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3/10 su 470 voti. Titolo originale: The Open House, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Matt Angel.

Recensione | The Open House di Matt Angel e Suzanne Coote 

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Dylan Minnette è al centro di un thriller originale di Netflix irrisolto e zeppo di cliché, opera prima ambiziosa quanto vacua

A un primo sguardo superficiale mentre si cerca qualche nuovo titolo su Netflix a tarda notte, potreste facilmente confondere The Open House con un sequel cinematografico della serie Tredici (13 Reasons Why). Dylan Minnette che ritorna nei panni di Clay Jensen, scosso dalle recenti rivelazioni nel suo liceo, e si trasferisce temporaneamente nella casa della zia con sua madre, dove accadono cose strane … Solo le ultime quattro parole sono vere. Naomi (Piercey Dalton), profondamente indebitata e sconvolta dalla tragica e improvvisa morte del marito Brian (Aaron Abrams), coglie l’opportunità offertagli dalla sorella, che concede a lei al figlio adolescente Logan (Minnette) di trasferirsi nella remota casa di montagna in vendita fino a quando non si saranno rimessi in piedi. L’unica condizione è che i due consentano senza storie all’agente immobiliare di far entrare i potenziali acquirenti una volta alla settimana (da qui il titolo). Una richiesta accettabile, almeno fino a quando madre e figlio arrivano in loco e incontrano gli stravaganti personaggi della zona. C’è Martha (Patricia Bethune), la vicina stranamente invadente che sembra soffrire di vuoti di memoria e che ama vagare di notte nei boschi. C’è Chris (Sharif Atkins), commesso di un negozio sospettosamente amichevole e che sembra aver messo gli occhio su Naomi. Poi c’è l’uomo misterioso che svanisce in mezzo alla strada, primo di una serie di incontri da brivido che mettono sulle spine Naomi e Logan, tanto da portare il secondo a riflettere pigramente su quanto siano peculiari le ‘case aperte’, permettendo di tenere la porta d’ingresso spalancata e lasciando che qualcuno si aggiri all’interno senza controllo. Cosa fanno gli sconosciuti? Cosa toccano? Tutti se ne vanno davvero poi?

Proprio quest’ultima domanda viene più spesso alla mente quando le porte scricchiolano nella notte, gli oggetti cambiano inspiegabilmente posizione e nessuna voce risponde all’altro capo quando il telefono squilla. Qualcosa o qualcuno sembra stalkerare Naomi e Logan. Potrebbe essere il fantasma di Brian? Uno dei pazzoidi locali? O forse qualche potenziale acquirente che ha già fatto sua la casa? E’ assai probabile che alla fine di The Open House non vi interesserà minimamente chi o cosa sia il responsabile degli avvenimenti. Il film riesce agilmente nel compito di mettere gli spettatori in una posizione di assoluto disinteresse grazie a una sequela di cliché tipici dell’horror / thriller da fare quasi tenerezza. Il cellulare di Logan scompare improvvisamente. Una ciotola di cereali viene ‘magicamente’ spostata. L’impianto idraulico della casa ha costanti problemi. Gli incubi che non sembrano inizialmente tali. Uno scantinato buio. La posta in gioco resta bassa e tocca quindi al sonoro fare la parte del leone provando ad aggiungere energia alla visione, anche quando le immagini non si presterebbero alla concitazione. È comicamente triste come la musica minacciosa si trasformi in un crescendo orgasmico quando Naomi tira fuori una foto di famiglia accartocciata da un cestino dei rifiuti come fosse la Rosemary di Brian De Palma che sbirciava nella culla nera per la prima volta.

The Open House non è privo di spunti iniziali (e nemmeno di quello finale a dirla tutta). Il dramma familiare tra Naomi e Logan è basico, ma Minnette e la Dalton riescono in qualche modo a forgiare una dinamica accattivante tra due personaggi in difficoltà. La sceneggiatura – scritta dai due registi esordienti Piercey Dalton e Sharif Atkins (White Collar) – semplicemente non li favorisce, preoccupandosi soltanto del materiale minore necessario a portare avanti la trama. Logan è un atleta. Questo servirà a dimostrare la sua resistenza verso la fine. Naomi invece è una fotografa. Ciò spiega convenientemente perché sviluppi a un certo punto un rullino con le immagini scattate dallo stalker. Praticamente niente dà la sensazione che questo mondo o queste persone vivano e respirino al di fuori dai confini di questi 90 minuti. Diverse scene hanno il solo scopo di confondere e sono posizionate a caso. Naomi viene mostrata due volte mentre si fa la doccia nuda, con la prima in cui viene giustapposta al figlio che le parla dall’altra parte di una porta aperta. In sostanza, nel lato sinistro del fotogramma abbiamo Logan che chiede lumi sul suo telefono, mentre nel destro c’è il sedere rosa e disinvolto. È semplicemente una strana scelta compositiva, con un sottotesto involontariamente pruriginoso.

A peggiorare le cose – almeno per alcuni – concorre poi la presenza della band degli Shannon and the Clams nella colonna sonora. Davvero impossibile interpretare il significato recondito ai fini della pellicola dell’aver scelto il loro brano Dreams in the Rat House come leitmotiv. E difficilmente si spiegano i primi piani delle brocche di latte durante due distinti viaggi al minimarket … E’ abbastanza ponderabile che il film stesso non abbia la minima idea del perchè succede quello che succede. Se la stella di Minnette non fosse così in ascesa dopo Piccoli brividi e Man in the dark è assai probabile che questo film non sarebbe mai arrivato su un canale mainstream. The Open House – che forse nelle intenzioni voleva imitare i ben più riusciti e inquietanti The Strangers e Bed Time – presenta quel tipo di storia fragile e sconnessa e quell’esecuzione poco ispirata normalmente riservata alle opere indipendenti che i distributori più grandi non vogliono proprio. Angel e la Coote, oltre a regia e script, hanno anche co-prodotto il film e appaiono addirittura in due piccoli ruoli. Un progetto che puzza di vanità con finanziamenti sufficienti a sostenere ambizioni minime tanto per riempire il palinsesto (quando escono su Netflix titoli del genere, viene alla mente la stagione 21 di South Park … chi lo segue sa bene di cosa si sta parlando). A riprova, basti vedere IMDB: un cast di supporto talmente insignificante che quasi tutti sono etichettati solo in base alla professione (es. idraulico, cameriera, poliziotto n. 1 e poliziotto n. 2).

In definitiva, è sinceramente sorprendente che un titolo del genere sia arrivato fino all’accordo con Netflix, perché si classifica tranquillamente tra i thriller (horror è un parolone vista la scarsa dose di sangue e violenza) peggiori messi a catalogo fino ad oggi, con buona pace di chi si era lamentato dei recenti La Babysitter o Bright, magari deludenti ma con valori di produzione innegabili (specie il secondo). Qui nulla è praticamente degno di nota, lasciando a fine visione solo la brutta sensazione di prodotto etichettabile come “perdita di tempo”. Ah, un sequel potrebbe essere – se non possibile – probabile.

Di seguito il full trailer originale di The Open House, a catalogo Netflix dal 19 gennaio:

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