artisti per cui creare un mostro significava innanzitutto risolvere un problema materiale: scolpire, modellare, costruire meccanismi, studiare anatomia e movimento, capire come una superficie reagisse alla luce e come un corpo impossibile potesse convincere lo spettatore di trovarsi davvero davanti alla macchina da presa.

È curioso che tutto sia cominciato da un bambino impressionabile alla vista del sangue che pensava di voler diventare medico. In realtà, come Baker stesso avrebbe capito molto presto, il suo sogno era un altro: non essere il dottore, ma essere il dottor Frankenstein.

E poche persone nella storia del cinema sono riuscite quanto lui a dare vita ai mostri.

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