Visioni dal FEFF 2026 – Parte 1: tra ghost story, esorcismi e incubi urbani
15/05/2026 recensione film di William Maga
Dal carcere infestato di Ghost in the Cell ai rituali di Tha Rae: The Exorcist, passando per la paranoia di cemento di The Shadow’s Edge

Il Far East Film Festival 2026 di Udine ha confermato ancora una volta quanto il cinema di genere asiatico continui a essere uno dei territori più vitali, imprevedibili e creativamente liberi del panorama contemporaneo. Tra possessioni religiose, fantasmi intrappolati dietro le sbarre e thriller paranoici immersi nell’oscurità urbana, i primi giorni del FEFF hanno già regalato alcune delle esperienze horror più interessanti viste quest’anno.
Abbiamo iniziato il nostro viaggio tra le visioni più oscure del festival con tre titoli molto diversi tra loro, ma accomunati da una forte identità visiva e dalla volontà di usare l’horror come strumento per parlare di trauma, colpa, repressione sociale e paura collettiva: Ghost in the Cell di Joko Anwar, Tha Rae: The Exorcist di Taweewat Wantha e The Shadow’s Edge di Larry Yang.
Ghost in the Cell – Joko Anwar porta l’horror in prigione
Con Ghost in the Cell, il regista indonesiano Joko Anwar continua a dimostrare perché oggi venga considerato uno dei nomi più importanti dell’horror asiatico contemporaneo. Dopo aver reinventato il folk horror e il soprannaturale nei suoi lavori precedenti, Anwar ambienta questa volta il terrore all’interno di una prigione femminile decadente e claustrofobica, trasformando il carcere in un luogo infestato tanto dai fantasmi quanto dal senso di colpa.
Il film segue una giovane artista incarcerata che inizia a percepire presenze inquietanti tra le celle e i corridoi del penitenziario. La cosa che colpisce subito è quanto Anwar lavori sulla decompressione della tensione invece che sul semplice spavento: spesso lascia respirare troppo le scene, ma è proprio lì che il film costruisce disagio. Quello che inizialmente sembra un classico ghost movie soprannaturale si trasforma progressivamente in qualcosa di più ambiguo e disturbante, sospeso tra critica sociale, allucinazione psicologica e horror metafisico.
Tecnicamente Anwar controlla molto bene gli spazi. La regia punta moltissimo sull’atmosfera. Le luci fredde, i lunghi corridoi umidi e la sensazione costante di decomposizione morale ricordano certo horror carcerari coreani e thailandesi, ma il regista aggiunge una forte componente politica e simbolica. Il carcere diventa infatti una metafora della repressione e della violenza istituzionale, mentre i fantasmi sembrano incarnare tutto ciò che il sistema tenta di seppellire.
La sensazione, guardandolo in sala al FEFF, è quella di un film che non abbia alcuna intenzione di rendersi comodo per lo spettatore. Joko Anwar continua a sporcare il proprio horror con satira, critica sociale e immagini quasi deliranti senza preoccuparsi troppo dell’equilibrio narrativo tradizionale.
Non tutto funziona perfettamente: nella parte centrale tende a disperdersi tra sottotrame e allegorie, ma quando abbraccia completamente il caos visionario riesce a trovare immagini davvero memorabili. Ghost in the Cell è horror politico, ghost story e incubo psicologico insieme, un’opera sporca e febbrile che sembra voler divorare lo spettatore.
Tha Rae: The Exorcist – folklore, possessioni e fede corrotta
Se Ghost in the Cell punta sul degrado urbano e sulla paranoia istituzionale, Tha Rae: The Exorcist recupera invece il grande immaginario dell’horror esorcistico mescolandolo con folklore thailandese, cattolicesimo e superstizione locale.
Diretto da Taweewat Wantha, il film è ambientato nella comunità cristiana di Tha Rae, nel nord-est della Thailandia, dove una serie di eventi inquietanti porta un gruppo di esorcisti a confrontarsi con una presenza demoniaca apparentemente incontrollabile.
A livello narrativo gioca con strutture molto familiari agli appassionati del genere: possessioni, rituali, corpi deformati, crisi di fede e scontri tra religione ufficiale e credenze popolari. Ma ciò che rende Tha Rae: The Exorcist interessante è proprio il modo in cui usa questi elementi occidentali filtrandoli attraverso il contesto culturale thailandese.
Riesce a trovare una propria identità pur partendo da archetipi conosciuti attraverso il forte utilizzo del folklore religioso locale, riuscendo ad alternare momenti di autentica inquietudine a scene quasi visionarie.
Dal punto di vista tecnico è probabilmente il film più solido dei tre visti finora. Visivamente è spesso potentissimo. Wantha costruisce immagini sacrileghe e disturbanti sfruttando statue religiose, processioni, candele e ambienti rurali immersi nella nebbia. Alcune sequenze di possessione funzionano molto bene proprio perché evitano l’eccesso digitale e tornano a un horror più fisico, sporco e corporeo.
Certo, il film non reinventa davvero il genere e alcune influenze si sentono parecchio, soprattutto nei momenti più esplicitamente esorcistici. Però Wantha riesce comunque a evitare l’effetto copia-incolla grazie all’atmosfera locale e a un immaginario religioso che ha una consistenza diversa rispetto all’horror occidentale.
Tra i film horror visti finora al FEFF 2026, è probabilmente quello più vicino al pubblico mainstream, anche grazie a una costruzione della tensione più classica e immediata, ma anche uno dei più solidi sul piano dell’intrattenimento puro.
The Shadow’s Edge – paranoia, identità e violenza urbana
Più difficile da classificare è The Shadow’s Edge di Larry Yang, thriller action cinese che si muove continuamente sul confine tra noir urbano, dramma paranoico e horror psicologico. A renderlo ancora più interessante è la presenza di un Jackie Chan insolitamente cupo e trattenuto, lontanissimo dall’immagine action-comedy che ha definito gran parte della sua carriera, quasi più vicino al polar malinconico che al classico action hongkonghese a cui il pubblico occidentale lo associa immediatamente.
Il film racconta una storia di identità frammentate, ossessioni e violenza, seguendo personaggi intrappolati in una spirale sempre più oscura all’interno di una metropoli notturna e soffocante. Pur non essendo horror in senso stretto, usa continuamente elementi tipici del genere: ombre, sdoppiamenti, allucinazioni, percezioni alterate e un costante senso di minaccia invisibile.
L’estetica del film richiama a tratti il neo-noir coreano e alcuni thriller hongkonghesi degli anni Novanta. Larry Yang costruisce una città quasi astratta, fatta di neon freddi, pioggia, vetro e corridoi infiniti, trasformando lo spazio urbano in un labirinto mentale.
L’azione è secca, improvvisa e brutale, ma la cosa più interessante è come Larry Yang gestisce il ritmo. Ci sono momenti in cui il film sembra quasi svuotarsi apposta, lasciando i personaggi sospesi dentro ambienti gelidi e impersonali. È lì che emerge la componente quasi horror del progetto, più mentale che narrativa. I personaggi sembrano continuamente osservati, manipolati o sostituiti da versioni deformate di sé stessi.
Non tutto fila perfettamente, anzi. A volte The Shadow’s Edge sembra quasi perdere interesse per la propria trama pur di inseguire atmosfera, volti e riflessi nel buio. Ma è anche questo a renderlo stranamente ipnotico: più che spiegare, Larry Yang preferisce lasciare lo spettatore dentro una sensazione costante di instabilità. Più che raccontare una storia lineare, The Shadow’s Edge sembra voler trascinare lo spettatore dentro uno stato mentale.
Dopo i primi giorni del FEFF 2026, una cosa appare già evidente: il cinema horror asiatico continua a essere uno dei pochi spazi dove il genere riesce ancora a sperimentare davvero, mescolando paura, politica, folklore e identità culturale senza piegarsi completamente alle formule occidentali.
E considerando i titoli ancora in arrivo al FEFF 2026, la sensazione è che il viaggio nelle visioni più oscure del festival sia appena iniziato.
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