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	<title>Teresa Scarale | Il Cineocchio</title>
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		<title>Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore &#124; La recensione del film di Robin Pront</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2020 07:29:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Robin Pront]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fotografia e regia magistrali per un’opera prima che racconta la circolarità inesorabile di certe vite lontane dal Sole</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ardenne ardenti. Le Ardenne sono una regione collinare e boschiva che si estende fra Belgio, Lussemburgo e Francia. Le foreste che la ricoprono sono spesso meta di gite estive da parte delle famiglie di quelle terre franco fiamminghe. Non è raro dunque che quei ricordi estivi di spensieratezza restino indelebili nella mente dei bambini. <strong>Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore</strong> (<em>D&#8217;Ardennen</em>) è l’opera prima del regista fiammingo <strong>Robin Pront</strong>. Ed è anche il film che il Belgio aveva candidato per gli <strong>Oscar 2017</strong>.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/Poster-Le-Ardenne-Oltre-i-confini-dellamor.jpg" rel="lightbox" title="Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore | La recensione del film di Robin Pront"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright  wp-image-46409" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/Poster-Le-Ardenne-Oltre-i-confini-dellamor-210x300.jpg" alt="Poster Le Ardenne - Oltre i confini dell'amor" width="232" height="331" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/Poster-Le-Ardenne-Oltre-i-confini-dellamor-210x300.jpg 210w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/Poster-Le-Ardenne-Oltre-i-confini-dellamor-280x400.jpg 280w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/Poster-Le-Ardenne-Oltre-i-confini-dellamor.jpg 420w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a>Le Ardenne del titolo sono il felice ricordo d’infanzia del protagonista Kenneth (<strong>Kevin Janssens</strong>), probabilmente l’unico, origine e destinazione di una vita che ad un certo punto ha iniziato a girare storto. Ancora una volta, il titolo originale sarebbe bastato a se stesso, senza la consueta fuorviante aggiunta dell’adattamento italico. Nella sua vita “storta” Kenneth ha portato con sé, almeno per un po’, la sua ragazza Sylvie (<strong>Veerle Baetens</strong>) e il di lui fratello Dave (<strong>Jeroen Perceval</strong>).</p>
<p>Il film di Robin Pront si incastona perfettamente nel filone cupo e asfittico del cinema belga contemporaneo. Il sole non lo si vede mai, in nessun senso, nemmeno per sbaglio. Le piovose e concitate sequenze iniziali immettono subito lo spettatore nel vivo dell’azione drammatica. Di là a poco si capirà cos’è accaduto.</p>
<p>Dave e Sylvie, complici di Kenneth in una rapina, riusciranno a farla franca grazie al sacrificio generoso di quest’ultimo. Kenneth infatti sarà il solo a pagare con il carcere la sua <em>mala educazione</em>. Alla sua scarcerazione però, quattro anni dopo, il ragazzo scoprirà che il mondo è andato avanti, e non esattamente nella direzione da lui sperata.</p>
<p>Fotograficamente bellissimo, Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore <strong>è un film che si vorrebbe divorare fermo immagine per fermo immagine</strong>. Ogni suo frame è un quadro, per composizione e pienezza della situazione. La regia è sintetica e tagliente: affida a dettagli minuti lo svolgersi della storia, <em>senza troppe storie</em>, tenendo sempre desta l’attenzione di chi guarda. Il film è di quelli che non spreca nulla. E’ costruito con precisione e chiarezza <strong>quasi fosse un quadro di</strong> <strong>Pieter Bruegel</strong>, ma senza quella vita brulicante d’operosità fiamminga e preziosità alcuna degli elementi.</p>
<p>Gli unici bagliori sono dati dalle stazioni di polizia, dai neon del carcere, dai fari delle auto che sbucano in mezzo a piloni di cemento. La presa di coscienza che la periferia possa essere “al centro”, è disturbante. Ai confini della Mitteleuropa delle banche e delle istituzioni comunitarie, rantolano vite stentate come quelle ritratte in <strong>una foto di Alexander Gronsky</strong> . Vite ai margini senza possibilità di salvazione, esistenze in cui l’inferno è ciò che resta per chi rimane in vita.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer ufficiale italiano</strong> di Le Ardenne – Oltre i confini dell’amore:</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/4qpUziq9Mno" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>The Accountant: la recensione del film diretto da Gavin O’Connor, con Ben Affleck</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/the-accountant-recensione-ben-affleck-film/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2020 07:57:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Ben Affleck]]></category>
		<category><![CDATA[Gavin O'Connor]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[The Accountant]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il regista di Warrior mette insieme un film d’azione multistrato in cui i pezzi però non si annodano mai</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Più Colt che contabilità</strong></em>. Christian Wolff (<strong>Ben Affleck</strong>), autistico ad alto funzionamento, già da piccolo mostra un acume matematico fuori dal comune. Ma non si tratta di Will Hunting, e nemmeno di Rain Man. Cresciuto, anziché le porte del MIT, gli si spalancano quelle di uno studio di contabilità. Il suo. In realtà non si tratta di un lavoro tranquillo; dietro alle mirabolanti detrazioni fiscali per coppie di vecchietti ansiosi di ottimizzare il debito fiscale (ogni mondo è paese, e una furtiva lacrima scende sulla gota dello spettatore quando sente pronunciare “Modelli Unici”: miracoli del doppiaggio italiano), si nasconde incessante una losca attività.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2016/07/accountant-affleck-poster.jpg" rel="lightbox" title="The Accountant: la recensione del film diretto da Gavin O’Connor, con Ben Affleck"><img decoding="async" class="alignright wp-image-30576" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2016/07/accountant-affleck-poster-300x445.jpg" alt="accountant-affleck-poster" width="229" height="340" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2016/07/accountant-affleck-poster-300x445.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2016/07/accountant-affleck-poster.jpg 524w" sizes="(max-width: 229px) 100vw, 229px" /></a>Non ci è dato sapere subito perché, ma Christian accetta spesso e volentieri incarichi da tesoriere o revisore contabile per organizzazioni criminali. Al contempo, vediamo che il ragazzone tira niente male, novello Rambo grazie all’educazione di stampo militar vietnamita ricevuta dal padre; lo vediamo infatti tutto contento a sfracellar meloni disegnati a mo’ di emoticon nel prato della coppia di vecchietti a lui grati per il risparmio fiscale.</p>
<p>Poi, la sceneggiatura scritta da <strong>Bill Dubuque</strong> (<em>The Judge</em>) si perde in mille trame sbocconcellate, senza che nessuna abbia una tensione narrativa corposa o almeno emotiva, tutto è abbozzato e buttato via, non ci si addentra in nulla. È come ascoltare tutte insieme le prime battute di altrettante canzoni di media qualità, <strong>la disarmonia nell&#8217;opera diretta da Gavin O’Connor </strong>&#8211; apprezzatissimo per <em>Warrior</em> del 2011 (<a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-warrior-gavin-oconnor/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la recensione</a>) &#8211;<strong> è totale e il disinteresse galoppante</strong>.</p>
<p>Gli stessi attori sembrano appiccicati alla scena, non restituendo nessuna credibilità. Ben Affleck che corruga la fronte e abbassa lo sguardo per esprimere il tormento di un’infanzia segnata dal disagio psichico non convince, <strong>il disegno del suo personaggio adulto è totalmente incoerente</strong>, la sua interpretazione procede a sussulti e sbalzi.</p>
<p>La coprotagonista Dana Cummings (<strong>Anna Kendrick</strong>), contabile pure lei, ha un’espressione sempre sospesa fra Rooney Mara e Annamaria Franzoni e dalla sua petulanza non traspare mai un’intenzione chiara: è un’impicciona, è solo una che cerca un fidanzato, non si capisce. Non è credibile nello spavento, nella sorpresa, negli approcci. Si salva solo l’ottimo <strong>J.K. Simmons</strong> (Ray King), ma è davvero troppo poco per salvare il film.</p>
<p>Di seguito<strong> il trailer ufficiale italiano</strong> di The Accountant:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/X-0p0oRDiqg" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Manchester by the Sea: la recensione del film di Kenneth Lonergan</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-manchester-by-the-sea-kenneth-lonergan/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2020 08:22:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Casey Affleck]]></category>
		<category><![CDATA[Michelle Williams]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il regista firma regia e sceneggiatura di un’opera intima e intensa, dal sapore europeo, con un Casey Affleck dalla bellezza lancinante</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Luce a Nord Est</strong></em>. Una musica quasi gregoriana riempie le immagini di apertura di <strong>Manchester by the Sea</strong>, sposando la luce bianca che invade un mare freddo eppure grondante di calore casalingo. Siamo nella costa nord est del Massachusetts, nelle insenature su cui si affaccia, in un paesaggio che sembra quasi quello dei fiordi norvegesi, la graziosa cittadina di Manchester-by-the-Sea.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-Poster-Manchester-by-the-Sea.jpg" rel="lightbox" title="Manchester by the Sea: la recensione del film di Kenneth Lonergan"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-38547" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-Poster-Manchester-by-the-Sea-203x300.jpg" alt="locandina Poster Manchester by the Sea" width="219" height="324" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-Poster-Manchester-by-the-Sea-203x300.jpg 203w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-Poster-Manchester-by-the-Sea-270x400.jpg 270w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-Poster-Manchester-by-the-Sea.jpg 420w" sizes="(max-width: 219px) 100vw, 219px" /></a>La purezza della luce, unita ai cori angelici della Plymouth Corale di <strong>Lesley Barber</strong> (che firma tutti i brani originali della colonna sonora), aggancia subito lo spettatore mettendolo nella pancia del film e lasciandocelo fino alla fine. Il canale comunicativo è dunque aperto, spalancato, e tutte le scene successive fluiscono limpide, gravide di senso, necessarie.</p>
<p>A un’ora e mezza d’auto da MBTS, a Boston, il bel Lee Chandler (un <strong>Casey Affleck</strong> giustamente da Oscar, per quest’anno e quello dopo) fa il custode residenziale. Non si esime dal far nulla: idraulico d’emergenza, elettricista, spalatore di neve, aggiustatore; il tutto per i suoi inquilini. Che lo detestano.</p>
<p>Lee è infatti solitario, scostante, non dice mai buongiorno e si profonde in parolacce con chiunque non appena perde la pazienza. Se l’avesse. In un giorno nevoso, arriva una chiamata dall’ospedale del suo paese natale, Manchester-by-the-Sea per l’appunto: il suo amato fratello Joe (<strong>Kyle Chandler</strong>) è stato ricoverato d’urgenza. Lee non riuscirà ad arrivare in tempo.</p>
<p>Con sua enorme sorpresa, l’uomo scoprirà di essere stato nominato da Joe – divorziato – tutore legale di suo nipote, il sedicenne Patrick (<strong>Lucas Hedges</strong>).</p>
<p>L’arco cronologico del racconto è sostenuto da scene relative a momenti diversi della vita dei personaggi. Arrivano nette, senza artificio, come onde di un mare gonfio ma dolce, e costituiscono l’architettura di un film che ha del sublime. Passando <strong>da Albinoni a Ray Charles</strong>, la colonna sonora di Manchester by the Sea copre pudicamente il parlato dei momenti più drammatici. E <strong>la cosa più straordinaria è che quei momenti, bellissimi nella loro musica, lo sarebbero anche senza</strong>.</p>
<p>Lo spettatore si alza grato al regista <strong>Kenneth Lonergan </strong>(<em>Margaret</em>), che<strong> non spreca nemmeno un fotogramma del suo lavoro</strong>; grato a Casey Affleck, i cui occhi restituiscono tutto il tormento, la rabbia, la spensieratezza e la gioia estatica di un uomo che ha vissuto due vite, a <strong>Michelle Williams </strong>(<em>Blue Valentine</em>), che in pochissime sequenze riesce a infondere in Randi tutta l’eternità disperata del suo amore. L’amalgama dei molti attori è perfetto e <strong>niente è mai sopra le righe</strong>.</p>
<p>L’ironia che irresistibile arriva a cadenzare la vicenda dà tono e ritmo a una storia che trova nel mare, nel vento e nel cielo i suoi confini.</p>
<p>Manchester By the Sea è stato <strong>candidato agli Oscar</strong> <strong>2017 in sei categorie</strong>, aggiudicandosi i premi per il Miglior attore protagonista e quello per la Miglior sceneggiatura originale, a Kenneth Lonergan.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer ufficiale italiano</strong> di Manchester by the Sea:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/a82uYNanBtg" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Suburbicon – Dove tutto è come sembra: la recensione del film di George Clooney</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/suburbicon-la-recensione-del-film-di-george-clooney/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2020 08:58:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[George Clooney]]></category>
		<category><![CDATA[Julianne Moore]]></category>
		<category><![CDATA[Matt Damon]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Suburbicon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La perfezione solo formale di un racconto nero in cui le tinte pastello dell’involucro esaltano la pece dell’animo umano. Julianne Moore nel consueto splendore. Matt Damon perfetta patata da contorno. Il tocco dei Coen rende la vita (troppo) facile al regista.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Provincia salmastra in salsa rosa</em>. Sogno americano, 1957. Ah no, <strong>Suburbicon</strong>, 1957. Sorta di Milano 2 ante litteram, la cittadina al centro del film di <strong>George Clooney</strong> (che torna in regia a tre anni da <em>Monuments Men</em>) vorrebbe essere l’emblema pastello della anelata perfezione medio borghese americana.</p>
<p>Delicate villette per soli bianchi ordinatamente schierate su prati rasati, strade larghe e pulite. Nessuna violenza urbana. Fino a quando un bel giorno non fa la sua comparsa una nuova famiglia. Belli, onesti e garbati, i Meyers sarebbero una delle punte di diamante della <em>middle class</em> americana, se non fosse per un particolare: il colore della pelle.</p>
<p>La nuova <em>nota cromatica</em> del circondario scatena una putrida sarabanda di violenze e vessazioni fra gli abitanti di Suburbicon, a danno della inerme famigliola. Unico figlio dei Meyers è Andy (<strong>Tony Espinosa</strong>), coetaneo del dodicenne Nicky Lodge (<strong>Noah Jupe</strong>), suo vicino, il quale in un certo senso non se la passa meglio del suo nuovo amico. Sua madre Rose (<strong>Julianne Moore</strong>) è rimasta paralizzata in seguito a un incidente in auto con suo marito Gardner (<strong>Matt Damon</strong>), illeso, e la sorella gemella di lei, Margaret, vive sempre con loro per dare una mano in casa.</p>
<p>Ma il peggio deve ancora arrivare. In una notte buia ma non tempestosa, una coppia di bruti (<strong>Glenn Flesher</strong> e <strong>Alex Hassell</strong>) fa irruzione nella confortevole casa dei Lodge. In seguito all’assalto, il “Giardiniere” sarà privato di uno dei suoi <em>fiori</em>, ma non delle loro spine. Da quel momento in poi, Gardner cercherà faticosamente di ricostruirsi la vita. Ma quando un ingranaggio però, per piccolo che sia, si inceppa, difficilmente tornerà a funzionare.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/suburbicon-poster.jpg" rel="lightbox" title="Suburbicon – Dove tutto è come sembra: la recensione del film di George Clooney"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-53197" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/suburbicon-poster-212x300.jpg" alt="" width="281" height="398" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/suburbicon-poster-212x300.jpg 212w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/suburbicon-poster-282x400.jpg 282w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/suburbicon-poster.jpg 677w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" /></a>Quello che sarebbe dovuto essere il film &#8216;evento&#8217; della <strong>Mostra del Cinema di</strong> <strong>Venezia 2017 </strong>è solo un vago schizzo di quello che fu un film solido come <strong><em>Fargo</em></strong>. Suburbicon – Dove tutto è come sembra si squaderna davanti agli occhi dello spettatore come le pagine di un bell’album da colorare con i disegni già fatti. D</p>
<p>isegnatori sapienti ne sono <strong>i fratelli Joel ed Ethan Coen</strong>, i quali tuttavia attingono a un loro soggetto vecchio di una trentina d’anni, non certo una prima scelta.</p>
<p>Stanti queste premesse labili, George Clooney è solo la mano che colora. Assolve bene al suo compito, usa le giuste tonalità e resta nei bordi. Ma<strong> la struttura del film è talmente definita dalla “matematica dei Coen” che il contributo del regista si percepisce davvero limitato</strong>, quasi più una messa in scena che una regia vera e propria.</p>
<p>Volto costruito a immagine e somiglianza di questo mondo cartonato è senza dubbio quello di Matt Damon, <strong>interprete calzante dell’americanità <em>wasp</em></strong>. Tenue e rassicurante come un tubero, sazia senza sbalzi di sapidità, assorbendo gli umori del mondo circostante. Il contributo maggiore di George Clooney è stato proprio questo: saper retrocedere a favore di Damon, perché in origine sarebbe dovuto essere lui stesso il protagonista maschile di Suburbicon – Dove tutto è come sembra.</p>
<p>Il premio Oscar Julianne Moore si conferma dal canto suo come una delle attrici più convincenti dell’attuale panorama cinematografico mondiale: capace di vibrare con verità assoluta tanto nelle corde angeliche che in quelle demoniache dei personaggi che interpreta. Apparizione sapida, seppur breve, è pure senza dubbio quella di <strong>Oscar Isaac</strong> (<em>A proposito di Davis</em>) nei panni del detective assicurativo Roger.</p>
<p>La risultante di questa alchimia studiata a tavolino è che Suburbicon – Dove tutto è come sembra <strong>diventa un film che si guarda di testa, lucidamente</strong>. E la sensazione che alla fine resta negli occhi dello spettatore più fedele ai Coen è quella di aver assistito a un’operazione commerciale di recupero, per ben limata che sia. Non c’è spazio per la connettività profonda della pancia, se non nelle disturbanti scene di razzismo. Le bamboline snodabili si muovono disciplinate nelle loro casette, i loro sorrisi di plastica a figurare la forma stantia della loro stessa svuotata consuetudine.</p>
<p>Di seguito il <strong>trailer italiano </strong>di Suburbicon – Dove tutto è come sembra:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/MHCIMp24vWc" width="1349" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>American Assassin: la recensione del film di Michael Cuesta, con Michael Keaton</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-american-assassin-film-azione-dylan-obrien/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2020 08:37:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[American Assassin]]></category>
		<category><![CDATA[Dylan O’Brien]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Keaton]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un action superfluo, utile solo all’onanismo mentale armaiolo americano. Spiace che il magnetismo indiscutibile del protagonista vi sia stato sprecato.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Un altro giro di Risiko. Un giovane statunitense (Mitch Rapp, al secolo <strong>Dylan O’Brien</strong>) d’aspetto non inferiore alle sue belle speranze si gode la sua ragazza su un’assolata e mondana spiaggia di Ibiza. La perfezione esotica del momento viene sancita dal dono del fatidico anello. Il tutto a favore di smartphone. L’entusiasmo dovuto al “si” di lei però è destinato a durare poco.</p>
<p>Il tempo di chiedere al barista del <em>chiringuito</em> “qualcosa di speciale” per due, che il paradiso azzurro e bianco si trasforma in inferno: un gruppo di terroristi islamisti spara a tutto spiano sulla gente, cogliendo anche la bella fidanzata che sembrava uscita da una campagna pubblicitaria di Estée Lauder.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/american-assassin-poster.jpg" rel="lightbox" title="American Assassin: la recensione del film di Michael Cuesta, con Michael Keaton"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-53629 alignright" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/american-assassin-poster-210x300.jpg" alt="" width="261" height="373" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/american-assassin-poster-210x300.jpg 210w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/american-assassin-poster-280x400.jpg 280w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/american-assassin-poster.jpg 420w" sizes="(max-width: 261px) 100vw, 261px" /></a>È questa la scena scarsamente identitaria da cui prende le mosse <strong>American Assassin</strong> di <strong>Michael Cuesta </strong>(<em>La regola del gioco</em>), basato sulla serie di romanzi di <strong>Vince Flynn</strong>. Scarsamente identitaria dal punto di vista cinematografico, naturalmente. Perché questo film sembra una copia ben fatta di tanti prodotti e sottoprodotti dell’entertainment, non solo cinematografico.</p>
<p><strong>Sa di film TV girati con budget sicuramente più ridotti</strong>, di serie strampalate come la netflixiana <strong><em>Designated Survivor</em></strong>, ad esempio. Agli americani continua a piacere l’immaginario del grande scopone bellico avente ad oggetto la loro incolumità nazionale: i cattivoni, lo spionaggio tecnologico, la vendetta, il profluvio di armi, gli stati canaglia putativi, la loro supposta invincibilità.</p>
<p>Infatti, nelle sequenze successive alla carneficina, troviamo il ragazzo che comunica con qualcuno in arabo fluente davanti a un computer. La barba cresciuta e I capelli scarmigliati non bastano tuttavia a coprire la mancanza di credibilità di fondo di Dylan O’Brien, che in questo ruolo appare troppo patinato per trasudare sofferenza. Il sagace American Assassin si è infiltrato nell’organizzazione terroristica responsabile della strage iberica, con il fine di ucciderne il capo.</p>
<p>Vola perciò in Libia. Sia lode ad Allah. Ma come l’Universo insegna, <strong>ciascun predatore è anche preda</strong>. In questo caso la CIA, nella persona della maschia ma affascinante <strong>Sanaa Lathan </strong>(<em>Alien vs. Predator</em>), sta monitorando da tempo il ragazzo per reclutarlo a sua volta. Suo <em>sensei</em> sarà il severo Stan (<strong>Michael Keaton</strong>), inossidabile veterano.</p>
<p>E così, fra addestramenti, inseguimenti, esplosioni, una buona dose di violenza à la <em><strong>Il Trono di Spade</strong></em> (dita che affondano nei bulbi oculari, unghia strappate via, ecc.) e una puntatina sui tavolini di piazza Navona, il fumante American Assassin arriverà al finale. Senza però prima aver dimenticato di dirci che l’Iran è l’impero del male e che il plutonio è tanto pericoloso, specie se quei distratti dei Russi se lo lasciano sottrarre.</p>
<p>D’altro canto, <strong>le dinamiche interpersonali fra i personaggi mancano totalmente di profondità e spinta emozionale</strong>. Perché Stan si ostina a non voler addestrare Mitch? Perché invece l’agente CIA insiste a proteggerlo? Le motivazioni sono posticce, lo spettatore non crede nemmeno per un istante al “bisogno” del personaggio, dato che non emerge.</p>
<p>Il dispendio di energie e risorse per questo lungometraggio è notevole, ma alla fine rimane un prodotto commerciale privo di anima, mordente e significato, mero esercizio da manuale per film tv d’azione.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer italiano</strong> di American Assassin:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/dCDmMU9aySg" width="1349" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>L&#8217;ufficiale e la spia: la recensione del film con cui Roman Polanski affronta l’affare Dreyfus</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/lufficiale-e-la-spia-la-recensione-del-film-con-cui-roman-polanski/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 16:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Louis Garrel]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Roman Polanski]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il regista torna sulle scene con un'opera rigorosa, impeccabile, avvincente nel suo ritmo serrato, eppure incisiva. Jean Dujardin, Louis Garrel e gli altri sono ingranaggi perfetti di un meccanismo filmico che funziona dal primo all'ultimo minuto</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un tema ricorrente, nel fondo narrativo della <em>Recherche du temps perdu</em>. Si tratta dell’affare Dreyfus, vicenda che infiammò l’opinione pubblica francese nel decennio a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Dreyfus. Chi era costui? Alfred Dreyfus (in <strong>L&#8217;ufficiale e la spia</strong> / <strong>J’accuse </strong>di <strong>Roman Polanski</strong> un riarso <strong>Louis Garrel</strong>: bravissimo), alsaziano ebraico, era un giovane capitano dell’esercito d’Oltralpe. Il 5 gennaio 1895 viene accusato di alto tradimento: sarebbe infatti una spia militare al soldo dei tedeschi. Innocente, viene degradato nella pubblica piazza e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. Solo nel 1906 verrà riconosciuta la sua innocenza: il colpevole era Ferdinand Walsin Esterhazy.</p>
<p>Assiste all’umiliazione del suo collega l’ufficiale George Picquart (<strong>Jean Dujardin</strong>), promosso immediatamente capo del gruppo di controspionaggio che ha accusato il giovane Alfred. Picquart, che pure non nutre simpatia per Dreyfus, si accorge però immediatamente della fragilità dell’impianto accusatorio contro l’ufficiale di origini ebraiche. Le informazioni riservate della Francia continuano infatti a trapelare ai tedeschi.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/LUFFICIALE-E-LA-SPIA-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="L'ufficiale e la spia: la recensione del film con cui Roman Polanski affronta l’affare Dreyfus"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-88815" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/LUFFICIALE-E-LA-SPIA-film-poster-210x300.jpg" alt="L'UFFICIALE E LA SPIA film poster" width="232" height="331" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/LUFFICIALE-E-LA-SPIA-film-poster-210x300.jpg 210w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/LUFFICIALE-E-LA-SPIA-film-poster.jpg 420w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a>Il film di Roman Polanski, presentato in concorso alla 76a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, prende le mosse di qui, dalla condanna e dai successivi intrighi che si dipanano, fra inganni e corruzione, per dimostrare l’innocenza di Alfred Dreyfus e scovare il vero traditore della patria.</p>
<p>Il ritmo serrato con cui procede L&#8217;ufficiale e la spia è una marcia militare, ma non indulge mai al mero formalismo. Piuttosto, è come una corda di violino ben tesa che suona nella testa dello spettatore le note della macchinazione e dell’ingiustizia. <strong>Ogni scena è piena e necessaria</strong>. Anche il <em>tableau vivant</em> dell’omaggio al <em>Déjeuner sur l’herbe</em> di Edouard Manet appare come un irrinunciabile tocco di grazia e raccordo fra la severità di due momenti filmici.</p>
<p>Quivi, nel ruolo del marito di <strong>Emanuelle Seigner</strong>, amante di Picquart, figura anche <strong>Luca Barbareschi</strong>, pure co-produttore del film. Il parallelismo fra la persecuzione giudiziaria di cui fu vittima il giovane ufficiale alsaziano e quella cui è tuttora sottoposto il regista per un rapporto sessuale consensuale con la modella quattordicenne <strong>Samantha Geimer</strong> nel 1977, è fin troppo facile.</p>
<p>Nel caso di Dreyfus, l’innocenza è totale. In quello di Roman Polanski, è il feroce giustizialismo americano ad accanirsi, pur avendo la Geimer dichiarato di non avere risentimento verso il regista e di desiderare la chiusura definitiva del caso. Come affermato da Luca Barbareschi durante la conferenza stampa al Lido, i Festival non sono tribunali ma luoghi d’arte. E di arte cinematografica, nei fotogrammi di L&#8217;ufficiale e la spia, ce n’è a profusione.</p>
<p>Il regista firma con eleganza ed equilibrio <strong>un’opera magistrale: rigorosa, avvincente, accuratissima nei dettagli storici e di costume</strong>, tiene lo spettatore fermo e partecipe dall’inizio alla fine. Non c’è melodramma, non c’è autocompiacimento: parlano i fatti. Gli attori vivono nella pelle dei personaggi che interpretano e la presenza di Emanuelle Seigner, moglie nella realtà di Roman Polanski, ingentilisce i tratti marcatamente maschili del lungometraggio.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/L-UFFICIALE-E-LA-SPIA-di-Roman-Polanski-2019.jpg" rel="lightbox" title="L'ufficiale e la spia: la recensione del film con cui Roman Polanski affronta l’affare Dreyfus"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-282553 alignleft" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/L-UFFICIALE-E-LA-SPIA-di-Roman-Polanski-2019-300x192.jpg" alt="L' UFFICIALE E LA SPIA di Roman Polanski (2019)" width="350" height="224" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/L-UFFICIALE-E-LA-SPIA-di-Roman-Polanski-2019-300x192.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/L-UFFICIALE-E-LA-SPIA-di-Roman-Polanski-2019-768x491.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/11/L-UFFICIALE-E-LA-SPIA-di-Roman-Polanski-2019.jpg 1024w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></a>L&#8217;86enne cineasta sceglie dunque il maggior conflitto politico e sociale della Terza Repubblica francese, quello che spaccò il paese fra dreyfusardi e antidreyfusardi dal 1894 al 1906. E che vide scendere in campo contro l’iniqua condanna lo scrittore <strong>Émile Zola</strong> con il suo celeberrimo <em>J’Accuse</em>, da cui il titolo del film, premiato con il <strong>Leone d’Argento</strong> a Venezia 76, nonostante <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/diario-da-venezia-76-giorno-1-roman-polanski-tra-lincudine-e-la-martel/" target="_blank" rel="noopener">lo sdegno della presidentessa di giuria Lucrecia Martel</a>.</p>
<p>Nelle parole dello stesso Roman Polanski, “Il film è basato sull’<em>affaire</em> Dreyfus, argomento cui penso da molti anni. In questo scandalo di vaste proporzioni, forse il più clamoroso del diciannovesimo secolo, <strong>si intrecciano l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo</strong>. Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni, causando una vera e propria sollevazione in tutto il mondo. E rimane ancora oggi un simbolo dell’iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, nel nome degli interessi nazionali”.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer italiano</strong> di L&#8217;ufficiale e la spia, nei nostri cinema <strong>dal 21 novembre</strong>:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/Hd6eRZJvQ0E" width="1013" height="570" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>La Favorita: la recensione del film in costume di Yorgos Lanthimos</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-favorita-la-recensione-del-film-in-costume-di-yorgos-lanthimos/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2019 15:17:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Emma Stone]]></category>
		<category><![CDATA[Olivia Colman]]></category>
		<category><![CDATA[Rachel Weisz]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Yorgos Lanthimos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ovvero la sopravvivenza del coniglio. Potrebbe chiamarsi anche così l'opera del regista greco, in cui Emma Stone e Rachel Weisz combattono il gioco della sopravvivenza sotto l’occhio dispotico della regina Olivia Colman.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-favorita-la-recensione-del-film-in-costume-di-yorgos-lanthimos/">La Favorita: la recensione del film in costume di Yorgos Lanthimos</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La Favorita</strong> (<em>The Favourite</em>), film che vedeva nel 2018 il ritorno della sfolgorante <strong>Emma Stone</strong> alla Mostra del Cinema di Venezia dopo <em>La la land</em> del 2016 (<a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-la-land-la-recensione-del-film-di-damien-chazelle/" target="_blank" rel="noopener">la recensione</a>), è una lotta fra tre attrici (ci sono anche <strong>Olivia Colman</strong> e <strong>Rachel Weisz</strong>), prima che fra tre donne. Le attrici ne escono vincitrici, le donne sconfitte. Tutte e tre. <strong>Yorgos Lanthimos</strong> scandaglia il gioco del potere privato che si fa pubblico negli effetti, in un film diviso in paragrafi come un testo ottimizzato per il web, con frasi estrapolate dalle singole sezioni a farne da titolo.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2018/09/La-favorita-2018-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="La Favorita: la recensione del film in costume di Yorgos Lanthimos"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-69067" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2018/09/La-favorita-2018-film-poster-207x300.jpg" alt="" width="243" height="352" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2018/09/La-favorita-2018-film-poster-207x300.jpg 207w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2018/09/La-favorita-2018-film-poster.jpg 689w" sizes="(max-width: 243px) 100vw, 243px" /></a>L’andamento a storie di Instagram si squaderna come un album di collage nervosi, che non indulgono al sentimentalismo. Anzi, lo irridono sarcastici: <strong>le sofferenze passate delle protagoniste sono tradotte in battutine fulminanti e tiri di schioppo</strong>. Al limite, in pelosi animaletti da compagnia. In cima a questo film tutto al femminile ci sono le crinoline dell’ultima degli Stuart, la regina Anna (salita al trono nel 1702 e deceduta nel 1714), interpretata da un’imponente Olivia Colman (<em>The Crown</em>).</p>
<p>Forse per l’esausta consapevolezza di essere l’ultima della dinastia, la sovrana è una capricciosa Regina di Cuori in decomposizione, intollerante agli affari di governo e a ogni altra occupazione pubblica, morbosamente attaccata alla sua amica e consigliera Lady Malborough, ovvero Sarah Churchill (Weisz).</p>
<p>Il suo ruolo pubblico è ormai confinato a quello di una comparsa svogliata, portavoce torva e indolente di quanto deciso dalla tirannica Sarah, risoluta amministratrice di finanze, affari bellici e lenzuola regali. Nel focoso <em>ménage à deux</em> si insinua con la pervicace mollezza del miele l’acuta e spregiudicata Abigail (Stone), giovane dama in disgrazia sfuggita al destino dei bordelli e cugina di Lady Malborough.</p>
<p>Complici gli impegni da uomo di Stato di quest’ultima, la ragazza saprà colmare con sapiente casualità il bulimico e infantile bisogno di attenzioni della sovrana malata di gotta, madre <em>orfana</em> di <em>diciassette</em> figli. L’ira funesta della prima Favorita andrà a scontrarsi contro la morbida coda della gatta Abigail, depositaria <em>in pectore</em> del piacere della regina.</p>
<p>L’ateniese Yorgos Lanthimos (<em>The Lobster</em>, <em>Il sacrificio del cervo sacro</em>) <strong>frantuma uno specchio sontuoso e ne riaccosta i pezzi senza incollarli</strong>. Lo specchio infatti è quello di una società schizofrenicamente <em>ancien régime</em>, viziata dalla noia e dall’attaccamento al feticcio. Il perfezionismo del regista trova agio nei costumi impeccabili di <strong>Sandy Powell</strong> (<em>Carol</em>, <em>The aviator</em>, <em>The Young Victoria</em>, <em>Shakespeare in love</em>) e anche nel montaggio di <strong>Yorgos Mavropsaridis</strong> (<em>The Lobster</em>).</p>
<p>Il balzo da un paragrafo all’altro della pellicola è veloce, puntellato di battute, impaziente e dispotico come la regina Anna. L’attorcigliarsi senza requie delle scene ricorda un po’ quello del cult movie <em>Marie Antoinette</em> di Sofia Coppola, solo che qui c’è meno <em>affollamento</em> di vizi e di persone. Nel titolo stavolta manca l’animale. Ma solo nel titolo.</p>
<p>Che si tratti di anatre o conigli, <strong>i graziosi animaletti forse più che altrove qui possono essere la chiave di lettura del racconto</strong>. Venerati ma prigionieri di chi sempre può schiacciarli, dimentico e illuso per un momento di poter essere schiacciato a sua volta. In ogni istante, come ricorda <strong>Elton John</strong> nei titoli di coda. <em>Fly away, skyline pigeon fly </em>…</p>
<p>Se <strong>il finale</strong> vi ha lasciato qualche dubbio, leggete <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-favorita-significato-del-finale-film/" target="_blank" rel="noopener">il nostro approfondimento sul suo significato</a>.</p>
<p>Di seguito <strong>il full trailer italiano</strong> di La Favorita:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/j5hVe5rK7gc" width="853" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-favorita-la-recensione-del-film-in-costume-di-yorgos-lanthimos/">La Favorita: la recensione del film in costume di Yorgos Lanthimos</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>La La Land: la recensione del film danzante di Damien Chazelle</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-la-land-damien-chazelle-emma-stone-ryan-gosling-recensione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 09:11:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Damien Chazelle]]></category>
		<category><![CDATA[Emma Stone]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Ryan Gosling]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Emma Stone e Ryan Gosling sono i protagonisti di una struggente storia d'amore a tempo di jazz. E le stelle di Los Angeles stanno a guardare</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-la-land-damien-chazelle-emma-stone-ryan-gosling-recensione/">La La Land: la recensione del film danzante di Damien Chazelle</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Hollywood danza sotto una pioggia di stelle. La 73esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2016 ci ha regalato in apertura la favola musicale &#8211; ma non troppo &#8211; dell’<em>enfant prodige</em> <strong>Damien Chazelle</strong>, che ne firmava anche la sceneggiatura: <strong>La La Land</strong>. Titolo quanto mai suggestivo di tutto lo spirito del film, una storia che procede senza pesantezza a passo di danza e di musica nella città degli angeli.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-la-la-land.jpg" rel="lightbox" title="La La Land: la recensione del film danzante di Damien Chazelle"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-37179" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-la-la-land-214x300.jpg" alt="locandina-la-la-land" width="250" height="350" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-la-la-land-214x300.jpg 214w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-la-la-land-286x400.jpg 286w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/01/locandina-la-la-land.jpg 420w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>La delicata Mia Dolan (<strong>Emma Stone</strong>), cameriera aspirante attrice nel caffè degli studi Warner Bros, e il fascinoso Sebastian (<strong>Ryan Gosling</strong>), pianista jazz incompreso, incrociano i loro destini, la loro caparbietà e le loro debolezze in una Los Angeles che riscopriamo stellata in cielo e non solo sui marciapiedi. Nel buio della sala, quello che colpisce di questo film è proprio la volta del cielo intesa come stato dell’anima.</p>
<p>Che sia di notte sulla collinetta di Hollywood, in un planetario, il cielo stellato fa da coltre e da orizzonte alla storia d’amore di Mia e Sebastian, e riflette i loro desideri. Nella città che stritola i sogni e li fa a pezzi.</p>
<p><strong>Bellissima la fotografia di</strong> <strong>Linus Sandgren</strong>: il lucido blu quasi elettrico della notte <em>losangelina</em> evidenzia il giallo, il rosa pastello, l’azzurro, l’arcobaleno di colori che cingono i personaggi e i loro pensieri col loro sapore vintage eppure contemporaneo, come “contemporaneo” possono essere l’amore e un sogno da realizzare.</p>
<p>Al suo secondo lungometraggio dopo l’acclamato <em>Whiplash</em> (2014), il giovane regista statunitense conferma e rilancia le aspettative. Non lesina su nulla: colori, spazi, colpi di teatro e citazioni <em>alleniane</em> inclusi. Il dosaggio degli ingredienti in La La Land è però sapiente, la loro alchimia frizzante: merito della sua<strong> freschezza ed energia comunicativa</strong>. Il piano sequenza iniziale è spettacolare: alla Mostra del Cinema Venezia nel 2017 aveva giustamente strappato un lungo applauso a scena aperta.</p>
<p>Ma la poesia e il genio del film non risiedono solo nella tecnica registica, anzi. Stanno nella sua leggerezza primaverile e non banale, negli <strong>omaggi ai maestri del passato senza nostalgia</strong>, nella capacità di osare e far volare letteralmente la fantasia del pubblico, in un gioco di rimandi che, quando ci si sta tranquillizzando per il finale, portano lo spettatore sulle montagne russe delle emozioni.</p>
<p>E in quel momento La La Land, favola appagante e struggente, col tocco magico di espedienti narrativi che non riveleremo, raggiunge il suo apice, senza respiro, col cuore dello spettatore che batte fino all’ultimo secondo e che non se ne vorrebbe andare, perché forse, perché …</p>
<p>“Brindiamo ai sognatori, per quanto folli possano sembrare”.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer ufficiale italiano</strong> di La La Land:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/YbtJyxjXpMI" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-la-land-damien-chazelle-emma-stone-ryan-gosling-recensione/">La La Land: la recensione del film danzante di Damien Chazelle</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>Maleficent – Signora del Male: la recensione del film fanta-dark di Joachim Rønning</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/maleficent-signora-del-male-la-recensione-del-film-fanta-dark-di-joachim-ronning/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Oct 2019 08:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sci-Fi & Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Angelina Jolie]]></category>
		<category><![CDATA[Elle Fanning]]></category>
		<category><![CDATA[Joachim Rønning]]></category>
		<category><![CDATA[Michelle Pfeiffer]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo zigomo elevato e tagliente della carismatica Angelina Jolie non basta a risollevare le sorti di un sequel bizzarro e grottesco. Sorta di incrocio caricaturale fra 'Indovina chi viene a cena' e 'La guerra dei Roses', con scimmiottamenti da 'Il Trono di Spade', serve unicamente da palcoscenico allo splendore di Michelle Pfeiffer, una cattiva la cui luminosità oscura senza troppo sforzo le scialbe smorfie di Elle Fanning e del principino.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se ti chiami Malefica, è difficile che il popolo del regno vicino al tuo ti consideri “benefica”. Anche se c’è stato un tempo in cui lo hai dimostrato. Il bene, si dimentica. Questo confortante pensiero dà il via al sequel dell’ultima produzione Disney, <strong>Maleficent – Signora del Male</strong>, firmata come la precedente dal regista <strong>Joachim Rønning</strong> e sempre con protagonista la fascinosa <strong>Angelina Jolie</strong> (<em>Wanted – Scegli Il Tuo Destino</em>). L’antagonista questa volta è la Regina Ingrid (<strong>Michelle Pfeiffer</strong>, vedere sotto).</p>
<p>Aurora (<strong>Elle Fanning</strong>, <em>Teen Spirit – A un Passo dal Sogno</em>, <em>L’Inganno</em>), la Bella Addormentata ormai (più o meno) sveglia, è la regina della Brughiera. La ragazza vive circondata da fiorellini, fatine, animaletti dispettosamente affettuosi e rivoli d’acqua, in sintonia con la sua madrina Malefica, il cui animo rapace preferisce però per la residenza quotidiana le alture più rocciose.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/07/Maleficent-–-Signora-del-Male-poster.jpg" rel="lightbox" title="Maleficent – Signora del Male: la recensione del film fanta-dark di Joachim Rønning"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-83982" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/07/Maleficent-–-Signora-del-Male-poster-203x300.jpg" alt="Maleficent – Signora del Male poster" width="252" height="372" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/07/Maleficent-–-Signora-del-Male-poster-203x300.jpg 203w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/07/Maleficent-–-Signora-del-Male-poster-768x1137.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/07/Maleficent-–-Signora-del-Male-poster.jpg 1480w" sizes="(max-width: 252px) 100vw, 252px" /></a>Cosa manca allo zuccheroso quadretto? Un principe azzurro con tanto di proposta matrimoniale. Assolve al compito naturalmente il predestinato Principe Filippo (un gommoso <strong>Harris Dickinson</strong>, già interprete di <em>Trust</em> e <em>Darkest Minds</em>). Il giovane rampollo del Re Giovanni (lo shakespeariano <strong>Robert Lindsay</strong>) e della Regina Ingrid (una sontuosa Michelle Pfeiffer) ha quasi portato a casa il risultato. Per arrivare alle fatidiche nozze manca solo la cena ufficiale di fidanzamento, quella in cui si conoscono le famiglie dei futuri sposi. Per fortuna Aurora ha una sola parente da presentare, la possessiva Malefica. Non esattamente una donna di mondo.</p>
<p>Cosa non si fa per i figli, però. Pur di non far sfigurare Aurora, la puntuta madrina si allena infatti goffamente a sorridere allo specchio e a rispondere con garbo ai convenevoli, sotto lo sguardo sghignazzante e preoccupato del fidato amico corvo / umano Fosco, interpretato come nel primo film da <strong>Sam Riley</strong> (<em>PPZ – Pride + Prejudice + Zombies</em>). Ma, soprattutto, Malefica accetta, su richiesta della biondina figlioccia, di coprire le proprie corna con un foularino in vista della cena. Ahi ahi Aurora. Se ti vergogni di tua madre, non parti col piede giusto.</p>
<p>Tuttavia, l’emotiva e rassegnata Malefica, con amorevole sacrificio materno acconsente a “mascherare” la sua mostruosità, ormai speranzosa nella buona riuscita dell’incontro. Non sa però la fata dark che al castello di Ulstead l’attende una consuocera delle più infide e subdole, di quelle che, col sorriso, sanno dove colpire per far male.</p>
<p><strong>Linda Woolverton</strong> (già sceneggiatrice per Disney di <em>La Bella e la Bestia</em>, <em>Il Re Leone</em> e <em>Alice in Wonderland</em>) doveva pur inventarsi qualcosa per arrivare al finale (fin troppo) noto dal lontano 1959, anno di distribuzione del La Bella Addormentata “originale” di Walt Disney. E allora risolve la partita di Maleficent – Signora del Male con <strong>un grande classico del &#8216;litigio&#8217;</strong>: una bella chiassosa guerra fra consuocere.</p>
<p>La produzione del resto, prevedibilmente, <strong>non lesina sugli effetti speciali</strong> e sulla moltiplicazione nei cieli di minacciosi volatili e di corna, tempestivamente dispiegate anche sul mercato dalla task force del reparto marketing per l’incipiente notte di Halloween. Il film si risolve così in un gioco bicefalo stile <strong><em>La Guerra dei Roses</em></strong> fra due stelle indiscusse del cinema mondiale, Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/10/elle-fanning-maleficent-signora-del-male-film.jpg" rel="lightbox" title="Maleficent – Signora del Male: la recensione del film fanta-dark di Joachim Rønning"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-86937 alignleft" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/10/elle-fanning-maleficent-signora-del-male-film-300x175.jpg" alt="elle fanning maleficent signora del male film" width="341" height="199" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/10/elle-fanning-maleficent-signora-del-male-film-300x175.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/10/elle-fanning-maleficent-signora-del-male-film-768x447.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/10/elle-fanning-maleficent-signora-del-male-film.jpg 800w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" /></a>La prima deve destreggiarsi nell’interpretazione di un personaggio di fatto psicolabile, oscillante fra tenerezza, sindrome dell’abbandono, amore materno e gelosia. Non più sufficientemente duro a livello narrativo ma nemmeno troppo accomodante. L’attrice premio Oscar per <em>Ragazze interrotte</em> indulge forse per questo in qualche <em>scatto </em>che a volte appare meccanico.</p>
<p>Più semplice il compito per la collega, a suo completo agio nel ruolo di una cattiva esteticamente magnifica, bianca e dura come il ghiaccio, capace di spegnere con la sua luce le gesta dei giovani malcapitati attori che le gravitano attorno.</p>
<p>Dopo la parentesi alla <em>Indovina chi viene a cena</em>, Maleficent – Signora del Male “parte per la tangente”. La grancassa di colpi e fiamme che si aggrovigliano nel cielo digitale della pellicola costituisce una storia a parte rispetto a quella di partenza, uno spin-off <strong>vagamente ricalcato sull’immaginario collettivo post <em>Il Trono di Spade</em></strong>, il quale perde anche di vista, per buona parte della sua durata, il target di riferimento. Ma niente paura. Ci pensa il bell’addormentato Filippo a ricordare allo spettatore che si trova pur sempre nella cornice di una fiaba <em>disneyana</em> di sessant’anni addietro e che certi schemi narrativi devono comunque ripetersi, nonostante gli “Al lupo, al lupo!” avessero fatto supporre qualcosa di parzialmente diverso.</p>
<p>Il pubblico lascia quindi la sala un po’ frastornato, dubbioso dell’identità narrativa di quanto appena visto.</p>
<p>Di seguito <strong>il full trailer italiano </strong>di Maleficent &#8211; Signora del Male, nei nostri cinema dal<strong> 17 ottobre</strong>:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/G3VMtpK8jjo" width="1349" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Irréversible &#8211; Inversion Intégrale: la recensione del film rimontato di Gaspar Noé</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/irreversible-gaspar-noe-inversion-integrale-recensione-analisi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Sep 2019 09:43:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[Gaspar Noé]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Bellucci]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 76]]></category>
		<category><![CDATA[Vincent Cassel]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la versione 'cronologica' del lungometraggio scandalo del 2002, il nichilismo palindromo del regista franco-argentino non viene scalfito, offrendo anzi un viaggio di sola andata dal Paradiso all’Inferno. Perché al mondo non c’è niente di salvifico, tanto meno l’amore.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Correva l’anno 2002 e il mondo del cinema veniva sconvolto da un lungometraggio che avrebbe cambiato per sempre la sua storia: <strong>Irréversible</strong>, dell’allora trentanovenne regista franco-argentino <strong>Gaspar Noé</strong> (1963). Il film inguardabile con <em>dodiciminutidistupro</em>. Il film che, come il romanzo del 1884 <strong><em>À rebours</em></strong> (Controcorrente) di Joris Karl Huysmans, iniziava dalla fine, direttamente con la psichedelia di un mulinello di pugni nello stomaco, nel cervello, nelle orecchie, negli occhi. Direttamente con le ambulanze chiamate nelle sale cinematografiche per soccorrere gli spettatori più sensibili, in preda a nausea e vertigini.</p>
<p>Per chi resisteva alle livide immagini del delirio <em>inizialefinale</em> di violenza però, non c’era scampo: più insostenibile e greve appariva infatti la felicità beata della protagonista Alex nella sequenza di <em>chiusuraapertura</em> del film, quasi un momento mistico, girato da qualche parte nel dantesco Cielo della Luna, probabilmente.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/Irreversible-film-poster-2002.jpg" rel="lightbox" title="Irréversible - Inversion Intégrale: la recensione del film rimontato di Gaspar Noé"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-85043" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/Irreversible-film-poster-2002-200x300.jpg" alt="Irreversible film poster 2002" width="214" height="322" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/Irreversible-film-poster-2002-200x300.jpg 200w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/Irreversible-film-poster-2002.jpg 666w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></a>Icona sacrificale della pellicola era una delle (allora) più belle coppie di sposi dello showbiz internazionale:<strong> Monica Bellucci</strong> (Alex) con <strong>Vincent Cassel</strong> (Marcus). La rassicurante dolcezza della figura della Bellucci, che di lì a un paio di anni avrebbe dato alla luce la primogenita Deva, faceva da contraltare alla sporcizia delle anime di contorno, ma senza funzione di salvezza.</p>
<p>Arrivare a vedere la sua aura non ancora infranta man mano che la pellicola si svolgeva serviva solo ad accrescere la disperazione del racconto: <strong>la salita dall’Inferno al Paradiso era quasi più stomachevole del suo senso inverso</strong>.</p>
<p>A distanza di 17 anni, nel 2019, Gaspar Noé decide di rimontare Irréversible secondo i dettami cronologici, presentando <strong>Inversion Intégrale</strong> in proiezione speciale alla 76ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Quasi a rimarcare la valenza palindroma del suo nichilismo costitutivo.</p>
<p>Quali che siano i motivi artistici della sua scelta (<a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/gaspar-noe-su-inversion-integrale-vi-spiego-perche-ho-messo-mano-a-irreversible/" target="_blank" rel="noopener">vi rimandiamo direttamente alle parole del regista per questo</a>), <strong>l’esperimento è riuscito</strong>. La trama, i personaggi, sono noti (Inversion Intégrale dura però circa <strong>6 minuti in meno</strong>, ma non sono stati tagliati dialoghi). L’iper conoscenza dell’opera argina possibili eventuali nuovi shock fra il pubblico (forse. <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/diario-da-venezia-76-giorno-5-monica-bellucci-divina-meryl-streep-maestrina/" target="_blank" rel="noopener">Le ambulanze sono infatti accorse anche verso la Sala Giardino della Mostra</a>, durante la proiezione notturna alla presenza del regista stesso e dei non più coniugi Monica Bellucci e Vincent Cassel. Quest’ultimo, visibilmente commosso alla fine).</p>
<p>Cosa cambia, dunque? Non si comincia col fracasso della vendetta, ma con i toni soavi e vellutati dell’amore, con l’ironia leggera dell’erotismo. Il crollo del mondo sta acquattato oscuro là da qualche parte, e lo si attende anche con un certa impazienza (“allora quand’è che arriva? Tanto meglio è se arriva presto, così facciamola finita”).</p>
<p>Scene come quella dell’improvvisazione conviviale in metropolitana fra Alex, Marcus e Pierre (<strong>Albert Dupontel</strong>) appaiono in Inversion Intégrale quasi asfissianti, nel loro indolente procedere. Tratto questo, caratteristico di Gaspar Noé:<strong> tirarla per le lunghe fino alla noia, fino a che lo spettatore, insofferente, non desideri <em>fisicamente</em> respirare altro</strong>. Quando però poi il respiro arriva, è mefitico.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/irreversible-film-2002-bellucci.jpg" rel="lightbox" title="Irréversible - Inversion Intégrale: la recensione del film rimontato di Gaspar Noé"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-85831 alignleft" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/irreversible-film-2002-bellucci-300x173.jpg" alt="irreversible film 2002 bellucci" width="300" height="173" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/irreversible-film-2002-bellucci-300x173.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/irreversible-film-2002-bellucci-768x442.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/irreversible-film-2002-bellucci.jpg 880w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Se infatti nella prima versione del film queste scene accoglievano come una palude il pubblico stordito dalla appena conclusa tempesta visiva ed emotiva, nella versione cronologica lo estenuano. Gli fanno desiderare che tutto vada più veloce, salvo immediato pentimento.</p>
<p>La peculiare poetica del cromatismo di Noé, firma indissolubile delle sue opere, qui va verso un impercettibile &#8211; e per questo letale &#8211; “scurimento”: <strong>dal bianco rosa dell’innocenza ad un nauseabondo e marcio seppia nero-violaceo</strong>. Era forse questo, l’unico lenimento concesso al pubblico, o almeno ai suoi occhi, nella versione prima dell’opera. Lo stomaco restava in subbuglio e il cuore in eclissi, ma almeno al senso della vista veniva offerta un po’ di tenerezza cromatica.</p>
<p>Il distacco emotivo necessario per guardare il film senza venirne travolti, non fa altro che acuire il disgusto per l’impunità del Male, la frantumazione di ogni senso di dignità e giustizia. <strong>Non c’è scampo</strong>. L’onirico “tunnel rosso che si spacca in due” di cui parla Alex all’inizio (o alla fine?, ma che importa) bastona a sangue lo spettatore, infligge alla sua sensibilità – anche se solo per un momento – la certezza che niente lo salverà, e che la bellezza esiste solo per essere distrutta.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer internazionale</strong> di Inversion Intégrale, al momento senza una data di uscita in Italia:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/2HV3AlZnTys" width="1013" height="570" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/irreversible-gaspar-noe-inversion-integrale-recensione-analisi/">Irréversible &#8211; Inversion Intégrale: la recensione del film rimontato di Gaspar Noé</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>No.7 Cherry Lane &#124; La recensione del film animato di Yonfan (Venezia 76)</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/no-7-cherry-lane-la-recensione-del-film-animato-di-yonfan-venezia-76/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Sep 2019 22:13:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sci-Fi & Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vincitore per la miglior sceneggiatura a Venezia 76, il primo lungometraggio disegnato del regista cinese 71enne avanza al ritmo di un bradipo letargico. Ma, accettando di sperimentare in prima persona la relatività del tempo, si verrà rimunerati con anticonformismo, eros, poesia. E con quel tocco di spirito rivoluzionario, così irresistibile in una donna elegante</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/no-7-cherry-lane-la-recensione-del-film-animato-di-yonfan-venezia-76/">No.7 Cherry Lane | La recensione del film animato di Yonfan (Venezia 76)</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Hong Kong, 1967. Le vie sono scosse dalle rivolte dei comunisti locali contro il governo britannico. Ziming è uno studente di letteratura inglese dell’Università di Hong Kong, nonché ottimo tennista. Bellissimo e fascinoso come il protagonista di uno <em>shojo</em> manga, ha il raro dono di risvegliare gli ormoni di ogni essere vivente che incontra, non importa che si tratti di donne uomini o animali. Superate le <em>avances</em> del creato e varie peripezie, lo studente raggiunge l’elegante abitazione di un’area tranquilla e residenziale della città. Ad attenderlo, una bellissima e composta donna dall’aspetto ancora fresco. La signora Yu, questo è il suo nome, vuole che Ziming dia lezioni private alla di lei figlia Meiling, in quel momento assente.</p>
<p>Per ingannare il tempo, i due iniziano a parlare di letteratura, scoprendo di avere in comune molto più di quanto non lascerebbero supporre le apparenze. Yu è infatti una raffinata e colta antiquaria comunista in autoesilio da Taiwan, sfuggita al “Terrore Bianco” di quegli anni. Col passare delle ere, ehm… Col passare delle ore, fa il suo ingresso la splendida e seducente figlia diciottenne della pur affascinante Yu. Prende così finalmente le mosse il cuore del racconto, fatto di quotidianità letteraria, scambi intellettuali e film visti al cinema, rigorosamente in due. Ma il cinema è malandrino, si sa, e quando a condividere immagini di grandi film d’amore sono quattro occhi, la chimica ci mette del suo. La nota eroica del film è che il ménage sopravvive alle incursioni della vicina di Yu, impicciona e famelica gemella di <strong>Moira Orfei</strong>.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/no.7-cherry-lane-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="No.7 Cherry Lane | La recensione del film animato di Yonfan (Venezia 76)"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-85281" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/no.7-cherry-lane-film-poster-205x300.jpg" alt="no.7 cherry lane film poster" width="259" height="379" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/no.7-cherry-lane-film-poster-205x300.jpg 205w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/no.7-cherry-lane-film-poster-768x1123.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/no.7-cherry-lane-film-poster.jpg 1280w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a>Così, iniziano a serpeggiare passioni scomode, abilmente celate da comportamenti che in realtà ne accrescono l’ambiguità. <em>Jìyuántái qīhào</em>, questo il nome in cinese di <strong>No.7 Cherry Lane</strong>, è un film <strong>elegantissimo, ambiguo e taciuto nelle sue vere intenzioni</strong>. L’arco temporale della storia coincide con gli eventi turbolenti di quei mesi ad Hong Kong. Eventi che però non irrompono mai in maniera definitiva nella storia raccontata: seppur permeate di quello spirito “rivoluzionario” infatti, le persone che abitano il lungometraggio del cinese <strong>Yonfan</strong> (<em>Lei wangzi</em>) vivono in una bolla intellettuale in cui non c’è spazio per le asperità. In pieno stile <em>gauche caviar</em>, potrebbe dirsi. Oppure, semplicemente perché, come canta Franco Battiato in <em>Stranizza d’amuri</em>, all’amore non importa nulla nemmeno della guerra (E quannu t&#8217;ancontru &#8216;nda strata / Mi veni &#8216;na scossa &#8216;ndo cori / Ccu tuttu ca fora si mori / Na mori stranizza d&#8217;amuri– E quando ti incontro per strada / Mi viene una scossa nel cuore / Con tutto che fuori si muore / Non muore la stranezza d’amore).</p>
<p>Il regista (classe 1947) non nasconde di aver intriso la sua prima opera d’animazione con <strong>un tocco profondamente intimo e autobiografico</strong>. “No.7 Cherry Lane parla soprattutto di me. Si tratta della storia di un amore disperato, farcito di ingredienti contraddittori: dentro e fuori, alti e bassi, vizio e virtù, guerra e pace, la bella e la bestia, est e ovest, eterodosso e classico, spirituale e fisico &#8230; il tutto mescolato a migliaia di immagini realizzate a mano che costellano l’intera pellicola”. Purtroppo i disegni realizzati a mano sono inframmezzati da <strong>qualche animazione digitale di qualità veramente scadente</strong>, e non se ne capisce il motivo, dato il loro costo ormai contenuto.</p>
<p>Anche a livello contenutistico, forse Yonfan ha troppa fiducia nella riuscita di No.7 Cherry Lane: tutta la sua decantata dualità infatti, non si percepisce. A meno di non intendere la parola come sinonimo di “ambiguità”, ma non è così. Della dialettica violenta fra guerra e pace, a tutti i livelli (quello interiore in primis) non vi è traccia. <strong>I personaggi sono tutti convinti e ostinati nelle proprie scelte</strong>. Talmente tanto da risultare spiritualmente (e anche fisicamente …) immobili. Ma probabilmente il regista 71enne è troppo coinvolto nella sceneggiatura, il che gli fa perdere un po’ di oggettività. O forse è solo che la sensibilità del pubblico occidentale è molto diversa da quella degli spettatori dell’estremo oriente. Il dubbio rimane, ma la benevolenza dello spettatore per quest’animo creativo e gentile, vince. Poi, nelle parole di Yonfan, si fa strada la commozione. “È il mio primo tentativo nell’ambito dell’animazione, perché è solo attraverso questa forma d’arte che posso trasmettere il mio sentimento di desolazione nello splendore. <strong>È la mia lettera d’amore dedicata a Hong Kong e al cinema</strong>. Una storia che parla di ieri, oggi e domani. E soprattutto, è un film che parla di liberazione”.</p>
<p>Il trailer internazionale di No.7 Cherry Lane:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/Zmvw_F7wGQc" width="1013" height="431" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Babyteeth &#124; La recensione del film di debutto di Shannon Murphy (Venezia 76)</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/babyteeth-la-recensione-del-film/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2019 19:07:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A metà fra Beverly Hills 90210 e Colpa delle stelle, l'opera prima della regista australiana è il diminutivo di un film. Un ritrito drammino adolescenziale dai colorini pastello e dalla fotografia slavata, suddiviso in rosei capitoletti come fossero post di Instagram</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Milla Finlay (<strong>Eliza Scanlen</strong>) è una solitaria quindicenne australiana in gonnella scozzese la quale si trova a dover affrontare cicli di chemio per un male incurabile. La sua unica gioia risiede nel cambiarsi parrucche e nelle lezioni di violino da colui che fu il fidanzato della madre ex pianista e tossicodipendente “leggera”. Leggera come la noia che pervade tutto l’ambiente australo-borghese e benestante di <strong>Babyteeth &#8211; Tutti i colori di Milla</strong> dell&#8217;esordiente al lungometraggio <strong>Shannon Murphy</strong> (la serie <em>Offspring</em>), presentato in concorso alla 76a Mostra del Cinema di Venezia. Ambiente in cui è fin troppo palese che farà il suo ingresso il “ragazzaccio”.</p>
<p>Che in questo caso specifico risponde al nome di Moses, la cui madre bionda non lo fa dormire in casa nemmeno il giorno di Natale e il cui fratellino lo schifa, anche se poi si troverà anche lui a casa di Milla a mangiare la torta della ragazza il giorno del suo compleanno. Nel film non è ben chiaro se Moses sia solo un consumatore di robina o se anche la spacci. Fatto sta che si tratta di un punto per cui è facilmente “lavorabile”, e il padre di Milla, psicologo, ne approfitterà.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/babyteeth-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="Babyteeth | La recensione del film di debutto di Shannon Murphy (Venezia 76)"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-85221" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/babyteeth-film-poster-200x300.jpg" alt="babyteeth film poster" width="241" height="362" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/babyteeth-film-poster-200x300.jpg 200w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/babyteeth-film-poster-768x1152.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/babyteeth-film-poster.jpg 1280w" sizes="(max-width: 241px) 100vw, 241px" /></a>Il primo incontro fra il “dentino da latte” Milla e Moses lascerebbe sperare (almeno) per uno sviluppo da manga giapponese. Purtroppo però, <strong>non siamo né dalle parti di <em>Orange Road</em> né di <em>Paradise Kiss</em></strong>. Ad ogni modo, basterà questo incontro sulla banchina della stazione per far dire a Milla di “aver trovato un ragazzo” e per farle puntare i piedi contro i genitori.</p>
<p>Sia chiaro: la debolezza del film non sta nella storia che racconta, e nemmeno nella modalità <em>post it</em> prescelta per raccontarlo. Sta nella scelta di essersi arresa a <strong>un approccio superficiale, slabbrato, trito e ritrito</strong>, il cui finale è prevedibile già dai primi fotogrammi, quando appare la vicina di casa incinta. A cosa servirà mai il personaggio di una donna in gravidanza in un film in cui c’è qualcuno rischia seriamente la vita? La vicina è meritevole però di strappare qualche risata al pubblico, nella sua verve stralunata e schietta. È a lei che si devono i pochi momenti godibili del film. Dei tanti risvolti che si sarebbero potuti approfondire infatti, non se ne indaga uno.</p>
<p>E la sceneggiatura è rovinata da <strong>salti e incongruenze</strong>, le quali si riflettono irrimediabilmente sulla coerenza del lavoro attoriale di alcuni. Forse il personaggio che più fa le spese di una sceneggiatura approssimativa è quello della madre, del quale non viene spiegato nulla, nemmeno come si disintossichi magicamente da un frame all’altro. Il personaggio più armonico di Babyteeth è forse quello del padre, cui fa da ottima spalla comica (si, c’è anche la “linea comica”) la vicina incinta.</p>
<p>“Desideravo trovare un linguaggio cinematografico in grado di rispecchiare il particolare tono di irriverenza e sentimentalismo del brillante copione di Rita Kalnejais. Sono stata ispirata dalla sfida di armonizzare questa dualità di umorismo e dolore in ogni fotogramma del film. <strong>Non ci potevano essere mezze misure nel mio approccio per rappresentare in modo autentico la protagonista</strong>, che a quindici anni si trova sul punto di sentirsi più viva che mai, ma allo stesso tempo deve fare bruscamente i conti con la sua mortalità”. Così la regista australiana Shannon Murphy. Peccato che il risultato sia quello di <strong>una pellicola scolorita e vacua</strong>, la cui presenza al Festival lascia interdetti: sarebbe bastato relegarle un posto in una sezione di Netflix.</p>
<p>“Il linguaggio del film presenta dei momenti di rottura resi stilisticamente attraverso testi, musica e l’abbattimento della quarta parete: questo ci consente di muoverci al passo veloce di Milla. L’adolescente si innamora di Moses: lo vede come vede un’opportunità per spingersi oltre i limiti in modo estremo. Mano a mano che ci addentriamo nelle vite dei genitori della ragazza, scopriamo le disfunzioni e le complicate tensioni che li caratterizzano mentre affrontano il loro incubo peggiore. Entrambi vengono così spogliati fino a mettere in luce la loro natura più cruda. Spero che gli spettatori abbiano un’esperienza viscerale, profonda, nel guardare Babyteeth, che li spinga a desiderare e celebrare le loro relazioni”.</p>
<p>No, gli spettatori non hanno un’esperienza viscerale e profonda: soccombono sotto il peso della banalità mentre si ricordano <strong><em>Beverly Hills 90210</em></strong> o <em><strong>Colpa delle stelle</strong></em>, o anche <strong><em>Io dopo di te</em></strong>. Questo esordio non aggancia le viscere di chi guarda nemmeno per un istante, tanto è <strong>scialba e pretenziosa</strong>. Semmai è un utile stretching per il diaframma, grazie a qualche ampio, liberatorio sbadiglio.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer internazionale</strong> di Babyteeth:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/I990jE6MY9g" width="1013" height="548" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Ema (2019): la recensione del film diretto da Pablo Larraín</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/ema-2019-la-recensione-del-film-diretto-da-pablo-larrain/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2019 21:24:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Gael Garcia Bernal]]></category>
		<category><![CDATA[Pablo Larrain]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 76]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il regista cileno si conferma una delle cineprese più solide del cinema contemporaneo, capace di padroneggiare effetti visivi à la Gaspar Noé (ma senza 'effetto nausea') e storie dal sapore almodovariano, ma prive del retrogusto amaro della sconfitta</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/ema-2019-la-recensione-del-film-diretto-da-pablo-larrain/">Ema (2019): la recensione del film diretto da Pablo Larraín</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È un film visualmente bellissimo, <strong>Ema</strong> di <strong>Pablo Larraín </strong>(<em>Jackie</em>, <em>Il Club</em>), presentato in concorso alla 76a Mostra del Cinema di Venezia. O forse bisognerebbe dire coreograficamente bello. Perché la protagonista, la giovane Ema (l’asciutta e determinata <strong>Mariana Di Girolamo</strong>), è una danzatrice contemporanea. Perché il marito da cui lei si sta separando, Gastòn (<strong>Gael García Bernal</strong>, perfetto nel ruolo di bello e infruttifero), è il coreografo della sua compagnia di ballerine/sorelle libere e indomabili nella loro ferrea disciplina. E perché ondivago e forse danzante più del suo corpo, è il suo cuore. Lo stesso cuore che le ha fatto “portare indietro” il pestifero Polo, il figlio adottivo colombiano di lei e del marito sterile, “di dodici anni più vecchio”.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/ema-pablo-larrain-film-poster.jpg" rel="lightbox" title="Ema (2019): la recensione del film diretto da Pablo Larraín"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-84996" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/ema-pablo-larrain-film-poster-200x300.jpg" alt="ema pablo larrain film poster" width="251" height="376" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/ema-pablo-larrain-film-poster-200x300.jpg 200w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/ema-pablo-larrain-film-poster-768x1151.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/ema-pablo-larrain-film-poster.jpg 1280w" sizes="(max-width: 251px) 100vw, 251px" /></a>Tutto sembra già accaduto, all’inizio di questo film, e allo spettatore non resta che assecondare il proprio occhio giudicante e malevolo. Del resto, “è stato riportato indietro un bambino”. La vicenda da cui prende le mosse l’opera<strong> lascerebbe quindi pensare ad una irredimibile, tragica e decomposta storia familiare à la Pedro Almodovar</strong> (fresco di Leone d’Oro alla carriera), ma si tratta di un’impressione destinata a svanire nel corso del lungometraggio, che stordisce per la sua qualità registica. Di ciò che sta dietro al fatto, non si è mai messi a parte per intero, o per lo meno non subito. Tutto è nell’animo avventato di Ema, squilibrata solo per finta e con un obiettivo molto preciso in testa.</p>
<p>L’ultima opera di Pablo Larraín è un film talmente seducente nelle sue immagini che la trama può risultare irrilevante agli occhi di chi guarda, e il finale non richiesto. <strong>Le scenografie, ipnotiche nella loro seduttività</strong> (sono firmate da <strong>Estefania Larraín</strong>), sono capaci di distogliere lo spettatore dall’urgenza morale della vicenda che dà la nota iniziale a Ema. Con la “non necessarietà” del finale non si intende che esso sia privo di logica o di completezza narrativa, anzi. Negli ultimi fotogrammi della pellicola ogni dubbio trova una sua composizione e il film la sua compiutezza, mentre il comportamento della protagonista non appare più come quello di una ragazzina capricciosa che non sa quel che vuole.</p>
<p>L’assortimento visivo dell’opera è <strong>un caleidoscopio di bellezza filmica che evita di essere stucchevolmente estetizzante</strong>. Nella sua depurazione dal formalismo estetico, l’impatto cromatico e registico di certe sequenze sembra richiamare la poetica del regista franco argentino <strong>Gaspar Noé</strong> (<em>Irreversible</em>, <em>Climax</em>, <em>Love</em>), ma in maniera meno scomposta e tragica: qui non c’è spazio per il nichilismo. La guerriera Ema si muove per le strade, i cieli, le camere da letto, le palestre e le scuole della cittadina cilena di Valparaíso come un animale dal fiuto infallibile, al ritmo del <strong><em>reggaeton</em></strong>.</p>
<p>Con il procedere delle immagini, il pubblico comprende che la ragazza usa il suo corpo come duttile strumento per sanare lo sbaglio commesso. E quelli che allo spettatore possono sembrare atti di auto stordimento per arrivare a una sorta di oblio degli errori compiuti, sono invece pezzi di una strategia unitaria e lucida.</p>
<p>Nelle parole del regista Pablo Larraín, la pellicola è “<strong>una meditazione sul corpo umano, sulla danza e sulla maternità</strong>”. Se lo scopo del suo lavoro era questo, forse l’obiettivo del film non è stato centrato appieno. Nessuno di questi tre elementi ne è infatti davvero protagonista. Protagonista di Ema è piuttosto il desiderio concreto di non arrendersi mai, la capacità di lottare senza distogliere lo sguardo dall’obiettivo, l’abilità di metabolizzare il dolore per poi accorgersi che il buio è già oltre la siepe, e che il sole è già sorto da un pezzo.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer internazionale</strong> di Ema, la cui data di uscita nei nostri cinema non è ancora nota:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/kPwXkr3F7VU" width="1013" height="570" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/ema-2019-la-recensione-del-film-diretto-da-pablo-larrain/">Ema (2019): la recensione del film diretto da Pablo Larraín</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>La vérité &#8211; Le verità: la recensione del film diretto da Hirokazu Kore&#8217;eda</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-verite-le-verita-la-recensione-del-film-diretto-da-hirokazu-koreeda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Sep 2019 14:22:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Ethan Hawke]]></category>
		<category><![CDATA[Juliette Binoche]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 76]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Col film d’apertura della 76ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, il regista giapponese firma una commedia familiare dal tratto deliziosamente frizzante, su cui spiccano i guizzi leonini di una sardonica Catherine Deneuve. Sorprendente come quella che, a volte surrettiziamente, chiamiamo “verità”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-verite-le-verita-la-recensione-del-film-diretto-da-hirokazu-koreeda/">La vérité &#8211; Le verità: la recensione del film diretto da Hirokazu Kore&#8217;eda</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sono un’attrice, non sono tenuta a dire la verità”. È la risposta che, fra lo stralunato e l’impertinente, dà in <strong>La vérité &#8211; Le verità</strong> la diva Fabienne (una portentosa <strong>Catherine Deneuve</strong>) a sua figlia Lumir (una generosa ed elegante<strong> Juliette Binoche</strong>) quando le chiede conto delle panzane scritte nella di lei autobiografia in merito alla sua presenza materna. Fabienne è infatti un’attrice dal passato glorioso e dal presente venerato, artista celebrata e riverita da stampa, star system e pubblico, arrivata al punto in cui non deve più chiedersi se tacere o meno. Non certo una che ha messo il ruolo di madre al di sopra della carriera.</p>
<p>Sua figlia Lumir è invece un’affermata sceneggiatrice che vive felicemente a New York con il marito (uno spaesato <strong>Ethan Hawke</strong>) e la figlioletta Charlotte, giunta a Parigi proprio per il lancio dell’autobiografia della madre. Tanto è sopra le righe e pungente la corpulenta madre, tanto è sobria e compassata l’esile figlia, almeno in apparenza. Perché se Fabienne non lesina ad esempio sulle “dimenticanze” dei (non) decessi delle colleghe coetanee, Lumir non gliene lascia passare nemmeno mezza sulle sue mancanze materne, rimproverandole assenze e cinismo professionale.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/La-vérité-La-verità-film-Hirokazu-Koreeda-poster.jpg" rel="lightbox" title="La vérité - Le verità: la recensione del film diretto da Hirokazu Kore'eda"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-84899" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/La-vérité-La-verità-film-Hirokazu-Koreeda-poster-200x300.jpg" alt="La vérité - La verità film Hirokazu Kore'eda poster" width="281" height="422" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/La-vérité-La-verità-film-Hirokazu-Koreeda-poster-200x300.jpg 200w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/La-vérité-La-verità-film-Hirokazu-Koreeda-poster-768x1152.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2019/09/La-vérité-La-verità-film-Hirokazu-Koreeda-poster.jpg 1280w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" /></a>Le premesse sembrerebbero dunque quelle di un dramma familiare dei più retrivi. Ma non è così. Il film è <strong>una commedia sagace</strong> e la performance di sua maestà Catherine strappa risate a più riprese fra il pubblico veneziano. Mai forse la platea avrebbe pensato di trovare “simpatica” una diva come la 75enne Deneuve, ma l’unghia della leonessa fa sentire la sua presa e lo spettatore gliene è grato.</p>
<p>La leopardata Fabienne / Catherine è sovrana de La vérité &#8211; Le verità dal primo all’ultimo fotogramma. E l’irrompere della famigliola nella seconda scena serve volutamente ad accentuare lo stacco fra deità e umanità: l’effetto comico è garantito.</p>
<p>Il pubblico dal canto suo non può non amare la distaccata cattiveria di Fabienne e le di lei stilettate, proferite con tanto aereo menefreghismo da sembrare meringhe alla corte di Marie Antoinette. Catherine Deneuve deve essere grata a Hirokazu Kore&#8217;eda (già Palma d&#8217;Oro a Cannes nel 2018 con <em>Un affare di famiglia</em>), che le offre l’occasione di dare una lezione magistrale di presenza scenica “senza fare niente”.</p>
<p>E deve essere grata a una ciurma di attori come Juliette Binoche, Ethan Hawke, Roger van Hool e gli altri, che accettano di corredare e valorizzare la sua presenza, con vivo spirito di squadra. Il protagonismo di Fabienne non rende però il film un assolo, anzi. Piuttosto, ne fa <strong>un <em>tableau vivant</em> multicolore e ben orchestrato</strong>.</p>
<p>Se l’esuberante compostezza di Fabienne è la trama, tutti gli altri sono l’ordito: senza, non ci sarebbe il tessuto filmico. Il regista giapponese si diverte a fare il francesino, infarcendo l’opera forse di troppi riferimenti nazionali, in sindrome da primo della classe, probabilmente. Ma si tratta di perdonabile perfezionismo del Sol Levante. Del resto il titolo è uguale all’omonimo<strong><em> La vérité</em> del 1960 di Henri-Georges Clouzot e con Brigitte Bardot</strong> (guarda caso &#8230;).</p>
<p>La sceneggiatura de La vérité &#8211; Le verità 2019 a volte presenta delle esitazioni, come il continuo riferimento a Sarah, la fantomatica storica rivale di Fabienne, forse suicidatasi perché forse Fabienne era stata a letto col suo compagno regista pur di ottenere la parte che la consacrò alla celebrità. Ma che importa.<strong> Il restare in superficie per Hirokazu Kore&#8217;eda non è superficialità. E nemmeno leggerezza</strong>. È che, come nella vita, la puntigliosa ricerca della “verità” ad ogni costo e in ogni situazione, è sterile e inutile. La vérité &#8211; Le verità è invece <strong>un&#8217;opera scanzonata e liberatoria</strong>, in cui la risata è onesta e non incupita da alcuna pretesa morale.</p>
<p>Alla vigilia della 76ma Mostra Internazionale del Cinema, il cineasta nipponico Hirokazu Kore&#8217;eda affermava che “il film racconta una piccola storia di famiglia che si sviluppa principalmente in una casa. È all’interno di questo piccolo universo che ho provato a far vivere i miei personaggi con le loro menzogne, orgogli, rimpianti, tristezze, gioie e riconciliazioni.</p>
<p>Spero sinceramente che il film vi piaccia”. Si, ci è piaciuto. Molto. L’opera soffre di <strong>qualche scena che appare posticcia</strong> (come ad esempio il dono di un abito ad una giovane attrice, lo spettatore scoprirà perché), ma si tratta di peccati veniali. Quelli che, in fondo, ha commesso Fabienne.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer internazionale </strong>di La vérité &#8211; Le verità, nei nostri cinema dal <strong>3 ottobre</strong>:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/PEGS0Wv_reY" width="1013" height="549" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/la-verite-le-verita-la-recensione-del-film-diretto-da-hirokazu-koreeda/">La vérité &#8211; Le verità: la recensione del film diretto da Hirokazu Kore&#8217;eda</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<item>
		<title>Mistero a Crooked House: la recensione del film di Gilles Paquet-Brenner</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/mistero-a-crooked-house-la-recensione-del-film-di-gilles-paquet-brenner/</link>
					<comments>https://www.ilcineocchio.it/cinema/mistero-a-crooked-house-la-recensione-del-film-di-gilles-paquet-brenner/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Nov 2017 21:25:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[Gillian Anderson]]></category>
		<category><![CDATA[Glenn Close]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La bellezza classica e non scontata di un vecchio giallo ben costruito, soprattutto grazie alle ambientazioni e a un cast femminile eccellente: Glenn Close, Christina Hendricks, Gillian Anderson, Amanda Abbington e Stefanie Martini</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/mistero-a-crooked-house-la-recensione-del-film-di-gilles-paquet-brenner/">Mistero a Crooked House: la recensione del film di Gilles Paquet-Brenner</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Castello di rabbia</em>. Metti una sera a Crooked House. Fuori diluvia, e tu ti appresti a vedere un film confortevole, come la trasposizione cinematografica di uno dei numerosi gialli di <strong>Agatha Christie</strong>. Non aver letto il libro (<em>È un problema</em>, del 1949) ti consentirà almeno di vivere la sorpresa della scoperta dell’assassino. In realtà, i timori che si sarebbe trattato di un film stantio e manieristico vengono felicemente disattesi. Per collocazione temporale, <strong>Mistero a Crooked House</strong> (<i>Crooked House</i>) è un giallo <em>quasi</em> contemporaneo.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/Mistero-a-Crooked-House-locandina.jpg" rel="lightbox" title="Mistero a Crooked House: la recensione del film di Gilles Paquet-Brenner"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-52967 alignright" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/Mistero-a-Crooked-House-locandina-210x300.jpg" alt="Mistero a Crooked House locandina" width="277" height="396" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/Mistero-a-Crooked-House-locandina-210x300.jpg 210w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/Mistero-a-Crooked-House-locandina-280x400.jpg 280w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/11/Mistero-a-Crooked-House-locandina.jpg 420w" sizes="(max-width: 277px) 100vw, 277px" /></a>Siamo nella Londra del 1957, il rock ‘n roll ha già iniziato ad avvelenare l’animo degli adolescenti, qualche ragazza già va in moto e in generale non si lesina sul rombo dei motori. Si profila dunque all’orizzonte del racconto quella bizzarra mescolanza di post contemporaneità e vetero – tradizione vittoriana tanto cara agli inglesi.</p>
<p>E se ancora non possiamo parlare di punk in crinolina, <strong>gli irrinunciabili elementi pittoreschi della pellicola <em>British</em> in costume ci vengono donati tutti</strong>: il castello tentacolare rantolante intrighi, i dipinti secolari dalle cornici imponenti, le scalinate moquettate, gli sbuffi di terreno fresco in mezzo al prato rasato, la brughiera intuita attraverso la potatura delle rose. Le rose. A potarle, è la sofisticata Lady Edith (<strong>Glenn Close</strong>, divina).</p>
<p>Sorella dell’assassinato Aristides Leonides, Edith è il capofamiglia <em>pro tempore</em> dell’intera dinastia, che sgomita scroccona sotto lo stesso, estesissimo tetto. Si fa carico dell’indagine la maggiore delle sue nipoti, la bella e intrepida Sophie (<strong>Stefanie Martini</strong>), la quale unendo l’utile al dilettevole assume come investigatore privato il suo amante Charles Hayward (<strong>Max Irons</strong>), già conosciuto al Cairo tempo addietro.</p>
<p>Sophie è la primogenita della strampalata coppia <strong>Julian Sands</strong> (Philip Leonides) – <strong>Gillian Anderson</strong> (la spassosa Magda), sorella dello spigoloso bastian contrario Eustace (<strong>Preston Nyman</strong>) e della saccente piccola Josephine (<strong>Honor Kneafsey</strong>).</p>
<p>Il quadro familiare si completa con la coppia dei detestati zii: il prediletto del patriarca, Roger Leonides (<strong>Christian McKay</strong>) e la di lui vitrea consorte Clemency (<strong>Amanda Abbington</strong>, già vista come moglie di Watson in Sherlock). L’amabile combriccola è unita solo su punto: accusare dell’omicidio la seconda moglie di Aristides, l’irresistibile rossa Brenda (<strong>Christina Hendricks</strong>, la Joan della serie <em>Madmen</em>). La regia di <strong>Gilles Paquet-Brenner</strong> (<em>Dark Places</em>), un po’ pesante nel movimento, ha tuttavia il pregio di far respirare la storia e indovinarne il sottobosco del vissuto, anche grazie a una sceneggiatura attenta, valorizzata in primo luogo dall’espressività delle attrici e dal non detto.</p>
<p>I passi felpati della <em>crookedness</em> avanzano per la magione fumiganti, con bagliori a tratti rossastri. Quel che potrebbe esplodere da un momento all’altro resta <em>dentro</em>, lasciando spazio al potere unificante e consolatorio di Tchajkovskij.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer italiano</strong> di Mistero a Crooked House, nei cinema dal <strong>31 ottobre</strong>:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/cdAF8xXmp50" width="1349" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/mistero-a-crooked-house-la-recensione-del-film-di-gilles-paquet-brenner/">Mistero a Crooked House: la recensione del film di Gilles Paquet-Brenner</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>Downsizing &#8211; Vivere alla grande &#124; La recensione del film di Alexander Payne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Sep 2017 20:04:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sci-Fi & Fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[Alexander Payne]]></category>
		<category><![CDATA[Christoph Waltz]]></category>
		<category><![CDATA[Downsizing - Vivere alla grande]]></category>
		<category><![CDATA[Kristen Wiig]]></category>
		<category><![CDATA[Matt Damon]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un film “rivoluzionario” che dopo la prima mezzora si sgonfia come un soufflé tirato fuori dal forno, affidando all’eterno ragazzone Matt Damon le sue teorie</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-downsizing-vivere-alla-grande-di-alexander-payne/">Downsizing &#8211; Vivere alla grande | La recensione del film di Alexander Payne</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Undersize (Supersize?) it</em>. Cosa succederebbe se d’improvviso, per far fronte alle risorse scarse del Pianeta, fosse disponibile una tecnologia che permettesse a chiunque lo volesse di ridurre il proprio corpo a pochi centimetri d’altezza? Detta così, la proposta non parrebbe particolarmente allettante. Tuttavia cosa accadrebbe se unitamente a centimetri e chilogrammi riducessimo nella stessa misura anche i nostri esborsi monetari? Diventeremmo miliardari in termini di economia reale.</p>
<p><strong>Genialità del marketing ecologista? Mica tanto</strong>. Essere una frazione d’uomo comporta un consumo che è una frazione rispetto a quello delle persone “normali”. E il misero stipendio di un precario impiegato americano avrebbe un valore reale elevatissimo, diventando un lauto vitalizio. Mutui, debiti, quarta settimana del mese, incertezza diverrebbero su un campo da golf o in una spa sbiaditi ricordi di una vita lontana.</p>
<p><a href="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/05/Downsizing-Vivereallagrande.jpg" rel="lightbox" title="Downsizing - Vivere alla grande | La recensione del film di Alexander Payne"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-117203" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2020/05/Downsizing-Vivereallagrande-300x428.jpg" alt="Downsizing-Vivereallagrande.jpg" width="203" height="290" /></a>In <strong>Downsizing &#8211; Vivere alla grande</strong> di <strong>Alexander Payne</strong> (<em>Paradiso amaro</em>), scelto come film di apertura dell&#8217;ultima Mostra del Cinema di Venezia, è il massaggiatore / fisioterapista Paul Safranek (<strong>Matt Damon</strong>, <em>Sopravvissuto</em> &#8211; <em>The Martian</em>) con la sua mogliettina <strong>Kristen Wiig</strong> (<em>Ghostbusters</em> 2016) a lasciarsi sedurre da queste prospettive di benessere (più che dall’anelito ambientalista). Nella lungometraggio infatti, dal primigenio villaggio sperimentale in Norvegia, sorta di Mecca degli gnomi, si arriva a una vera e propria proliferazione di “mini mondi” in tutti i continenti. Tale miniaturizzazione non è però una scelta condivisa da tutta la popolazione. Solo una minima parte degli abitanti della Terra decide di optare per questa scelta irreversibile, con la conseguenza che i due mondi si trovano così a coesistere …</p>
<p>L&#8217;ultima fatica di Alexander Payne prende le mosse da un soggetto indubbiamente interessante e potenzialmente esplosivo. E’ possibile una coesistenza pacifica fra il mondo dei “giganti” e quello dei “miniaturizzati”? L’umanità riuscirà a restare immune da invidie e gelosie nei confronti dei nuovi ricchi? E dal punto di vista minuto: davvero un mondo in cui tutti sono ugualmente ricchi è possibile? Per quanto tempo resisterebbe il potere d’acquisto della moneta nel mini mondo?</p>
<p><strong>Le questioni sarebbero varie e decisamente stuzzicanti, ma il film che ha per protagonista il <em>gommoso</em> Matt Damon spreca consumisticamente ogni occasione di indagine</strong>. Tocchi di terzomondismo, politicamente corretto, catastrofismo, religione, pauperismo, sentimentalismo; non manca praticamente nulla. Lo <em>script</em>, redatto dallo stesso Payne con <strong>Jim Taylor</strong> (Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale per <em>Sideways &#8211; In viaggio con Jack</em>), è pieno di repentine svolte a gomito: incoerenti, distraenti, banalizzanti.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia.jpg" rel="lightbox" title="Downsizing - Vivere alla grande | La recensione del film di Alexander Payne"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-49889 alignleft" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-300x169.jpg" alt="downsizing payne venezia" width="300" height="169" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-300x169.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-768x432.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia.jpg 777w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Si segnala tuttavia la spassosa presenza di <strong>Christoph Waltz</strong> (<em>Django Unchained</em>) qui il più bravo, nel ruolo dello strampalato affarista slavo Dusan Mirkovic, personaggio in grado di strappare qualche risata e di alleggerire l’atmosfera, a tratti da mélo. Menzione speciale anche per <strong>Hong Chau </strong>(<em>Vizio di forma</em>), sul cui ruolo non ci soffermiamo, per non incorrere nei temuti spoiler.</p>
<p>Resta però il fatto che dei tanti aspetti della storia, non ne viene approfondito nessuno. La conseguenza è che il racconto viene frantumato in <strong>segmenti narrativi di scarsa tenuta e interesse</strong>, per la durata non certo miniaturizzata di due ore e un quarto. Raffazzonato e sovraccarico a sua insaputa, Downsizing &#8211; Vivere alla grande è in definitiva un film deludente per struttura, esiti e ritmo.</p>
<p>Di seguito <strong>il full trailer italiano </strong>di Downsizing, che uscirà nei nostri cinema nel 2018 (negli Stati Uniti il 22 dicembre):</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/Xy0L6m-af74" width="1349" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-downsizing-vivere-alla-grande-di-alexander-payne/">Downsizing &#8211; Vivere alla grande | La recensione del film di Alexander Payne</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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		<title>[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Sep 2017 16:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Madre]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 74]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche parola anche su Sandome No Satsujin (The Third Murder), su Jim &#038; Andy: The Great Beyond, su Gatta Cenerentola, su Team Hurricane e su molti documentari e film reasturati</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensioni-gondola-foxtrot-madre-melodie-loving-pablo-vittoria-e-abdul/">[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una carrellata panoramica su molti dei film presentati alla <strong>Mostra del Cinema di Venezia</strong> di quest&#8217;anno, un giudizio sintetico (non una recensione tradizionale quindi), ma funzionale, per capire cosa promuovere o cosa invece bocciare.</p>
<p>Queste<strong> le <em>gondolette</em></strong>:</p>
<p><em><strong><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/07/suburbicon-damon-clooney.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-48302" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/07/suburbicon-damon-clooney-300x151.jpg" alt="suburbicon damon clooney" width="300" height="151" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/07/suburbicon-damon-clooney-300x151.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/07/suburbicon-damon-clooney.jpg 706w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Foxtrot</strong></em> di <strong>Samuel Maoz</strong> è un film di quelli che ti lasciano senza respiro tanta è la loro bellezza. Protagonista del film è quello stato di sospensione che si installa nel doppio binario fra pace e guerra, fra mondo interiore ed esterno, fra padre e figlio, fra destino e destino. <strong>Un’opera di confine, a tratti metafisica</strong>. Tra i migliori di questa edizione 2017 della Mostra. Applausi anche per il giustamente osannato noir <em><strong>Suburbicon</strong></em> di <strong>George Clooney</strong>, aiutato nella sceneggiatura – e si vede – dai fratelli Coen. Dimenticabile invece <em><strong>La mélodie</strong></em> di <strong>Rachid Hami</strong>, semplice storia di buoni sentimenti e musica nella periferia multietnica di Parigi, mentre il documentario <strong><em>Agnelli </em></strong>di <strong>Nick Hooker</strong> è sostanzialmente un occhio à la <em>Beautiful</em> sul nostro Avvocato Gianni. Niente che l’italiano medio non sappia già, un’infarinatura da rotocalco per la fruizione del pubblico internazionale avvezzo al gossip.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/04/the-third-murder.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-43117 alignleft" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/04/the-third-murder-300x151.jpg" alt="the third murder" width="300" height="151" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/04/the-third-murder-300x151.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/04/the-third-murder-500x252.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/04/the-third-murder.jpg 701w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Intento divulgativo per <strong><em>Victoria e Abdul</em></strong> di <strong>Stephen Frears</strong>. Con <strong>Judi Dench</strong> e Ali Fazal, questo film presentato Fuori Concorso racconta “la storia vera” della profonda amicizia senile che legò la regina Vittoria e un servitore musulmano giunto dall’India, con grande scandalo della corte. Tutto esaurito per il capolavoro del maestro Yasujiro Ozu <strong><em>Ochazuke no Aji</em> (<em>Il sapore del riso al the verde</em>)</strong>, presentato nella sezione Venezia classici &#8211; restauri. <em>Allure</em> nipponica vecchio stile anche per <strong><em>Sandome No Satsujin</em> (<em>The Third Murder</em>)</strong>, compassato thriller di <strong>Kore&#8217;eda Hirokazu</strong>, non privo dell’interesse che possono suscitare mondi a noi culturalmente molto lontani. Il documentario di James Lester <strong><em>Getting naked: a Burlesque Story</em></strong> racconta l’excursus storico di quest&#8217;arte e le vicende di varie donne americane che a un certo punto della loro vita hanno deciso di dedicarvisi. Ottantacinque minuti per un docufilm senza infamia e senza lode, fin troppo lungo per la sua sostanza.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-50226" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond-300x150.jpg" alt="Jim &amp; Andy The Great Beyond" width="300" height="150" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond-300x150.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond-1024x512.jpg 1024w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond-500x250.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Jim-Andy-The-Great-Beyond.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Risveglio delicato con le dolcezze dell’attesissimo <em><strong>Madre!</strong></em> (<em>Mother!</em>) di <strong>Darren Aronofsky</strong>. Fanatismo e claustrofobia per l’egocentrico scrittore/poeta <strong>Javier Bardem</strong>, serafico vampiro di fama e adulazioni malgrado la presenza costante dell’amorevole giovane moglie e musa<strong> Jennifer Lawrence</strong>, angelo del focolare munito di cazzuola. <strong><em>Loving Pablo</em></strong> di Fernando León de Aranoa, sempre con Bardem e <strong>Penelope Cruz</strong>, vince il premio per il film più inutile della rassegna: se non si è vista la serie <em>Narcos</em>, questo ne è il pedissequo riassunto. Bellissimo invece il documentario su <strong>Jim Carrey</strong>, ovvero<strong><em> Jim &amp; Andy: The Great Beyond &#8211; the story of Jim Carrey &amp; Andy Kaufman with a very special, contractually obligated mention of Tony Clifton</em></strong>. L’attore canadese emerge in tutta la sua genialità e la sua umanità, strappando molte risate a scena aperta.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/gatta-cenerentola-film.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] Foxtrot / Madre! / La mélodie / Loving Pablo / Vittoria e Abdul"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-49994 alignleft" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/gatta-cenerentola-film-300x163.jpg" alt="gatta cenerentola film" width="300" height="163" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/gatta-cenerentola-film-300x163.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/gatta-cenerentola-film-500x271.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/gatta-cenerentola-film.jpg 844w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Nave a metà fra una discarica e un vascello incantato, la Megaride è ancorata nella città di Partenope. Sirene incantatrici di quegli spazi angusti sono ologrammi azzurri, fuochi fatui di ricordi di un’infanzia remotissima, felice e sicura nelle braccia di un papà armatore e scienziato, la cui gentilezza d’animo gli sarà fatale. Perfidi squali gli nuotano intorno fiutandone il sangue che verserà il giorno delle sue seconde nozze. Dopo 15 anni, la quasi diciottenne Cenerentola si aggira efebica per quei corridoi &#8230; Fiaba dark, adulta, tratteggio leggero ma non superficiale di un mondo celato e scomodo, <strong><em>Gatta Cenerentola</em></strong> &#8211; in concorso nella sezione Orizzonti &#8211; è un esempio felice di animazione italiana. Ogni elemento è calibrato e orchestrato armoniosamente, non ci sono lungaggini e didascalie, anzi: uno dei pregi maggiori del cartone è proprio quello dell’abbozzo, dell’intuito acuito dalle linee celesti degli ologrammi, degli sguardi, delle movenze. <strong>Un racconto che sprigiona la poesia estrema della contraddizione</strong>.</p>
<p><strong><em>Team Hurricane</em></strong>, opera prima della danese <strong>Annika Berg</strong> che potrebbe essere definito uno <em>Snapchat movie</em>: liquido, frammentario e colorato come le scene che lo compongono, a metà fra vlog e <em>mumblecore</em>. Protagoniste, sei policrome <em>millenials</em>.</p>
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		<title>[recensioni in gondola] The Shape of Water / Diva! / Invisible / La villa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Sep 2017 18:02:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[The Shape of Water]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 74]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche parola anche sul documentario La lucida follia di Marco Ferreri</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensioni-in-gondola-the-shape-of-water-diva-invisible-la-villa/">[recensioni in gondola] The Shape of Water / Diva! / Invisible / La villa</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una carrellata panoramica su molti dei film presentati alla <strong>Mostra del Cinema di Venezia</strong> di quest&#8217;anno, un giudizio sintetico (non una recensione tradizionale quindi), ma funzionale, per capire cosa promuovere o cosa invece bocciare.</p>
<p>Queste<strong> le <em>gondolette</em></strong>:</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/The-Shape-of-Water.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] The Shape of Water / Diva! / Invisible / La villa"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-50092" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/The-Shape-of-Water-300x177.jpg" alt="The Shape of Water" width="300" height="177" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/The-Shape-of-Water-300x177.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/The-Shape-of-Water.jpg 722w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Il clima temporalesco dei primi giorni ben si accorda con la favola subacquea raccontata da <strong>Guillermo del Toro</strong> in <strong><em>The Shape of Water</em></strong> (<a href="http://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-the-shape-of-water-di-guillermo-del-toro/" target="_blank">la recensione completa</a>). Meno fantasy e più adulta di quello che lascerebbe supporre il trailer, la pellicola del regista messicano tratta il tema della diversità inserendolo nel contesto del 1960 (il periodo è quello della crisi dei missili cubani). Non è certo di politica che parla il film, anche se la Guerra Fredda fornisce un ottimo spunto narrativo a questa fiaba ben confezionata in cui spiccano le interpretazioni della protagonista <strong>Sally Hawkins</strong> e di <strong>Octavia Spencer</strong>.</p>
<p>La proiezione di <em><strong>Diva!</strong></em> (oseremmo dire “Divina”…), documentario di <strong>Francesco Patierno</strong> dedicato a <strong>Valentina Cortese</strong>, è una gioia per gli occhi e le orecchie, ma solamente per la presenze di spezzoni &#8211; molti &#8211; dei suoi film. L’idea di affidare a ben otto attrici italiane dei giorni nostri (<strong>Barbora Bobulova, Anita Caprioli, Carolina Crescentini, Silvia d’Amico, Isabella Ferrari, Anna Foglietta, Carlotta Natoli e Greta Scarano</strong>) le parole che la Cortese stessa ha scritto nella sua autobiografia non risulta felice. Grande attenzione è riservata alla carriera cinematografica e holliwoodiana di quest’attrice, il cui talento si riscopre inaspettatamente contemporaneo.</p>
<p><strong><em><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/La-lucida-follia-di-Marco-Ferreri.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] The Shape of Water / Diva! / Invisible / La villa"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50167 alignleft" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/La-lucida-follia-di-Marco-Ferreri-300x191.jpg" alt="La lucida follia di Marco Ferreri" width="300" height="191" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/La-lucida-follia-di-Marco-Ferreri-300x191.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/La-lucida-follia-di-Marco-Ferreri-500x319.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/La-lucida-follia-di-Marco-Ferreri.jpg 957w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>La lucida follia di Marco Ferreri</em></strong> di <strong>Anselma Dell’Olio</strong> è invece dedicato a <strong>Carla Fendi</strong>, la cui Fondazione ne ha permesso la realizzazione. Questo documentario mette insieme interviste e stralci di film di un autore assoluto, fra i più geniali di tutta la storia del cinema, non solo italiano. La bellezza di un&#8217;opera come questa sta soprattutto nel ricordare allo spettatore che cosa sia davvero la <em>settima arte</em> e quali siano le sue infinite possibilità espressive e filosofiche. Gli ottanta minuti del film ripercorrono la dissacrazione e la poesia di Ferreri attraverso la sua stessa voce e le testimonianze di attrici, attori e registi come ad esempio <strong>Roberto Benigni</strong>, che apre il film con una poesia dedicata al maestro, benché Ferreri sia definito come “il contrario di un Maestro”. “Contrario” che passa anche per lo splendore del corpo nudo di <strong>Ornella Muti</strong> ne <em>L’ultima donna</em>.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Invisible-Pablo-Giorgelli.jpg" rel="lightbox" title="[recensioni in gondola] The Shape of Water / Diva! / Invisible / La villa"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-50168" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Invisible-Pablo-Giorgelli-300x169.jpg" alt="Invisible Pablo Giorgelli" width="300" height="169" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Invisible-Pablo-Giorgelli-300x169.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Invisible-Pablo-Giorgelli-500x281.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/Invisible-Pablo-Giorgelli.jpg 750w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Si piomba quindi nella temuta categoria “Prozac” con <strong><em>Invisible</em></strong> dell’argentino <strong>Pablo Giorgelli</strong>. Realismo post contemporaneo per un film che traccia il percorso che la giovane Ely (<strong>Mora Arenillas</strong>) si ritrova a compiere dal momento della scoperta di una gravidanza indesiderata al giorno in cui è stato programmato l’aborto in una clinica clandestina. Toni drammaturgici attutiti e <strong>nessun picco emotivo</strong> per questo film noioso e deprimente la cui sceneggiatura scarna procede verso la conclusione monoliticamente.</p>
<p>La riattivazione cardiaca giunge però inaspettatamente grazie al delizioso <strong><em>La villa</em></strong> di <strong>Robert Guédiguian</strong>, un lungometraggio che, a leggerne la trama, dovrebbe far scappare a gambe levate lo spettatore: due vecchi fratelli e una sorella si riuniscono nella dimora di famiglia dopo anni per dividersi l’eredità del padre ridotto a uno stato quasi vegetativo e per assisterlo. Lungi dall&#8217;essere una celebrazione nostalgica e passatista, la vicenda assorbe invece tutta la luce che riverbera sulla superficie dell&#8217;acqua del Golfo di Marsiglia che ne fa da sfondo. Quella particolare stagione che viene dopo l&#8217;estate nei luoghi di mare è qui simbolo di una rinascita dolce, profondamente inattesa e robusta. E i balzi nel passato la illuminano.</p>
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		<title>Recensioni in gondola (Venezia 74): Ga&#8217;agua &#8211; Longing / Downsizing / The Human Flow</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Sep 2017 18:14:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Azione & Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[Downsizing]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia 74]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Parliamo anche di Il tentato suicidio nell’adolescenza, di Raccontare Venezia e di alcuni importanti restauri, da sempre fiore all'occhiello della Mostra del Cinema </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensioni-in-gondola-venezia-74-gaagua-longing-downsizing-the-human-flow/">Recensioni in gondola (Venezia 74): Ga&#8217;agua &#8211; Longing / Downsizing / The Human Flow</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una carrellata panoramica su molti dei film presentati alla <strong>Mostra del Cinema di Venezia</strong> di quest&#8217;anno, un giudizio sintetico (non una recensione tradizionale quindi), ma funzionale, per capire cosa promuovere o cosa invece bocciare.</p>
<p>Queste<strong> le prime <em>gondolette</em></strong>:</p>
<p>Il taoismo che non t’aspetti nell’Israele dei nostri giorni. Il tanto temuto “effetto Prozac” di <strong>Stefano Disegni</strong> è incredibilmente evitato a piè pari dal primo film visto in apertura di Mostra. A dispetto del tema trattato, <em><strong>Ga&#8217;agua &#8211; Longing</strong></em>, quarto film del poco prolifico regista israeliano <strong>Savi Gabizon</strong>, diverte e alleggerisce lo spirito. La perdita del figlio che non sapeva di avere è per il protagonista Ariel l’inizio di un viaggio a ritroso nella vita del giovane Adam, pianista dotato e studente dalle turbolente vicende amorose. Il film levita attorno alla preparazione di un’improbabile cerimonia “taoista” post mortem, passando per qualche momento onirico e stralunato, senza perdere mai il razionalismo tipico del cinema israeliano.</p>
<p><strong>Un buon film sotto ogni aspetto, tranne che in quello dell’onestà politica</strong>. Nella perfezione occidentale di questa Tel Aviv bianca e silenziosa non v’è traccia alcuna della Palestina, ma questa è un’altra storia.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia.jpg" rel="lightbox" title="Recensioni in gondola (Venezia 74): Ga'agua - Longing / Downsizing / The Human Flow"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-49889" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-300x169.jpg" alt="downsizing payne venezia" width="300" height="169" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-300x169.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia-768x432.jpg 768w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/08/downsizing-payne-venezia.jpg 777w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Deludente e raffazzonato, <em><a href="http://www.ilcineocchio.it/cinema/matt-damon-si-fa-rimpicciolire-nel-teaser-trailer-del-satirico-downsizing/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Downsizing</strong></a></em> è stato scelto come film d’apertura di quest&#8217;anno. Se si pensa che l’onore l’anno scorso era toccato a <a href="http://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-la-la-land-di-damien-chazelle/" target="_blank" rel="noopener"><strong><em>La La Land</em></strong></a>, il paragone è sconfortante. La pellicola di <strong>Alexander Payne</strong> prende in realtà le mosse da un soggetto interessante. Cosa accadrebbe se gli abitanti del Pianeta decidessero grazie a una nuova tecnologia di rimpicciolirsi fino a misurare in altezza solo una decina di centimetri?</p>
<p>La motivazione sarebbe innanzitutto ecologica. Una frazione d’umano consumerebbe una frazione di risorse. E una frazione di risorse costerebbe parimenti molto meno ai consumatori, i quali si ritroverebbero improvvisamente dotati di una ricchezza reale elevatissima. E se a miniaturizzarsi fosse solo una minima parte della popolazione, cosa accadrebbe? Davvero il potere d’acquisto della moneta nel nuovo mondo resterebbe invariato?</p>
<p><strong>La questione è decisamente stuzzicante, ma il film che ha per protagonista Matt Damon spreca consumisticamente ogni occasione di indagine</strong>. La sceneggiatura è piena di svolte a gomito; incoerenti, distraenti, banalizzanti. La conseguenza è che il racconto viene frantumato in segmenti narrativi di scarsa tenuta e interesse, per una durata non certo miniaturizzata: due ore e un quarto.</p>
<p>Per fortuna poi ci imbattiamo nella versione restaurata di <em><strong>Incontri ravvicinati del terzo tipo</strong></em> (<em>Close Encounters of the Third Kind</em>) di <strong>Steven Spielberg</strong> e ci ricordiamo di che cosa sia il Cinema. La pietra miliare del 1977 ci riconcilia con noi stessi, ma è tempo di scappare verso un altro restauro, <em><strong>Il deserto rosso</strong></em> di <strong>Michelangelo Antonioni</strong> in Sala Casinò… No, niente. Non si può entrare, <strong>Dario Franceschini</strong> sta vedendo il film.</p>
<p><a href="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017.jpg" rel="lightbox" title="Recensioni in gondola (Venezia 74): Ga'agua - Longing / Downsizing / The Human Flow"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-50150 alignleft" src="http://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017-300x161.jpg" alt="the human flow 2017" width="300" height="161" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017-300x161.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017-1024x550.jpg 1024w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017-500x268.jpg 500w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/09/the-human-flow-2017.jpg 1153w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Lo scorno ministeriale viene sanato dalla visione del bellissimo docufilm <em><strong>The Human Flow</strong></em>, del regista cinese <strong>Ai Weiwei</strong>. Viaggio cinematografico nel senso etimologico della parola, questo <strong>film epico</strong> restituisce tutta l’umanità e la compartecipazione di cui è capace l’occhio dell’autore, anima dal calore tangibile, e noi siamo lui nel fiume di esseri umani – 65 milioni – che si frange contro muri e barriere non solo culturali.</p>
<p>Chiusura in bellezza con la perla ritrovata<em> <strong>Il tentato suicidio nell’adolescenza</strong> </em>di <strong>Ermanno Olmi</strong>, documentario di 30&#8242; datato 1968 in bianco e nero, perduto e ritrovato per caso la scorsa primavera, che ci porta all&#8217;interno del primo reparto di psichiatria d’urgenza in Italia, al Politecnico di Milano, curato dal pioniere <strong>Carlo Lorenzo Cazzullo</strong> e <em><strong>Raccontare Venezia </strong></em>di <strong>Wilma Labate</strong>, un excursus liberamente tratto dal libro di <strong>Irene Bignardi</strong> &#8216;Storie di Cinema a Venezia&#8217;<strong> </strong>sui film che negli anni sono stati ambientati nella città lagunare con interventi &#8211; tra gli altri &#8211; di Carole Bouquet, Saverio Costanzo, Goffredo Fofi, Paolo e Vittorio Taviani e Florinda Bolkan.</p>
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		<title>Black Butterfly: la recensione del film diretto da Brian Goodman</title>
		<link>https://www.ilcineocchio.it/cinema/black-butterfly-la-recensione-del-film-diretto-da-brian-goodman/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Teresa Scarale]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 13:42:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Horror & Thriller]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Banderas]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Rhys Meyers]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un film che per pallide associazioni ricorda sempre qualcosa d’altro. E ad Antonio Banderas nella sua cucina manca solo il flautino del Mulino.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>È difficile lavorare bene, quando devi pensare ai soldi</em></strong>. La “<strong>Black Butterfly</strong>”, la farfalla nera, in molte culture del mondo tradizionalmente simboleggia la morte, o comunque la fine di qualcosa. Quasi la stessa sorte dei maledetti gatti neri. Forse però il regista <strong>Brian Goodman</strong> (<em>Quello che non ti uccide</em>) o lo sceneggiatore <strong>Justin Stanley</strong> devono aver pensato che chiamare il loro film “Gatto nero” o qualcosa di simile non avrebbe avuto presa sul pubblico. Meglio l’eleganza di un paio d’ali, specie nella genesi di un libro.</p>
<p>Quello che dovrebbe scrivere Paul/Pablo (<strong>Antonio Banderas</strong>). Lo scrittore per questo motivo vive isolato in una casa sulla punta di una collina boscosa a qualche ora da Denver. L’eremitaggio però gli vale a poco per la sua ispirazione, tant’è che sul foglio della macchina da scrivere (no, niente computer, nel caso stacchino la luce per le bollette non pagate forse) leggiamo il mantra <em>All work and no play makes Jack a dull boy…</em> Anzi no:<em> I’m stuck, I’m stuck, I’m stuck, I’m…</em></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-45349" src="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/black-butterfly-film-300x152.jpg" alt="black butterfly film" width="300" height="152" srcset="https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/black-butterfly-film-300x152.jpg 300w, https://www.ilcineocchio.it/cine/wp-content/uploads/2017/06/black-butterfly-film.jpg 697w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’unico contatto di Paul con il mondo esterno pare essere la bionda agente immobiliare Laura (<strong>Piper Perabo</strong>). La casa infatti è in vendita, ma senza successo. Magari rassettare la cucina quando arrivano i visitatori aiuterebbe. Di lì a poco però l’ordine e il bricolage casalinghi non saranno più un problema.</p>
<p>Pablo infatti si troverà ad ospitare per gratitudine da mancata rissa al fast food il giovanotto giramondo Jack (<strong>Jonathan Rhys Meyers</strong>), che pare una fatina dell’economia domestica. E alla mano sulla fronte per simulare il mal di testa da scrittore si unirà il compiacimento di trovarsi la colazione sempre pronta in un living bello lindo, in perfetto American style. <strong>Manca solo il tegolino</strong>, ma non è detto che non sia stipato con cura nella credenza.</p>
<p>La neo locanda diventa però per Paul ben presto <strong>ospitale quanto il cottage di</strong> <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/dossier-the-hateful-eight-di-quentin-tarantino/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>The Hateful Eight</em></strong></a>, senza tuttavia nemmeno la letizia della musica. Non si sa per quale motivo, Jack tiene troppo a che Paul finisca il suo romanzo e non abbia distrazioni, nemmeno fosse uno degli <strong><em>Animali Notturni </em></strong>(<a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/recensione-animali-notturni-tom-ford-film/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">la recensione</a>). Solo che qui le auto non vagano di notte, ma restano nel recinto.</p>
<p><strong>E non c’è niente, ma proprio niente, degli strati di significato, del sottotesto e del mistero di film come</strong> <strong><em>Shutter Island</em> o anche</strong> <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/michael-caine-vi-spiego-il-finale-di-inception-in-accordo-con-christopher-nolan/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Inception</em></strong></a>, che pure vengono annacquatamente citati, come si cita il titolo di un grande classico senza averlo mai letto. E il dio del Cinema ci perdoni per tutti questi accostamenti, che pure fanno capolino nella testa dello spettatore per blande associazioni mentali, per noia, per disinteresse verso lo srotolarsi superficiale della pellicola.</p>
<p>Perché Black Butterfly è <strong>un filmetto innocuo e piuttosto sciatto</strong>, il cui pregio maggiore sta nella sua durata: un’ora e mezza. Che però si sente tutta.</p>
<p>Di seguito <strong>il trailer ufficiale</strong> di Black Butterfly, nei cinema dal <strong>13 luglio</strong>:</p>
<p><iframe loading="lazy" src="https://www.youtube.com/embed/LaOymYQ3nMM" width="854" height="480" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.ilcineocchio.it/cinema/black-butterfly-la-recensione-del-film-diretto-da-brian-goodman/">Black Butterfly: la recensione del film diretto da Brian Goodman</a> proviene da <a href="https://www.ilcineocchio.it">Il Cineocchio</a>.</p>
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