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Voto: 5/10 Titolo originale: Passenger , uscita: 20-05-2026. Budget: $15,000,000. Regista: André Øvredal.

Passenger recensione: l’horror on the road di André Øvredal parte bene, ma resta in panne

22/05/2026 recensione film di William Maga

Il regista di The Autopsy trasforma la van life in un incubo soprannaturale, ma il film spreca una buona idea tra jump scare prevedibili e una mitologia troppo debole

Lou Llobell in Passenger (2026)

Passenger parte da un’idea semplice e potenzialmente molto efficace: trasformare la libertà della strada, la van life e il viaggio attraverso l’America in una trappola soprannaturale. Un furgone dovrebbe essere rifugio, casa, fuga e promessa di vita nuova. Nel film di André Øvredal, invece, diventa il luogo in cui qualcosa di oscuro si attacca ai protagonisti e comincia a seguirli ovunque.

La storia segue Tyler e Maddie, una giovane coppia che lascia Brooklyn per attraversare gli Stati Uniti a bordo di un van comprato con i risparmi. Lui sembra entusiasta dell’idea di vivere senza radici, lei appare molto meno convinta. Dopo uno strano incontro sulla strada e una sosta che non avrebbero mai dovuto fare, i due attirano l’attenzione di una presenza demoniaca conosciuta come il Passenger.

Le regole, almeno in teoria, sono quelle di una leggenda da nomadi della strada: non guidare di notte, non fermarsi lungo il percorso, non prestare aiuto quando si vede un incidente. Una volta infranto il codice, il Passenger si lega al veicolo e trasforma ogni chilometro in una minaccia.

Sulla carta, il concept funziona. È una specie di casa infestata su ruote, un incrocio tra ghost story, urban legend e horror stradale. Il problema è che Passenger non riesce quasi mai a sfruttare davvero la forza della propria premessa. L’idea del demone che perseguita chi viaggia di notte è suggestiva, ma la mitologia resta vaga, le regole sembrano arbitrarie e il mostro non acquista mai il peso necessario per diventare davvero memorabile.

Øvredal sa costruire atmosfera, e in alcuni momenti si vede. La scena del campeggio con il proiettore, in cui le immagini di Vacanze romane vengono usate per illuminare il buio del bosco, è una delle trovate visive più riuscite del film. Anche alcune sequenze notturne hanno una buona resa, con oscurità leggibile, spazi aperti e una sensazione iniziale di vulnerabilità.

Ma sono intuizioni isolate dentro un film molto più convenzionale di quanto vorrebbe sembrare.

Il vero limite è la scrittura. Tyler e Maddie sono personaggi troppo piatti per sostenere l’intero viaggio. Il loro rapporto viene accennato più che davvero sviluppato, la tensione interna alla coppia resta debole e il film impiega troppo tempo a trasformare il disagio della convivenza nel van in qualcosa di narrativamente interessante. Senza un vero conflitto umano, anche l’orrore finisce per sembrare meno urgente.

Neppure il Passeggero riesce a compensare. La figura del vecchio inquietante vestito da prete ha un impatto visivo discreto, ma il film non gli dà abbastanza identità. Non è abbastanza spaventoso, non è abbastanza misterioso e non è abbastanza originale da imporsi come nuovo boogeyman del cinema horror. Le sue apparizioni finiscono spesso per ridursi a jump scare rumorosi e prevedibili, più fastidiosi che realmente efficaci.

Il personaggio di Diane, interpretato da Melissa Leo, avrebbe potuto dare al film una dimensione più ricca, introducendo una cultura nomade fatta di codici, superstizioni e regole non scritte. Invece resta soprattutto una figura di spiegazione, chiamata a raccontare ai protagonisti ciò che devono sapere per sopravvivere.

Ed è un peccato, perché il mondo di Passenger avrebbe potuto essere molto più interessante. L’America delle stazioni di servizio, dei parcheggi, delle strade secondarie e dei campeggi improvvisati offriva un terreno perfetto per un horror sulla precarietà, sull’illusione della libertà e sui rischi nascosti dietro l’estetica patinata della #VanLife. Il film però si limita quasi sempre alla superficie.

Anche l’uso del medaglione di San Cristoforo, patrono dei viaggiatori, appare più come una scorciatoia narrativa che come un elemento davvero integrato nel racconto. Invece di rafforzare la componente folklorica o religiosa della storia, diventa spesso un modo rapido per tirare fuori i protagonisti da situazioni senza uscita.

Il risultato è un horror tecnicamente competente ma poco incisivo. Øvredal riesce a dare qualche momento di stile a un materiale piuttosto generico, ma Passenger non ha la tensione claustrofobica di The Autopsy la scala gotica di Demeter – Il Risveglio di Dracula. Qui la strada dovrebbe aprire possibilità infinite, ma finisce per sembrare sorprendentemente monotona.

Alla fine, Passenger è un film guardabile, ma destinato a svanire in fretta. Ha un’idea di partenza interessante, qualche immagine riuscita e una regia più solida della media, ma non abbastanza personaggi, paura o mitologia per reggere davvero il viaggio. Più che un incubo on the road, sembra un tragitto notturno che promette pericolo a ogni curva e poi arriva a destinazione senza aver lasciato quasi nulla.

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