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4/10 su 221 voti. Titolo originale: I Am the Pretty Thing That Lives in the House, uscita: 10-09-2016. Regista: Oz Perkins.

[recensione] Le perle nascoste in Netflix: Sono la bella creatura che vive in questa casa di Osgood Perkins

di Sabrina Crivelli

Inquietante e letterario, il film ci proietta in una terra di confine dove la vita e la morte si confondono

Sono la bella creatura che vive in questa casa (I Am the Pretty Thing That Lives in the House) di Osgood Perkins, peculiare haunted house movie tratteggiato attraverso l’alternarsi del punto di vista soggettivo di tre donne, tutte legate da un vincolo segreto e oscuro, riesce a condurci in una realtà parallela, paradossale e angosciante, in cui regna la morte, che sussurra da ogni parete e in ogni stanza.

recensione-netflix-i-am-the-pretty-thing-that-lives-in-the-house-di-osgood-perkinsSin da principio, in un racconto circolare, il tema centrale è chiarito: nella casa al cui interno è deceduto qualcuno, sono i fantasmi gli unici veri proprietari, al massimo possono decidere di permettere ai viventi di risiedervi. Inizia così la narrazione, la voce che ci conduce è quella di Lily (Ruth Wilson), giovane infermiera che è stata assunta per prendersi cura di una scrittrice di libri horror, Iris Blum (Paula Prentiss), ormai avanti con gli anni e che vive sola in quella grande villa isolata, senza televisione. La storia si apre dunque con l’arrivo della protagonista stessa nella dimora sinistra, ne varca la soglia e con tale semplice gesto definisce in modo ineluttabile il proprio destino. “Ieri ho compiuto 28 anni non arriverò a compierne 29”, è una narratrice onnisciente, in bilico tra il mondo dei vivi e dei morti, a guidarci attraverso le vicende che hanno portato alla sua scomparsa, in un meccanismo diegetico complesso e raffinato che da una parte prospetta un epilogo certo, tragico e inevitabile, dall’altra il lento svelarsi dello stesso agli occhi della protagonista, che ne ha una sorta di premonizione, ma non riesce a focalizzarne i tratti drammatici e procede nella sua scoperta con lo spettatore.

recensione-netflix-i-am-the-pretty-thing-that-lives-in-the-house-di-osgood-perkins-3È una pellicola surrealista, quella che ci offre Perkins, sospesa tra la realtà sensibile, a tutti noi familiare, e un universo fantasmatico, popolato di incorporee presenze, freddo dominio di Ade dove il tempo non ha più valore. La casa candida, dove viene ambientata la scena, sembra allora il punto d’incontro tra i due emisferi osmotici, talvolta uno invade l’altro con il suo carico di tenebra. La natura stessa dell’immagine filmica ci parla di questa funesta commistione, in un’estetica lynchana, alla INLAND EMPIRE – L’impero della mente, ove vengono indagati i caratteri oscuri che si celano dietro alla superficie, tra luce e ombra, in cui il visibile perde di contorni catturato in maniera volutamente fuori fuoco dall’occhio della camera, mentre cerca di riprodurre nei fotogrammi i lidi inferi che le pareti domestiche racchiudono. È anche un gioco chiaroscurale, la tavolozza è limitatissima per accentuarne il contrasto, si tratta del nero dell’ombra e della penombra e del bianco, che domina assoluto nei muri spogli e di cui Lily si veste per dare un conforto visivo ai suoi fragili pazienti, dichiarando di essere così un bagliore anche quando l’oscurità si stringe “intorno a loro da ogni parte, chiudendosi come artiglio”; intanto l’inquadratura al suono della voce di lei evocativamente implode di tenebra lentamente fino a inquadrare il nero assoluto, fino a che i profili svaniscono divorati dal buio. Questa dicotomia altresì, non si limita a mero strumento per creare un’atmosfera orrorifica, ha un vero e proprio valore diegetico, potenzia le parole della protagonista, in uno stretto connubio tra visivo e verbale.

recensione-netflix-i-am-the-pretty-thing-that-lives-in-the-house-di-osgood-perkins-4Domina la lentezza, epica e snervante, lo svolgimento stesso ha qualcosa della cristallizzazione del tempo che vige nell’aldilà, in un Tartaro immanente e pervasivo: l’inquadratura è fissa, i movimenti della Wilson sono al limite del rallenti, i dialoghi, i pochi scambi verbali che prescindano il soliloquio, sono apatici, l’elemento umano è innaturale, ammantato già da un senso di morte diffuso.

D’altra parte la con-fusione tra vita e morte è immediata, la vecchia proprietaria chiama l’infermiera Polly (Lucy Boynton), il nome di una fanciulla morta misteriosamente nella casa molto tempo addietro, che ivi però ancora risiede e che, parlandole sovente di quanto le successe, ha ispirato alla romanziera il suo libro più celebre. S’inserisce dunque un terzo livello narrativo, una terza realtà parallela, quella letteraria, che prende vita anzitutto dal racconto in prima persona di una più giovane Iris (Erin Boyes), che dialoga con il fantasma che abita con lei. Dall’altro, in un impianto a cornici, appare lo spirito di donna / personaggio, una sposa assassinata e per sempre lì prigioniera, vittima imperniata della malvagità dell’azione che ha subito, sovente presentata dalle sembianze sfumate, per meglio tradurre la sua natura spettrale.

Le tre sfere si fondono, il materico, il fantasmatico e il letterario, in un costrutto onirico, in una percezione allucinata in cui “11 mesi sono trascorsi in una notte”. Il punto d’incontro tra i tre reami? La Morte, che si aggira per il salone vuoto e nella penombra in un succedersi di scricchiolii, che semina indizi di un futuro ormai deciso, una sedia sospesa in aria, il filo del telefono tirato da una forza misteriosa, il bordo del tappeto risvoltato, i sinistri sussurri, infine una terribile macchia di muffa che si diffonde su una parete. Tutti i particolari sinistri, a parte quest’ultimo, sono sempre mantenuti in secondo piano, percepiti eppure non elaborati da Lily, come in un imprinting passivo che porta alla graduale accettazione della sua fine. In ultimo, di sottofondo, lo stridio di violini e le musiche altamente disturbanti ideate da Anthony Perkins acuiscono ulteriormente la sensazione di disagio che tutti gli altri elementi filmici concorrono a sviluppare.

Atmosferico, colto e fortemente “sensibile”, ossia basato sulla sollecitazione unidirezionale dei sensi più che sulla stimolazione dell’emisfero logico nel creare angoscia, I Am the Pretty Thing That Lives in the House è un lavoro raffinato, ma inadatto per chi nell’horror cerca l’azione e lo spavento facile.

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