Tutti pazzi per l’antieroe di Resident Evil: ma l’horror usa questo espediente da decenni
04/10/2026 news di William Maga
Bryan è forse una piccola rivoluzione per la saga, ma basta masticare un po' il genere per scoprire una storia diversa

Ma è vero che il rider impacciato di Resident Evil di Zach Cregger è una novità così grossa per il cinema horror? A giudicare da molte delle reazioni al film, sembrerebbe di sì. Tra gli elementi più apprezzati c’è proprio Bryan, il corriere medico interpretato da Austin Abrams: un ragazzo comune, poco atletico, senza addestramento e decisamente impreparato a ciò che gli capita, lontanissimo dai tradizionali eroi d’azione.
Ed è facile capire perché la scelta funzioni. Invece di mettere davanti a zombie e creature mutanti qualcuno che sa già sparare, combattere e mantenere il sangue freddo, Cregger prende un uomo che potrebbe trovarsi lì quasi per sbaglio e gli chiede semplicemente di sopravvivere. Il risultato restituisce vulnerabilità al protagonista e rende ogni pericolo potenzialmente enorme.
Come intuizione per Resident Evil, però, è molto più insolita che come intuizione per il cinema horror. Basta guardare anche soltanto agli ultimi quindici anni per accorgersi che di protagonisti comuni, goffi, codardi, socialmente inadeguati o semplicemente poco qualificati per affrontare l’incubo in cui vengono gettati ne abbiamo visti a decine.
Da Tucker & Dale vs. Evil a Quella Casa nel Bosco, da Scouts Guide to the Zombie Apocalypse a La Babysitter, fino a Little Monsters, Come to Daddy, A cena con il lupo, Deadstream e Y2K, l’horror contemporaneo ha sfruttato ripetutamente la stessa inversione: mettere la persona sbagliata nel posto peggiore possibile e vedere in che modo riesce, spesso maldestramente, a cavarsela.
L’eroe che non dovrebbe essere un eroe
Naturalmente non tutti questi personaggi funzionano allo stesso modo. Alcuni sono autentici incapaci, altri semplicemente persone normali prive di qualsiasi preparazione; qualcuno è codardo, qualcuno immaturo, qualcun altro possiede qualità che emergeranno soltanto quando sarà costretto a usarle. Il principio narrativo, però, è simile: il protagonista non entra nella storia perché è la persona più adatta ad affrontare la minaccia, ma diventa protagonista proprio perché deve affrontarla pur non essendolo.
Già Tucker & Dale vs. Evil nel 2010 costruiva un’intera horror comedy intorno a due uomini che sembravano appartenere al lato sbagliato dello slasher. Dale, in particolare, è timido, impacciato e lontanissimo dall’idea del sopravvissuto eroico. Due anni dopo Quella casa nel bosco faceva dello stoner Marty, apparentemente il membro più sacrificabile del gruppo, proprio il personaggio capace di sfuggire al ruolo che il meccanismo horror gli aveva assegnato.
In Scouts Guide to the Zombie Apocalypse (2015), a dover affrontare un’epidemia zombie sono tre adolescenti scout tutt’altro che eroici; La Babysitter (2017) mette un ragazzino timido e bullizzato contro un culto satanico; Little Monsters (2019) affida invece una nuova invasione di zombie a Dave, musicista fallito, irresponsabile e immaturo che si trova improvvisamente nella posizione di dover contribuire a proteggere una classe di bambini.
La sproporzione tra personaggio e minaccia è già diventata, a questo punto, parte del divertimento. Non ci chiediamo soltanto come farà a sopravvivere?, ma prima ancora: possibile che tocchi proprio a questo qui?
Negli anni 2020 il meccanismo non è affatto scomparso
A cena con il lupo (2021) gioca sullo stesso scarto con Finn, un ranger talmente mite e insicuro da avere difficoltà a imporsi sulle persone che dovrebbe gestire, prima di ritrovarsi isolato insieme agli abitanti di una cittadina mentre qualcosa comincia a ucciderli.
Ancora più evidente è Deadstream (2022). Shawn è uno streamer narcisista ma terribilmente codardo che decide di trascorrere una notte in una casa infestata per recuperare popolarità online. Quando scopre che la minaccia soprannaturale è reale, la gag fondamentale consiste proprio nel vedere un uomo che voleva fingere di essere coraggioso costretto improvvisamente a esserlo.
E Y2K (2024) ripropone una variante dello stesso schema: due adolescenti outsider, più interessati a riuscire a entrare a una festa che a salvare il mondo, vengono investiti da una rivolta tecnologica e devono improvvisarsi sopravvissuti.
Gli esempi potrebbero continuare. The Final Girls, Auguri per la tua morte, Anna and the Apocalypse, Extra Ordinary e altri ancora hanno lavorato, con gradazioni differenti, sulla vulnerabilità, l’inadeguatezza o l’ordinarietà dei propri protagonisti. Non siamo quindi davanti a una rarità dell’horror contemporaneo, ma a uno dei suoi strumenti narrativi più riconoscibili.
Perché allora Bryan sembra così originale?
La risposta probabilmente non sta nel cinema horror, ma in Resident Evil.
È il confronto con il franchise a far apparire Bryan così anomalo. Resident Evil ha costruito gran parte del proprio immaginario intorno a personaggi come Leon S. Kennedy, Jill Valentine e Chris Redfield: poliziotti, agenti speciali, militari o comunque figure che acquisiscono rapidamente una notevole capacità di combattimento. Persino quando sono vulnerabili, appartengono al linguaggio dell’eroe videoludico.
Bryan è concepito secondo una logica opposta. Cregger lo ha descritto come un uomo normale e sfortunato, privo di capacità di combattimento e sostanzialmente incapace di sopravvivere. Shay Hatten ha parlato di lui come di qualcuno che non è naturalmente portato per l’eroismo. E il fatto che sia un semplice rider incaricato di effettuare una consegna rende ancora più evidente la distanza dai protagonisti che associamo al marchio.
È qui che la scelta di Cregger acquista davvero forza. Non perché il cinema horror non abbia mai pensato di mettere un imbranato contro i mostri, ma perché Resident Evil raramente ci ha chiesto di guardarli attraverso gli occhi di uno.
Una scelta efficace non deve necessariamente essere nuova
E questo non ridimensiona necessariamente il film. Anzi, permette di capire meglio perché il meccanismo funzioni. L’horror continua a ricorrere all’everyman proprio perché un personaggio impreparato restituisce alla minaccia qualcosa che l’eroe competente tende inevitabilmente a sottrarle.
Se il protagonista sa usare ogni arma, riconosce immediatamente il pericolo e possiede gli strumenti fisici per affrontarlo, lo spettatore può affidarsi a lui. Se invece sbaglia, ha paura e non sa cosa fare, ogni incontro diventa meno prevedibile. L’incompetenza può generare comicità, ma produce anche vulnerabilità e identificazione.
Il Bryan di Cregger sfrutta esattamente questo principio. La sua vera particolarità non è quindi quella di rappresentare un nuovo tipo di protagonista horror. È prendere un tipo di protagonista che l’horror usa da anni e farlo entrare in un universo nel quale sembra non avere alcun diritto di sopravvivere.
E forse è proprio questa distinzione a essersi persa in parte delle reazioni al film: Resident Evil può avere trovato nel suo rider impacciato una prospettiva sorprendentemente fresca per il franchise. Ma il cinema horror, nel frattempo, aveva già mandato parecchi suoi colleghi allo sbaraglio.
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