Prima di vedere il nuovo film di Steven Spielberg, torna alle origini con questo thriller action che lascia senza fiato
04/05/2026 news di Andrea Palazzolo
A Giugno arriva Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg, ma prima di vederlo possiamo tornare alle origini della sua filmografia,

Quando pensiamo a Steven Spielberg, la mente corre immediatamente ai dinosauri di Jurassic Park, all’alieno buono di E.T., alle avventure di Indiana Jones o allo squalo che terrorizzò le spiagge americane in Jaws. Il regista che ha definito il concetto stesso di blockbuster estivo, che ha catturato l’immaginazione di generazioni intere di bambini e che ha trasformato il cinema in un’esperienza emozionale universale, ha in realtà mosso i primi passi con qualcosa di completamente diverso. Qualcosa di più grezzo, più sporco, più inquietante. Ora che si torna nuovamente al cinema questa estate con Disclosure Day, è il momento migliore per tornare alle origini della sua filmografia e scoprire, o riscoprire, cosa gli ha permesso di diventare uno dei più grandi registi di tutti i tempi.
Nel 1971, quattro anni prima di rivoluzionare per sempre il mercato cinematografico con Jaws, Spielberg diresse il suo primo lungometraggio: Duel. Non un film per famiglie, non un’avventura fantastica, ma un thriller angosciante girato per la televisione con un budget ridotto all’osso. David Mann, interpretato da Dennis Weaver, sta attraversando il deserto della California in auto per arrivare puntuale a un appuntamento di lavoro. Durante il tragitto, sorpassa un vecchio camion cisterna arrugginito. Un gesto banale, quotidiano. Ma quel sorpasso scatena l’inferno.
Il conducente del camion, di cui non vedremo mai il volto, inizia a perseguitarlo senza un motivo apparente. Il camion si ferma quando David si ferma, scompare per poi riapparire nei momenti più inaspettati, lo tampona, tenta di spingerlo contro un treno in corsa. È una caccia spietata condotta da un veicolo che sembra possedere una volontà propria, una rabbia primordiale. In meno di 90 minuti, Spielberg trasforma un normale autocarro in un mostro meccanico che compete con il T-Rex e lo squalo bianco per presenza scenica minacciosa.

La genialità del film sta proprio nella capacità del giovane regista, all’epoca solo ventiquattrenne, di far sentire il pubblico dentro quella macchina insieme a David. La sceneggiatura, scritta da Richard Matheson adattando il proprio racconto breve, offre momenti di respiro attraverso brevi interazioni del protagonista con altre persone, pause in cui il camion sembra essersi dileguato. Ma sono solo illusioni di sicurezza. Quando il mostro metallico ricompare, l’ansia esplode di nuovo, amplificata dall’interpretazione nervosa e credibilissima di Weaver, che incarna perfettamente l’uomo comune travolto da una situazione assurda e letale.
Quello che colpisce ancora oggi in Duel è la maestria visiva già pienamente formata di Spielberg. I grandi colpi di macchina che sarebbero diventati iconici nella sua carriera successiva, da E.T. che vola davanti alla luna a Indiana Jones che cavalca verso il tramonto con suo padre, sono già tutti lì, in forma embrionale ma potentissima. La silhouette del camion che entra in un tunnel poco illuminato, i fari che nelle inquadrature ravvicinate sembrano occhi iniettati di rabbia, le riprese dal basso che fanno incombere il veicolo sullo spettatore come una creatura preistorica, le panoramiche ampie che catturano l’aggressività della caccia nel deserto: ogni scelta regististica trasforma un banale autocarro in un antagonista vivente, pulsante di malvagità.

Non esiste dialogo con il nemico, non c’è possibilità di negoziazione o comprensione. Il conducente rimane nell’ombra per tutto il film, una presenza invisibile ma opprimente. Questa decisione narrativa, audace e modernissima, dimostra che Spielberg possedeva già allora la capacità di suscitare emozioni profonde attraverso l’atmosfera e il linguaggio visivo, senza bisogno di spiegazioni verbali o di mostrare tutto esplicitamente. Il terrore nasce dall’ignoto, dalla minaccia senza volto né motivazione comprensibile.
Duel è tanto un action thriller quanto un film di pura suspense. Perché Duel, nonostante la sua qualità indiscutibile e il suo ruolo seminale nella carriera del maestro, resta un cult movie indipendente, lontano anni luce dall’immaginario collettivo legato al suo nome. È un film crudo, sperimentale in certi passaggi, che non segue le convenzioni narrative standard dell’industria hollywoodiana. Divaga seguendo i pensieri paranoici di David, poi si tuffa di nuovo nell’azione vehicolare senza preavviso. È irregolare, nervoso, genuinamente disturbante. Non è il tipo di opera che si associa al regista che ha inventato il blockbuster estivo e che ha commosso intere generazioni con storie di speranza e umanità.
Il suo ultimo blockbuster, Disclosure Day, è uno dei film più attesi del 2026, segnando il ritorno del maestro alla fantascienza dopo anni. Milioni di persone faranno la fila per vederlo. Ma forse, prima di tuffarsi nell’ennesimo kolossal spielberghiano, varrebbe la pena recuperare quel piccolo, dimenticato film del 1971 in cui un camion diventa un mostro. Perché a volte le origini raccontano di un artista più di quanto facciano i suoi trionfi.
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