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Titolo originale: Star Trek Into Darkness , uscita: 05-05-2013. Budget: $190,000,000. Regista: J.J. Abrams.

Star Trek Into Darkness non ha funzionato, e J.J. Abrams lo ha capito presto

23/07/2026 news di Stella Delmattino

A distanza di anni, il regista riflette sulle scelte creative che hanno segnato il sequel e su ciò che, con il senno di poi, avrebbe affrontato diversamente

Star Trek Into Darknessnon è mai stato rinnegato da J.J. Abrams, ma il regista ha riconosciuto che il sequel avrebbe potuto funzionare molto meglio. Dopo aver rilanciato con successo la saga nel 2009, Abrams tornò nel 2013 con un capitolo più cupo e spettacolare, accolto però con maggiore freddezza da una parte del pubblico e dei fan.

In un’intervista concessa a BuzzFeed nel 2015, Abrams ha riflettuto sulle decisioni prese durante lo sviluppo, individuando nelle fondamenta narrative il principale limite del progetto.

Il problema, secondo il regista, non riguardava il cast né la messa in scena, ma l’assenza di una linea abbastanza solida da tenere insieme tutte le sequenze costruite attorno ai personaggi.

Un mistero che il pubblico aveva già risolto

Uno degli aspetti più discussi riguardò la gestione del personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch. Prima dell’uscita, la produzione cercò a lungo di proteggerne l’identità, presentandolo semplicemente come John Harrison.

La strategia, tuttavia, non ottenne l’effetto desiderato. Una parte consistente del pubblico aveva già intuito la verità e arrivò in sala aspettando soltanto che il film confermasse ciò che ormai sembrava evidente.

Anche lo sceneggiatore Damon Lindelof, in dichiarazioni riportate dalla stessa fonte, ammise che quella scelta si era rivelata un errore:

«Decidemmo di non dire che Benedict Cumberbatch interpretava Khan. Fu un errore, perché il pubblico diceva: “Sappiamo che interpreta Khan”.»

Il tentativo di conservare la sorpresa finì quindi per mettere gli spettatori in vantaggio rispetto ai protagonisti. Invece di alimentare la suspense, il mistero trasformò buona parte dell’attesa in una conferma già prevista.

Abrams: «Ero frustrato dalle mie scelte»

Il regista ha spiegato di aver cercato di preservare il divertimento del pubblico, evitando di anticipare una scoperta che i personaggi compiono soltanto più avanti nella storia. Con il senno di poi, però, ha riconosciuto che la costruzione complessiva non possedeva la compattezza necessaria.

«In modo strano, mi sembrava una raccolta di scene scritte da amici e sceneggiatori di enorme talento, che io avevo in qualche modo indirizzato male cercando di ottenere determinate cose

Abrams si trovò così a dirigere un film ricco di momenti spettacolari, ma privo di quello che definì un filo principale davvero innegabile.

«Ero frustrato dalle mie scelte e incapace di trovare un filo narrativo centrale al quale aggrapparmi. Così, durante quel film, cercavo di rendere ogni sequenza il più divertente possibile.»

È una descrizione che sintetizza bene la natura di Into Darkness: un blockbuster energico, visivamente sicuro e spesso coinvolgente, ma formato da episodi che non sempre sembrano muoversi nella stessa direzione.

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Il cast come principale punto di forza

Abrams ha sottolineato quanto il lavoro degli attori abbia contribuito a sostenere il film. Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldaña, Karl Urban, Simon Pegg e il resto dell’equipaggio dell’Enterprise avevano già costruito nel capitolo precedente una dinamica capace di rendere credibile il nuovo corso della saga.

Il regista ha riservato parole particolarmente positive anche a Benedict Cumberbatch, indicandolo come uno degli elementi che permisero alle singole sequenze di mantenere forza e tensione.

«Grazie al cielo avevamo quel cast, così incredibilmente divertente da guardare, e un nuovo antagonista straordinario in Benedict Cumberbatch.»

La prova dell’attore britannico rimane infatti uno dei punti più solidi del film. Cumberbatch costruisce una presenza controllata e minacciosa, capace di dominare la scena anche quando il personaggio viene subordinato al meccanismo della rivelazione.

Un film riuscito solo in parte

Abrams non considera Star Trek Into Darkness un fallimento completo. La sua autocritica riguarda piuttosto le possibilità rimaste inespresse e le decisioni che, a suo giudizio, avrebbero dovuto essere affrontate prima di arrivare sul set.

«Non direi mai che il film non funzioni. Ma credo che non abbia funzionato bene quanto avrebbe potuto, se avessi preso decisioni migliori prima di iniziare le riprese.»

Il sequel conserva il ritmo e l’energia tipici del cinema di Abrams, ma fatica a trovare una propria identità tra il desiderio di sorprendere, il recupero della memoria storica del franchise e la volontà di aumentare la scala emotiva e spettacolare del film del 2009.

Alla luce delle dichiarazioni di Abrams e Lindelof, la gestione del mistero emerge così come il simbolo di una difficoltà più ampia: la sceneggiatura sembra preoccuparsi di proteggere una rivelazione prima ancora di domandarsi quanto quella rivelazione sia davvero necessaria alla storia.

I limiti della mystery box

Il caso di Into Darkness mostra anche i limiti della celebre “mystery box” associata al cinema di J.J. Abrams. Nascondere informazioni può alimentare curiosità e aspettativa, ma soltanto quando la scoperta modifica realmente il significato del racconto.

Nel sequel di Star Trek, il pubblico viene spinto a interrogarsi sull’identità dell’antagonista, ma la risposta possiede un valore soprattutto per chi conosce già la saga. Il nome che emerge diventa quindi un richiamo alla memoria del franchise più che una svolta indispensabile allo sviluppo del film.

La riflessione di Abrams non cancella i pregi di Star Trek Into Darkness, ma aiuta a comprenderne meglio le contraddizioni. È un blockbuster realizzato con grande sicurezza tecnica, sostenuto da un cast affiatato e attraversato da sequenze memorabili, che continua però a sembrare meno coeso e spontaneo rispetto al capitolo del 2009.

Il regista riuscì a rendere quasi ogni singolo momento coinvolgente. Ciò che non riuscì a costruire con la stessa efficacia fu il legame capace di trasformare quei momenti in una storia davvero inevitabile.

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