29 novembre 2016

[recensione] Shut In di Farren Blackburn

La presenza di Naomi Watts non risolleva un thriller che si basa esclusivamente su un colpo di scena finale tanto imprevisto quanto assurdo

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29 novembre 2016
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Shut In è per molti versi assimilabile ad un maldestro tentativo di seguire le orme precise di M. Night Shyamalan, ad opera però di persone la cui conoscenza della sua fimografia si basa soltanto sugli ultimi dieci minuti di Signs. Si tratta di un thriller che inizia su ritmi melensi e passa l’ora successiva a trascinarsi, mentre racconta una storia composta di elementi presi in prestito all’ingrosso da altre fonti migliori, prima di arrivare al colpo di scena finale “scioccante” che è così ridicolmente concepito ed eseguito che ci si chiede come il regista abbia potuto per un attimo pensare di poter farla franca. Onestamente, la cosa più sorprendente dell’intera vicenda è che la brava Naomi Watts sia stata in qualche modo convinta ad esserne la protagonista, fatto che in questo caso non offre nessun particolare valore aggiunto.

shut-in-posterL’attrice interpreta Mary Portman, una psicologa infantile che vive e lavora in un angolo remoto del Maine rurale. All’inizio della storia, un terribile incidente d’auto uccide suo marito e lascia il figliastro diciottenne  Stephen (il Charlie Heaton di Stranger Things) paralizzato dal collo in giù e incapace di comunicare. Sei mesi più tardi, Mary si sta prendendo cura del ragazzo a casa da sola, e, benchè gli voglia molto bene, la pressione cui è sottoposta sta giungendo chiaramente all’apice. Le sue sessioni via Skype con un altro strizzacervelli (Oliver Platt) non la stanno aiutando. Una notte, uno dei suoi pazienti più difficili, un ragazzino sordo di nome Tom (il Jacob Tremblay di Somnia) si palesa improvvisamente alla sua porta. Prima che possa fare qualcosa, lui sparisce altrettanto rapidamente nella fredda notte e non si riesce più a trovarlo. Le ricerche di Tom proseguono alacremente, e Mary è così oppressa dal senso di colpa per quello che è successo che le sembra che intorno alla casa comincino ad accadere cose strane. Mentre il suo amico psichiatra le suggerisce che probabilmente stia soffrendo gli effetti della parasonnia come risultato di quanto successo con Stephen e Tom, lei è convinta che sia dovuto a cause di tutt’altro genere. Per fortuna una furiosa tempesta di ghiaccio sta per abbattersi sulla zona dove vive, perché assolutamente nulla di strano o bizzarro potrebbe accadere mentre si trova completamente tagliata fuori dal mondo giusto?

Il concetto di Shut In è piuttosto promettente, in teoria, ma la sua messa in scena è praticamente un pasticcio completo dall’inizio alla fine. Guardando la storia dipanarsi, si ha la sensazione che la sceneggiatore esordiente Christina Hodson abbia prima pensato al grande twist finale e poi abbia deciso di lavorare a ritroso per costruire una narrazione che si sarebbe adattata ad esso. Ci sono due problemi chiave in questo approccio. In primo luogo, l’inaspettata svolta è talmente ridicola che è molto più probabile che gli spettatori si ritroveranno a ridere della sua cristallina idiozia piuttosto che saltare sulle sedie per la supposta drammaticità (basti dire, per chi l’ha visto, che fa sembrare il colpo di scena del recente The Boy serio e logico al confronto). In secondo luogo, la storia che porta fino a quella meno-che-spettacolare rivelazione è una pesante zavorra che passa più tempo a speluccare palesemente elementi di Shining di Stanley Kubrick che nel tentativo di creare qualcosa di avvincente e personale. A peggiorare le cose, il regista Farren Blackburn (un veterano di serie televisive come Doctor Who e Daredevil) dirige con un andamento tanto angusto che i 90′ di durata sembrano almeno il doppio e dimostra di non essere capace di regalare uno spavento che non si basi esclusivamente su persone che improvvisamente spuntano fuori dal nulla. E dopo un po’ diventa veramente stancante.

Shut InIl che ci riporta alla presenza inspiegabile di Naomi Watts, attrice non solo candidata giustamente all’Oscar per 21 Grammi e The Impossible, ma capace di regalare un performance mostruosa – e spesso dimenticata – in Mulholland Drive. Ha partecipato a molti film buoni e anche a molti un bel po’ meno buoni, ma di sicuro nessuno le ha dato meno di Shut In su cui lavorare. E’ evidente che si sia sforzata per dare il suo meglio, ma non basta per superare le sciocchezze di uno script così inferiore che ci sono momenti in cui sembra che il film intenda metterla in difficoltà di proposito – in un momento particolarmente mortificante, si arriva a vederla nuda in ginocchio davanti a un water mentre ingoia shampoo per bambini affinchè le induca un conato di vomito (tutto ha un senso nel contesto, ma comunque…).

Per una curiosa coincidenza, nei giorni scorsi è uscito un altro film horror relativamente sotto silenzio (negli Stati Uniti, qui in Italia chissà quando arriverà…), The Monster di Bryan Bertino, che tratta in una certa misura di relazioni tese tra genitori e figli, di isolamento fisico ed emotivo, senso di colpa, incidenti d’auto e cose terribili che arrivano nella notte (QUI la nostra recensione). Ora, premettendo che non si tratta certo di un capolavoro, ha almeno la decenza di offrire agli spettatori una storia che vada al di là dei “Boo!” improvvisi, oltre a un paio di ottime interpretazioni e un paio di spaventi veramente efficaci qua e là. Shut In, d’altra parte, è il classico pigro lavoro commerciale che ispira più sbadigli che urla, almeno fino al termine dell’ultimo rullo, quando i suoni delle risate incredule prenderanno il sopravvento tra i presenti.

Di seguito il trailer ufficiale italiano di Shut In, nei nostri cinema dal 7 dicembre:

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[recensione] Shut In di Farren Blackburn
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La presenza di Naomi Watts non risolleva un thriller che si basa esclusivamente su un colpo di scena finale tanto imprevisto quanto assurdo
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Il Cineocchio
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