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2/10 su 2 voti. Titolo originale: Therapy, uscita: 25-07-2016. Regista: Nathan Ambrosioni.

[recensione] Therapy di Nathan Ambrosioni

di Sabrina Crivelli

Lo sconvolgente caso dell'enfant prodige invitato ai Festival, nonostante non abbia idea dei fondamenti di regia

La moda del mockumentary, tra alterne fortune ha dato la possibilità a chiunque con limitate risorse economiche e una camera a mano di dar vita su video alle proprie idee, inondando il mercato di prodotti spesso dalla qualità dubbia e dalla sceneggiatura ancora più discutibile. Certo il genere ha avuto i suoi slanci artistici, dal capostipite The Blair Witch Project (1999) ai recenti Paranormal Activity, sono state realizzate opere degne di nota anche in questi lidi, ma pare proprio che nell’ultimo periodo il filone sia divenuto più che altro terra di nessuno, dove transita chi non può per ragioni svariate aspirare ad altro.

Therapy posterQuesto è senza dubbio il caso di Therapy del francese Nathan Ambrosioni (qui la nostra intervista), enfant prodige che ha presenziato a diversi Festival internazionali, ma l’unico motivo per cui un simile lavoro può aver avuto una qualche risonanza è solo la giovanissima età del suo autore (classe 1999, aveva tredici anni quando ha ultimato il suo film di debutto, Hostile), per cui viene obliata immediatamente qualsiasi questione relativa al suo reale valore, decisamente scarso. Se infatti è rimarchevole aver deciso di iniziare a girare in età scolare, si tratta del secondo film del diciassettenne, più auspicabile sarebbe prima di cimentarsi aver digerito almeno i fondamentali di regia, ma a quanto pare basta divenire un e caso cinematografico, o semplicemente mediatico, perché i distributori cessino di guardare quanto sottoposto con piglio critico. La trama è piuttosto banale, delle Steven, Stephanie, Olivia, Sam e Sebastien si recano una notte in una sorta di edificio dismesso e svaniscono nel nulla, al contempo dei detective indagano su fatto, sperando di poter ritrovare i dispersi quanto prima. Molteplici sono i palesi elementi poco riusciti, dalla storia in sé, piuttosto confusa e mal raccontata, a cui si unisce un grosso problema in termini di sintassi, ossia la coerenza tra le diverse sotto trame e a come sono realizzate a livello di stile, alla recitazione che per alcuni membri del cast e alla caratterizzazione dei personaggi è addirittura grottesca, fino ai più basici principi tecnici del maneggiare una videocamera, che rendono assai fastidioso il risultato.

Dunque principiamo dalla narrazione e dalla sua resa su pellicola. Lo sviluppo si dipana in due sotto-trame alternate: nella prima vediamo una lieta scampagnata nei boschi che declina in una variazione, neppure troppo entusiasmante, di psudo-slasher con killer psicopatico, che insegue le sue vittime dotato di ascia e le stipa, legate, nelle stanze desolate e fatiscenti; la seconda, invece, è incentrata sulle ricerche di un trio di giovani investigatori, che mirano a far chiarezza sulle misteriose scomparse. Le coordinate temporali dello sviluppo dell’azione si confondono, ma ancor più è l’estetica del fotogramma a lasciare più disorientati. Per la parte dedicata alla sfortunata gita campestre degli ignari campeggiatori, si ricorre infatti a rispese in stile dilettantesco, a mo’ di filmino delle vacanze, creato con camera a mano e con una GoPro, quindi con una marcata estetica casereccia, come è lecito pensare. La seconda sezione, che viene alternata al materiale contenuto nel fund footage trovato dal guardiano nella casa, dovrebbe invece narrare in maniera più neutra gli accadimenti che si sono susseguiti nelle ricerche dei dispersi, ma lo stile è il medesimo, salvo un susseguirsi ravvicinato di stacchi che rende più semplice il confezionare una sequenza senza bisogno di grandi movimenti di macchina (che il giovane precoce non padroneggia…). Esprimendo il concetto in maniera più diretta, sia sembra che il ragazzino che riprende la sua famiglia per svago sia l’artefice anche delle riprese ai detective, che al contrario non dovrebbero pertenere al mondo dei fund footage, ma avere un carattere assai differente… A ciò si aggiungono, a lasciare ancor più perplessi, le sequenze realizzate sempre alla stessa maniera, ma dal punto di vista del maniaco, vediamo attraverso i suoi occhi mentre osserva e carezza le sue vittime. Insomma, si dovrebbe essere impossessato della videocamera dell’aspirante filmmaker! Perché vediamo tale materiale? Lo trova la detective o cosa? C’è insomma molta confusione e l’idea di diverse prospettive sulla vicenda è concretizzata in modo piuttosto incoerente.

Theraphy di Nathan AmbrosioniSe questo pertiene però alle finezze, più immediate sono le carenze tecniche, che perfino lo stile mockumentary non può scusare. E’ vero, da quando alla fine degli anni ’90 The Blair Witch Project ha sdoganato immagini mosse e stile da aspirante documentarista allo sbaraglio, molti hanno abbandonato la più ardua via della perfezione per lidi ben meno faticosi, ossia raffazzonare qualche scena qua e là, sfarfallante e poco chiara, una dichiarazione del falso intervistato e qualche dettaglio e via. Tuttavia il mal di testa discendente da questo tipo filmico è nulla in confronto a quanto ci propone Ambrosioni: mantiene fiero il solito cliché della sequenza di corsa, di notte, e lo reitera fiero, ma al contempo vi sono alcuni inserti che perfino Adam Wingard nel suo recente remake/reboot/sequel di TBWP avrebbe giudicato un po’ troppo veraci. Si potrebbe parlare, se si fosse a una scuola di regia, di errori veri e propri, soliti in chi prende in mano una videocamera portatile, ma non ha bene idea di come utilizzarla, di quali siano le basi. Il più evidente? Pertiene ai sopracitati movimenti di macchina: alcuni, quelli che hanno un’infarinatura minima, sono a conoscenza che premendo dei pulsanti ad uopo (con + e -) su una telecamera meno evolute sia possibile l’ingrandimento e la messa a fuoco (funzioni distinte) di un dettaglio da lontano, dando un po’ l’idea di un carrello (termine tecnico per definire gli spostamenti della macchina da presa per l’appunto su un carrello). Ebbene, tutt’altro che semplice, se realizzato male è uno dei più palesi segni di dilettantismo e quivi si continua, imperterriti, a ricorrervi, senza averne però la capacità, o forse senza nemmanco badarvi: lo spostamento è talmente veloce, a scatti e innaturale, che pare che la camera invece di avvicinarsi gradualmente stia piombando addosso a ciò che sta ingrandendo, e pure singhiozzando per giunta. Insomma, persino i peggiori mockumentary, in cui la finzione narrativa presuppone operatori pressoché inesperti, non girano così male, non si tratta qui di replicare il modus di un aspirante regista, quello che potrebbe essere un segno distintivo del modus documentarista con tutte le imperfezioni, nessuno che sapesse girare farebbe errori così palesi nel lessico elementare. Sconvolgente è poi l’idea che per ottenere tale scempio potrebbero essere state utilizzate attrezzature di livello ben più professionale, quindi decade anche l’ultima scusante…Fastidiosa anche la scelta, invece di un normale campo e controcampo nei dialoghi, di limitarsi a spostare grezzamente l’obiettivo da un soggetto all’altro, sempre con movimenti sin troppo veloci e malsicuri, ma questo potrebbe pertenere l’auspicato realismo, forse.

Theraphy di Nathan Ambrosioni 2In ultimo, le performance degli attori, soprattutto dell’equipe di poliziotti, perplime tanto (e noi che ci lamentiamo dei nostri…), da far parere allo spettatore sventurato gli scambi di battute e la mimica a un estratto di Marina, telenovela franco messicana che persino la casalinga dalla scolarizzazione elementare potrebbe trovare indigesta. Non approfondendo oltre tale aspetto, né descrivendo oltre le faccine contrite di Nathalie Couturier, al limite del farsesco, nell’incarnare quella che dovrebbe essere la donna problematica e in carriera, è necessario abbassare esponenzialmente le aspettative e gli elementi analizzati. L’interpretazione è un surplus, quando la caratterizzazione stessa dei personaggi è talmente assurda da risultare parodistica. esemplificativo in maniera addirittura emblematica è la tenuta di uno degli investigatori, Anthony (Cédrick Spinassou), che di palesa giulivo al lavoro con un cappelletto che sarebbe più consono per uno dei protagonisti di Una gita in campagna di Jean Renoir che per una stazione di polizia, e l’interpretazione è in linea con il suddetto classico in bianco e nero… Di sicuro, la patina oscura necessaria a una fosca narrazione orrorifica ne perde non poco.

Sorvolando di indulgere ulteriormente sui dettagli, operazione che risulterebbe pleonastica e oltremodo deprimente, il resto è un composito e poco ritmato mistone di cliché già stravisti, ma realizzati molto peggio. L’unico dubbio che viene a questo punto è quale sia l’arcano motivo perché un festival come Sitges abbia potuto inserirlo nella selezione proposta. Sebbene sia bello e promettente che nuove leve si dedichino alla regia di horror, prima di diffondere i loro esperimenti alla regia si dovrebbe perlomeno pretendere che apprendere i fondamenti di tale mestiere, o chiunque senza arte alcuna potrà in futuro prendere una videocamera e iniziare a riprendere quello che gli salta in mente.

Di seguito il trailer ufficiale di Therapy, che trae in inganno sulla reale qualità della pellicola:

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